ALVIN LUCIER “Almost New York”, 2010, Pogus productions

Ci sono delle composizioni che hanno l’incredibile capacità di costringerci ad immergerci nel suono, a vivere una esperienza d’ascolto profondissima e totalizzante.
Sono brani che spiccano rispetto agli altri perché ci insegnano COSA significhi ascoltare, cosa possa darci l’esperienza dell’ascoltare.

Per alcuni di coloro che mi leggono sarà familiare uno di questi brani, “Za“, composizione di Franco Battiato per pianoforte, brano di bellezza assoluta e dall’ascolto illuminante. Non lontana dall’estetica di questo capolavoro troviamo una composizione di Alvin Lucier (vi ho già parlato di lui in questo post e in quest’altro articolo) intitolata (magnificamente) “Twonings“.

Questa composizione vede protagonisti un pianoforte e un violoncello (quindi, anche come sonorità, siamo sempre dalle parti di “Za“). La struttura del brano prevede che i due strumenti suonino all’unisono delle note (ben distaccate l’una dall’altra). La cosa particolare, ed interessante, è che il piano è accordato in maniera “normale” (well tempered piano…) mentre il violoncello suona in quella particolare scala chiamata just intonation (chi non la conoscesse può approfondirla cliccando qui) molto amata da Lamonte Young, Terry Riley e tanti compositori moderni per la sua capacità, al limite dello strabiliante, di produrre armonici.

Quello che ci chiede implicitamente questo pezzo è di ascoltare ciò che accade DOPO che le note sono risuonate. Mentre le note decadono, in quello spazio sonoro tra una nota e l’altra al quale normalmente non prestiamo particolare attenzione presi come siamo dal cogliere le melodie e le relazioni tra le note che si susseguono, si verificano tutta una serie di fenomeni acustici (non esplicitamente previsti dal compositore, ma prodotti dal processo innescato dall’autore) che rendono ognuno di questi momenti una piccola epifania. La dove pensavamo non esserci nulla scopriamo esistere un intero mondo di suoni dei quali non supponevamo l’esistenza.

E l’ascoltatore resta lì beato ad osservare ciò che accade completamente immerso nel suono, scoprendo che l’ascolto è abbandono, rapimento, meraviglia, gioia dal più profondo del nostro esistere.

In questo bel doppio CD sono contenuti altri brani oltre a “Twonings“, brani che anche se non al suo livello sono pur sempre di ottima fattura (ma Lucier dal punto di vista della qualità è una garanzia).

Vi troviamo pertanto il brano che titola il disco (per 5 flauti) in cui si ripete l’interazione tra strumenti acustici ed elettronica di cui già vi parlai in uno dei vecchi post su Lucier e “Broken line” (per flauto, piano e vibrafono) concettualmente vicina a “Twonings“, ma a mio parere meno efficace.

Fa eccezione “Coda variations” (per tuba in just intonation), che occupa l’intero secondo CD, che sembra uno di quei pezzi di Wim Mertens nei quali un unico strumento suona paciosamente una serie di note (una alla volta) senza che si capisca bene dove stia andando o cosa stia facendo. Ed esattamente come mi lasciano perplesso i lavori del compositore belga altrettanto dubbioso mi lascia questa composizione di Lucier.

Resta il fatto che, musicalmente parlando,
c’è tutto un mondo (delizioso) intorno.

p.s. Un piccolo consiglio agli amici che curano la annuale rassegnaContemporaneadel romano Parco della Musica: ma cosa aspettate a dedicare ad un artista di questo spessore un ciclo di concerti analogamente a quanto fatto, ad esempio, per Arvo Pärt ?

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