AA.VV. “Ondadrops vol.2”, 2010, Onda rock

Ho una sana avversione per antologie e compilation.

Di norma quando una casa discografica appronta una raccolta di un qualche artista realizza strani mischiamenti in cui unisce i principali successi dell’artista con altre canzoni scelte a caso (almeno così appaiono all’ascoltatore) senza tener conto di alcun filo logico (fosse anche solo quello temporale).

Questa avversione ha però alcune eccezioni. Non mi dispiacciono i sampler delle etichette discografiche, quei dischi che, pescando all’interno del catalogo di una label, cercano, spesso riuscendoci, di descrivere l’essenza del progetto che vi è dietro.  Neanche odio quelle antologie che tentano di raccontare una determinata scena musicale (un classico esempio di questo tipo fu la eno-anaNo New York” in relazione alla cosiddetta no-wave anni ’80 o le nostrane “Balla e difendi” e “Italian posse” che descrissero, bene, l’esplosione del giro rap-reggae nei centri sociali ad inizio ’90).

Appartiene a quest’ultimo genere di antologie, e quindi ve ne parlo volentieri, questo autentico gioiello messo a disposizione dal sito Ondarock e sottotitolato “Take the sounds, turn them into words

L’intento di chi ha selezionato questi brani (25 pezzi per oltre 2 ore di musica) è stato quello di mettere sotto la lente d’ingrandimento tutta una serie di progetti musicali, assai variegati tra loro, che hanno in comune il porsi in una zona borderline tra l’avanguardia colta ed extra-colta e sonorità più vicine all’elettronica di consumo, a certo jazz, a certa ambient più o meno morbida. Musiche a volte non distanti da quell’universo indefinibile e vario chiamato post-rock.

Sono musicisti che non si vestono di una sola casacca, ma che tendono ad utilizzare insieme sia strumentazione elettronica e laptop sia strumenti canonicamente acustici. Musiche che non hanno particolari presunzioni di originalità ma che, allo stesso tempo, realizzano interessanti unioni tra mondi musicali non sempre comunicanti e che, in molti casi, denotano una felicità di scrittura assolutamente notevole.

Tra i brani che mi appaiono particolarmente eccellenti vi voglio segnalare nel primo cd l’iniziale “Günther Anders” degli italiani Port-royal (bel crescendo su battuta ciondolante in un mare di riverberi leggermente sporcati da polvere glitch), la gloriosa “The wave” del bolognese Dedo (brano simile al precedente ma con meno glitch, più circolarità e più tastiere positive), la grande Elisa Luu (a lei prima o poi dovrò dedicare un post esclusivo) qui presente con “Piano 5-1” in cui strumenti acustici e laptop si fondono con la classe di sempre in atmosfere indescrivibili ma ricchissime, le ottime chitarre dai mille riverberi ambient e oltre della “Underground prayer” di Puffin on my side, da Roma, “Perlen, honig oder untergang” con i suoi campionamenti d’archi ricostruiti post-minimalisticamente con l’aiuto del pianoforte dal Bersarin quartett (al secolo Thomas Bucker) e poi, con l’aggiunta di una placida percussione, elevati a colonna sonora immaginaria, l’autunno malinconico di Un vortice di bassa pressione, da Catanzaro, con la sua ambient sporcata da voci campionate non lontana da certe cose di Alva Noto insieme a Ryuichi Sakamoto per una “Why not” di intensa suggestione, le chitarre distorte del romano Nimh, per una lenta, circolare, ascesa segnata da rumori e da voci recitanti che mi ricordano la sezione strumentale di “Aria di rivoluzione” di Battiato.

Nel secondo disco (virtuale) emergono l’elegante e avvolgente glitch-ambient del siciliano Con_cetta, o quella, più fragile ma arricchita dal canto degli uccelli, del greco Dergar, oppure quella immobile, nebbiosa e frusciante di Emanuele Errante con la sua “Later, earlier“, o, ancora, quella acquatica e sognante di “Origin of mirage” della giapponese Shaula.

Troviamo poi la bella progressione per pianoforte ed effetti speciali vintage di Dollboy nel suo “Sinister, Dexter” (a metà tra Jean-Michel Jarre e Berto Pisano), le delicatezze iterative acustiche vagamente maxrichteriane dell’inglese Message to bears nella crepuscolare, ma piena di meraviglia, “New beginning“, la classica ambient-drone del portoghese The beautiful schizophonic che in “Dreaming in the proximity of Mars” evoca esattamente ciò che il titolo indica.

Ma è proprio il giudizio complessivo su questa antologia ad essere positivo, per la qualità media dei brani, per la capacità di indicare a chi non li conosce percorsi musicali assai interessanti, per l’ostinazione degli autori a praticare strade poco battute e, probabilmente, poco commerciali ma di grande dignità e musicalmente validissime.

Chi volesse scaricarla può andare su questa pagina (sperando che al momento del vostro clic sia ancora presente…) dove troverà anche delle dettagliatissime note (come osservo spesso, le produzioni fatte senza fine di lucro e solo per amore della musica tendono ad avere una cura ed una attenzione, anche nell’apparato iconografico di corredo e nelle note testuali, superiore a quello delle produzioni fatte dall’industria discografica vera e propria).

Non saranno artisti trendy (?), ma vi garantiranno ascolti piacevolissimi.

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