LISA GERRARD & PIETER BOURKE “Duality”, 1998, 4AD

Diciamocelo chiaramente: dopo lo scioglimento dei Dead can dance i lavori solisti dei suoi 2 ex-componenti non è che ci abbiano proprio lasciato soddisfatti. Sia i molti lavori solisti di Lisa Gerrard sia quello di Brendan Perry, pur essendo generalmente lavori dignitosi, non hanno mai raggiunto le qualità e lo spessore dei loro lavori in coppia. Con una eccezione.

Duality” è il secondo disco di Lisa Gerrard dopo la separazione dal suo storico sodale ed è un disco che se la gioca tranquillamente con i migliori lavori dei Dead can dance grazie a tutta una serie di brani dalla composizione ispiratissima e agli arrangiamenti ricchissimi (gli strumenti non sono indicati, ma c’è un florilegio di percussioni, anonimi strumenti a corda e flauti di probabile appartenenza a tradizioni europee e medio-orientali, tastiere quanto basta e poco altro).

Si apre con la maestosa e programmatica “Shadow magnet“, introduzione evocativa con la voce della Gerrard a tessere ricami delicatissimi e sempre più incisivi fino all’ingresso delle percussioni che spostano l’atmosfera nell’Oriente delle mille e una notte in un crescendo che ci trascina in un mondo fatto di danze sinuose, magie arcane, misteri a cui è impossibile sfuggire. Un pezzo che stordisce per troppa bellezza (e sfuma troppo presto…).

Poi, nel suo procedere, “Duality” ci presenta brani dalle atmosfere assai diverse:

brani che mettono in luce le impressionanti qualità della Gerrard (i voli imprevedibili della sua voce su un tappeto di trascinanti percussioni in “Tempest”, i riflessi prismatici della breve “Forest veil” con la sua voce stratificata e sovraincisa sopra percussioni leggere e delicatissime, i toni lunghi e profondi, a metà tra Arvo Part e il canto gregoriano, di “The comforter“, la meravigliosa “The unfolding” dove le voci sovraincise disegnano un paradiso armonico verso il quale altre voci soliste irradiano melodie di una bellezza antica e arcana, la drammatica “Sacrifice“, tappeto di tastiere e la voce che si arrampica piano piano sempre più in alto lasciandoci sempre più a bocca aperta, anche questo uno di quei pezzi magistrali che non possono non emozionarvi nel profondo, lasciarvi sgomentati per l’assoluta eccellenza della proposta),

troviamo poi pezzi che sembrano officiare un misterioso rituale (“Pilgrimage of lost children“: battuta lenta, percussioni profonde, bordone continuo e le voci della Gerrard che sembrano parlarci in una lingua sconosciuta e raccontarci storie provenienti da un passato prima del tempo, un incanto che termina quando se ne è appena gustato pienamente il sapore, ma anche “The circulation of shadows” che sembra evocare processioni di monaci illuminate da fioche torce in una atmosfera venata dalla presenza inquietante degli inquisitori),

per finire con brani addirittura canticchiabili (il singolo virtuale del disco, “The human game“, introduzione delicata con l’arpeggio di un forse-dulcimer sul quale la Gerrard arabesca vocalizzi fino alla partenza di una ritmica, in parte acustica e in parte elettronica, con il canto che si dispiega a tutta forza, addirittura in inglese, in una canzone che si sviluppa in un lungo ed entusiasmante crescendo, la conclusiva “Nadir” che su una ritmica allegrotta sembra, branduardianamente, dire semplicemente “me ne vado“, ma con simpatia).

Un disco compattissimo, senza cadute di tono e strapieno di grande musica. Una musica che pur orecchiando qualcosa dalle grandi tradizioni europee, africane, medio-orientali e orientali, risulta modernissima e personalissima, nella quale la voce di Lisa Gerrard troneggia al centro, fulcro assoluto di tutto il progetto.

Una voce che ci guida verso il Paradiso come Beatrice con Dante.

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