FRANCO BATTIATO “Telesio”, 2011, Sony music

E’ uno strano oggetto questo “Telesio“, quarta opera di Battiato.

Dopo aver ascoltato le registrazioni (abusive) delle rappresentazioni cosentine, dopo aver ascoltato il CD con la versione incisa in Inghilterra insieme alla Royal Philarmonic Orchestra e dopo aver visto il DVD con la versione video dell’opera trovo che sia un oggetto alquanto sfuggente.

Partiamo dal soggetto.

Quest’opera estremizza una tendenza che nei lavori di Battiato sta diventando sempre più evidente: quella di strutturare i suoi lavori attraverso una serie di quadri affastellati senza una vera e propria sequenza logico-narrativa.

Se “Genesi” raccontava una vera e propria storia, e la prima parte del “Gilgamesh” narrava la vita, la morte e le gesta dell’eroe sumero, già dal secondo atto di quest’opera Battiato inizia a mostrarci eventi e personaggi solo blandamente legati tra loro. Con “Il cavaliere dell’intelletto” abbiamo un’opera con dei veri personaggi che si alternano sulla scena ma scompare una vera e propria trama che viene sostituita da una serie di brevi flash che colgono alcuni momenti della vita di Federico II (e la messa in scena risulta, dal punto di vista scenografico, poverissima, imparagonabile con le due opere precedenti).
Questo percorso viene più o meno replicato nella filmografia di Battiato che parte con un film, “Perdutoamor“, che segue la storia del protagonista, prosegue con “Musikanten” in cui il film si spacca in (almeno) due parti diversissime ognuna delle quali si caratterizza come una serie di quadri non legati tra loro, narrativamente, più di tanto, mentre “Niente è come sembra” utilizza una trama-pretesto per mostrarci tutta una serie di scene fondamentalmente autonome.

Con il “Telesio” Battiato mi sembra proseguire questo desiderio di annullamento della trama a favore di tanti pezzetti singoli e indipendenti. Dall’opera scompare qualunque trama e scompaiono pure i personaggi (l’unico è il Telesio interpretato dal bravissimo Giulio Brogi). Sulla scena compaiono Paolo Lopez (e perdonatemi lo sfogo, ma proprio non sopporto i maschi che si presentano con la camicia fuori dai pantaloni…), Divna Ljubojevic e un coro, tutti in abiti borghesi senza che si capisca bene cosa rappresentino.
Sono semplicemente esecutori dello spartito ? Parlano per conto di Telesio ? E perché con vestiti moderni ?

Tra le varie scene non ci sono legami particolari, e se nel libretto iniziale fatto da Manlio Sgalambro si manteneva la prospettiva di un racconto (per quanto strutturato per singole scene senza che tra l’una e l’altra vi fossero particolari continuità), nella versione finale voluta da Battiato questo libretto sembra remixato, ampiamente tagliato e, in buona sostanza, completamente stravolto (basti dire che l’opera doveva mirabilmente iniziare, molto sgalambrianamente, con un poeta, poi scomparso dall’opera, che declamava “Io vivo sul finire del sistema solare…“). L’impressione è che Battiato abbia anche aggiunto di sua iniziativa momenti come l’ “Attende domine” che non si capisce bene come vengano giustificati dal punto di vista della (pseudo)narrazione.
Chissà se queste scelte sono state condivise tra i due o se il filosofo siciliano sia stato messo di fronte al fatto compiuto.

Tengo a precisare che non sono un fanatico della narrazione piana e sequenziale, così come non è che ritenga necessario che all’interno di un opera ci sia una vera e propria storia. Volendo fare un confronto con uno dei massimi esempi di opera moderna, “Einstein on the beach“, anch’esso caratterizzato da assoluta mancanza di narrazione, il “Telesio” sconta, ai miei occhi, una sostanziale debolezza strutturale. Nell’opera minimalista di Philip Glass e Robert Wilson (senza personaggi, senza liriche, nelle sezioni cantate ci si limita a elencare numeri o a solfeggiare note) è proprio la struttura robustissima e il ruolo chiarissimo degli interpreti, unitamente alla qualità delle musiche e del soggetto, a renderla (appunto) un capolavoro dello scorso secolo, mentre qui si ha spesso l’impressione che, forse per il poco tempo a disposizione, Battiato abbia miscelato materiali di varia provenienza in una sequenza sostanzialmente casuale (detto in altre parole: se cambiassimo l’ordine delle scene cambierebbe qualcosa ?).

Ciò, ovviamente, non toglie che all’interno del “Telesio” si trovino dei momenti musicalmente riuscitissimi (Battiato è sempre musicista di impressionante sensibilità): le due versioni della “Danza” ci regalano un Battiato minimalista ispiratissimo (con echi del periodo Ricordi), il “Prologo“, cantato in apertura da Battiato stesso, recupera l’essenza dello Steve Reich degli ultimi anni (quello innamorato della musicalità del semplice parlato, che lui ama dividere in piccole unità dalle quali recuperare l’implicità melodia in esse contenuta), l’ “Attende domine” con il sempre immenso Camisasca, l’iniziale “Il sogno” di breve ma fulminante bellezza, lo spettacolare rincorrersi delle voci nel “Benedictus” (quando può Battiato torna a trovare, e manipolare, i grandi autori del ‘500), i momenti classicamente alla Battiato dove si sfiora con eleganza la canzone per poi subito fuggirne (“Fine del sistema solare“, la romanza fatata “Un amore romano“), insomma questo lavoro è pieno di ottimi momenti, quello che mi sembra latiti è l’unità dell’opera.

Altro punto a favore di questo lavoro è la qualità degli interpreti, dal sopranista Paolo Lopez, alla voce deliziosa di Divna Ljubojevic (prossimamente in concerto all’Auditorium romano Parco della Musica, mi ha fatto piacere aver scoperto solo DOPO aver comprato i biglietti del suo concerto che aveva lavorato nel “Telesio“), le coreografie di Sen Hea Ha e dei suoi danzatori, tutto mi lascia credere che Battiato abbia costruito l’opera, più che su un progetto unitario, studiato a tavolino, mettendo assieme artisti, materiali musicali e testuali di varia provenienza che gli andava di utilizzare indipendentemente dalla coerenza interna del tutto.

Stesso discorso per l’ampio uso di elettronica utilizzata in alcune scene, certamente affascinante ma, almeno al mio occhio, fuori contesto (anche se forse sarebbe più corretto dire che qui il problema è proprio la mancanza del contesto o, perlomeno, la sua evanescenza).

Alla fine l’impressione è che sia l’ascolto del CD l’esperienza più gratificante (in diversi punti MOLTO gratificante) perché e tipico dei dischi avere una coerenza blanda (ogni canzone di uno stesso disco può disvelare orizzonti diversi senza che l’ascolto ne soffra).

Il video dell’opera non è stato (purtroppo) costruito sulle rappresentazioni cosentine, ma unisce le immagini girate per realizzare gli ologrammi con immagini delle registrazioni in studio e rimarca la mancanza di coesione tra le varie scene con un insistito (per me al limite del fastidioso) ricorso alla dissolvenza verso il nero tra una scena e l’altra che spezzetta ulteriormente il tutto e toglie ritmo alle immagini. Qua e la c’è un uso perlomento suggestivo di immagini realizzate al computer (l’inizio del secondo atto), ma nel vedere globalmente questo video mi pare di coglierne una sostanziale irrisolutezza.

Rimane il dubbio che se Battiato avesse dedicato a quest’opera il tempo, le energie e le attenzioni riservate per “Genesi” (parti delle quali addirittura furono provate, in versione asciugata, in diversi concerti semi-clandestini prima della prima) probabilmente ne sarebbe nato un nuovo capolavoro.

In ogni caso un lavoro interessante e il cui ascolto non posso non consigliarvi.

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