CHARLEMAGNE PALESTINE “Schlongo!!!daLUVdrone”, 2000, Organ of Corti

A volte si ha l’impressione che per fare musica meravigliosa basti avere una grande sensibilità, magari per semplice dono naturale, e che basti lasciarsi andare senza troppo pensare alle strutture, alla storia della musica e a tutte quelle influenze che possono determinare l’essenza di una composizione.

Questo pezzo di Palestine, eseguito dal vivo nel 1998, il cui unico strumento utilizzato è un organo a canne suonato dallo stesso Palestine, consta di una sorta di lunghissimo drone, che parte delicatamente e poi, mooooooooolto lentamente, aumenta di intensità.

Giocato praticamente sullo stesso accordo, con minime (ma fondamentali) variazioni lasciate, credo, all’estro dell’autore, questo omaggio alla California degli anni ’60 può suonare simile alle parti d’organo di “M.lle Le Gladiator” di Battiato registrate nella cattedrale di Monreale, ma, rispetto a queste, qui ci muoviamo su sonorità estatiche, rilassate, piene di gioia per l’esistenza e per l’esistente. 74 minuti di toni morbidi (come morbide possono essere le sonorità di un organo a canne) che non saranno rivoluzionari o originali, ma che all’ascolto non possono che conquistarvi e deliziarvi.
In questa performance di Palestine c’è una tale attenzione, una tale consapevolezza del suono e dei suoi effetti, una tale padronanza dell’atmosfera creata che davvero si ha l’impressione che un musicista con queste doti possa suonare, letteralmente, qualunque cosa ottenendone sempre e comunque risultati eccellenti (dal punto di vista di chi ascolta).

Man mano che le pulsazioni aumentano, che le armonie crescono di intensità, che il suono si fa man mano più robusto, l’ascoltatore viene sempre più trasportato altrove, in mondi ideali di pace e amore (e in questo senso il riferimento del brano all’epopea hippy dei tardi anni ’60 è davvero riuscito e non si tratta di una semplice dedica nostalgica), tutta la prima parte comunica questa idea di ascensione con grande energia. Dopo i primi 25 minuti, quando l’organo comincia a spingere con decisione, in certi momenti si ha anche l’impressione di una voce in lontananza che accompagni l’organo, e non si capisce se sia quella di Palestine, un effetto dei riverberi della Hollywood Methodist Church, luogo della registrazione del disco, o se invece quella che ci sembra di ascoltare non sia proprio la NOSTRA voce che all’insaputa della nostra coscienza canta e gioisce insieme a Palestine.

Man mano che passano i minuti la musica, come la marea, sembra sempre di più crescere, entrare in ogni pertugio, delicatamente travolgerci senza che si possa opporre resistenza fino a raggiungere, dopo un’ora abbondante, un climax, il punto idealmente più alto di tutta la performance, per poi, sempre come la marea, lentamente e delicatamente tornare indietro, riprendere la propria dimensione originaria, ma avendo lasciato dietro di sé un mondo radicalmente diverso da quello che aveva trovato.

Perché quando l’acqua rifluisce, lo fa dopo aver cambiato nel profondo le terre che ha attraversato.

E anche se questo non è uno tsunami, vi assicuro che voi non sarete gli stessi dopo aver ascoltato questo mare magnum di armonie e suoni (e sarà dura tornare nel mondo, cosiddetto, reale).

Certamente questa non sarà una pietra miliare della musica del XX secolo, non sarà un pezzo ricordato per aver iniziato chissà quale corrente musicale o aver fatto da spartiacque tra un prima e un dopo, ma vi assicuro che si tratta davvero di un bell’ascolto, uno splendido ascolto.

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