ORBITAL “In sides”, 1996, FFRR

Mi sa che non vi ho mai parlato degli Orbital, ed è cosa strana perché alla fine del secolo scorso sono stati uno dei miei grandi amori musicali. In Italia i loro dischi non sono mai stati di facilissima reperibilità ma, fortunatamente, qualche mese fa, all’interno della collana “Original album series“, la Rhino/Warner ha pubblicato un economico cofanetto (sotto i 20 euro) contenente i loro primi 5 album (mi auguro che, analogamente al cofanetto dedicato ai singoli degli Autechre, qualcuno prossimamente raccolga gli innumerevoli brani degli Orbital apparsi solo su singolo, EP e compilation varie che meriterebbero miglior sorte dell’oblìo e che sono una vera e propria discografia parallela a quella degli album veri e propri).

L’acquisto è particolarmente consigliato anche perché i loro dischi, nelle edizioni primigenie, non è che avessero chissà quali libretti pieni di indicazioni o un apparato iconografico particolarmente ricco, e quindi questa spartana edizione (solite bustine di cartoncino a contenere i dischi) non perde granchè rispetto alle edizioni originali.

I primi due album (entrambi intitolati “Orbital” ma più noti come “The green/yellow album” e “The brown album“) pur contenendo alcuni ottimi brani sono ancora un po’ troppo freddi e macchinosi, figli di una elettronica dove i due fratelli Hartnoll (unici componenti del gruppo) a volte sembrano lasciar troppo fare ai loro computers.

E’ da “Snivilisation” che le cose iniziano a cambiare. I suoni si fanno più ricercati e più caldi, i brani si fanno più variati senza paura di accelerare o di frenare quando la musica lo richiede.

A mio parere è però con il quarto lavoro, “In sides“, che il duo realizza il proprio capolavoro. Un disco nel quale lo loro doti riescono ad esprimersi al meglio e dal quale emana un profumo di salsedine portata dal vento, una sensazione di libertà e bellezza che è raro trovare in dischi dove l’elettronica la fa da padrone (non vengono suonati strumenti tradizionali e anche la voce umana è pochissimo usata e, quando è usata, non declama mai alcun testo ma fonemi in libertà).


Il disco poggia su tre impressionanti pilastri edificati in maniera certosina.

Il primo lo si trova in apertura del disco. “The girl with the sun in her head” (che bel titolo per un brano tutto elettronico) parte quietissima con alcune frequenze che sembrano arrivare dal cosmo che ci circonda per poi presto aprirsi ad armonie e ritmi più tipicamente orbitaliani (quindi non troppo spinti).

Quello che da sempre mi delizia nei lavori degli Orbital è il loro realizzare lavori a più strati (elettronica a cipolla ? electro-onions ?).

Si inizia con un tema che viene presentato e che sembra essere il tema portante del pezzo, ma dopo un po’ entra un altro tema che lo contrappunta ma che in realtà ha la stessa personalità, bellezza e sostanza del primo, e così via. Un sovrapporsi ed alternarsi di temi splendidi che si sviluppano e contrappongono in maniera (quando gli riesce) divina.

E’ quello che accade anche in questa prima traccia del disco dove le tastiere si ammucchiano una sull’altra con grande sapienza nella scelta dei timbri e grande magia nel disegnare le proprie traiettorie. Un brano solare e leggero, un cielo senza nuvole che guarda la gente godere della natura.

Il secondo pilastro sono i 12 minuti (divisi in due parti) di “The box” (che poi altro non è che la metà della versione completa di questo brano/suite pubblicata integralmente solo su singolo) che si aprono con un lungo e tranquillo alap nel quale le tastiere (con un suono che rimanda a strumenti quali il dulcimer a martello o le steel-drum tipiche del calypso) si rincorrono attraverso alcuni temi che non sembrano mai risolversi completamente in quella che si percepisce come una sorta di fuga infinita. Fuga che termina quasi improvvisamente all’inizio della seconda parte dove viene presentato un tema killer che caratterizza la sezione restante del brano. Il pezzo accelera e si trasforma nella colonna sonora di un inseguimento a rotta di collo in un immaginario film poliziesco di Hong Kong (regia di Dante Lam ?) con un crescendo continuo, i bassi che si fanno sentire, le linee melodiche che si sviluppano l’una dentro l’altra come piante in una jungla rigogliosa a disegnare un intreccio verde intenso di bellezza mozzafiato (e che armonie a sottolineare ed enfatizzare il tutto !).

Il terzo pilastro, il più imponente con i suoi 24 minuti, anch’esso diviso in due sezioni, si intitola “Out there somewhere ?“. Parte in sordina con un borbottare cupo e alcune pulsazioni forse debitrici di “Autobahn” (gli Orbital sono nipotini all’MDMA dei Kraftwerk), per poi presentare il primo tema ed iniziare una blanda cavalcata nella quale inizia ad essere sviscerato, contrappuntato, sottolineato, evidenziato. Lentamente vediamo svilupparsi davanti a noi una imponente e variegata costruzione e man mano che i bit accelerano tutto si arricchisce di dettagli, decorazioni, meraviglie e fronzoli di varia natura (voci di donna, effetti speciali, piccoli rumori, ritmi su ritmi, melodie su melodie). Per un attimo tutto si sospende e prendono il sopravvento le ritmiche ma è solo per introdurre il secondo tema “importante” che si sovrappone al primo con perfezione artigianale per quello che è il climax della prima sezione del pezzo. Preceduta da una sezione di sole ritmiche arriva poi la seconda parte caratterizzata da ampie armonie che disegnano voli imprevedibili ed ascese velocissime nell’ormai consueto maelstrom di intrecci e contrappunti.

Una meraviglia.

Gli altri 3 brani del disco sono comunque piacevoli, ma non toccano queste vette (degnamente rappresentate, a mio parere, dalla coloratissima copertina) anche se la bonus track contenuta in questa edizione, tratta dalla colonna sonora del film “The Saint” (1997), è un gioiellino assoluto con la sua trascinante cavalcata verso il cielo.

Dopo “In sides” gli Orbital produrranno ancora tre lavori (il primo dei quali “The middle of nowhere” è l’ultimo CD di questo cofanetto), e, dopo alcuni anni di separazione tra i due fratelli, un nuovo lavoro è attualmente in preparazione, ma per quello che mi riguarda non toccheranno più lo splendido equilibrio di questo disco ed, in particolare, di questi tre brani. Pur avendo sfornato sempre dischi di buona caratura è qui la loro essenza migliore.

Musica elettronica viva.

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