TITO RINESI “Verso Levante”, 2012, Levantina records

Il pianoforte è lo strumento principe dell’Occidente. Strumento dalle enormi possibilità, di grande originalità, dalle mille risonanze e dagli infiniti possibili suoni, capace di essere uno e molti allo stesso tempo.

E’ interessante e stimolante la scelta fatta da Rinesi di rielaborare alcuni dei suoi pezzi scritti negli anni passati per questo strumento, di vestire in maniera diversa, e forse più austera, brani che erano nati per ensemble più ampi e sonorità più varie.

Il pianoforte è stato anche lo strumento che nell’Ottocento occupava un posto importantissimo in tante case borghesi in un epoca nella quale, senza radio e senza grammofoni, il principale veicolo di diffusione delle musiche era lo spartito che veniva comprato (o rimediato in maniera più o meno legale… i pirati c’erano già allora) per poi essere eseguito su questi pianoforti casalinghi da tante ragazze di buona famiglia.

Se ci si lascia andare con la fantasia e la memoria non sarà difficile immaginare come in quegli anni, anni di continue scoperte geografiche in cui tante persone si rivestivano dei panni di esploratore o in quelli, più modesti ma sempre poco frequenti, di viaggiatore, tanti uomini e donne tornassero da paesi lontani e dai nomi esotici carichi di ricordi per le cose incredibili che avevano visto, i cibi strani che avevano mangiato e, last but not least, le musiche aliene che avevano avuto la fortuna di ascoltare. Ed è facile immaginare questi viaggiatori occidentali sedersi al pianoforte della loro casa e provare a far risuonare per le orecchie dei presenti quelle strane melodie, quegli strani modi, ascoltati in terre lontane, e, ci scommetto, il risultato sarà stato quello di una musica ibrida, fondamentalmente legata alla cultura occidentale, ma con elementi di disturbo, di straniante bellezza, provenienti da lontano e da un altrove che allora si faceva fatica anche solo ad immaginare.

Tito Rinesi, che da sempre è tra coloro che sviluppano ponti tra l’Europa e le altre tradizioni musicali con attenzione e cura assolute, nel riadattare i suoi brani al solo pianoforte sembra volerci calare nelle atmosfere che vi ho appena descritto. Tutti quei colori, quelle chiare presenze medio-orientali ed asiatiche che spesso riconosciamo nella sua musica, in alcuni dei brani che compongono questo interessante lavoro divengono qualcosa di molto simile al resoconto di un viaggio (il viaggio viene sempre raccontato con la lingua del viaggiatore, per quanto essa possa essersi contaminata con altre culture e altri linguaggi).

Ed ecco quindi l’incanto delle “Arabian nights“, una “Salomè” dalla danza vertiginosa e sensuale, una “Moonsoon” che profuma di doppia classicità (europea ed indiana), una già nota, e bellissima, “Suite della Favorita” che porta con sé gli aromi di quelle tante spezie che rendono unico e speciale il Mediterraneo e le culture che vi si affacciano…

Tutta una serie di brani che giocano tra l’inevitabile matrice europea dell’autore, la sua curiosità verso l’Oriente (e non solo), la sua approfondita conoscenza di culture lontane e questa presenza del pianoforte a determinarne la forma dandogli un timbro di classica occidentalità che è uno degli aspetti originali di questo lavoro (aspetto che molto deve, per la realizzazione di queste specifiche sonorità, a Michele Fedrigotti, già forte presenza nel precedente “Meetings“, che qui riveste un doppio ruolo fondamentale sia per le eccellenti esecuzioni sia per la qualità delle trascrizioni per pianoforte).

E’ un’operazione probabilmente simile a quella che fece, nella parte iniziale del secolo scorso, Thomas de Hartmann trascrivendo per pianoforte (con orecchio inevitabilmente colto-occidentale) le musiche che G.I.Gurdjieff eseguiva, musiche raccolte in giro per il mondo e filtrate attraverso la complessa personalità di questo controverso personaggio.

E non credo sia un caso che le atmosfere evocate da alcuni brani (ancora “Salomè“, la struggente “Tiflis“, uno dei brani più intensi del disco, la “Danza n.2“) non siano affatto distanti dalle composizioni di Gurdjieff/De Hartmann, così come non credo sia un caso che un brano come “Mirra” sia stato pensato come parte della colonna sonora di “La tomba indiana“, kolossal muto del 1924, anch’esso un film a metà tra Oriente e Occidente (ambientato in India, sceneggiato da Fritz Lang).

Naturalmente in questo disco abbiamo anche composizioni che meno risentono delle influenze di altri paesi (Rinesi è compositore dalle influenze variegate e a 360 gradi). E’ questo il caso di molte delle “Sei piccole danze“, tra le quali troviamo le splendide “Danza n.3” e “Danza n.5” (che, pur risalendo al 1989, non sono lontane dai recenti ottimi lavori di Roberto Cacciapaglia), de “La quête” che sembra omaggiare Satie e certo pianismo raffinato a cavallo tra ‘800 e ‘900, della delicatissima “Aurora” dalle magiche risonanze, come scrive Rinesi stesso nelle note ai brani, che occhieggiano a quella musica contemporanea meno ortodossa che ad esse ha dedicato tanti lavori (compreso il Battiato del periodo Ricordi o certi lavori di Lamonte Young o di Charlemagne Palestine), ma con una leggerezza e un’aria bucolica troppo spesso assente da tanta sperimentazione.

Un lavoro che sembra proporsi come ponte/crocevia tra spazi e tempi solo apparentemente lontani.

(per coloro che fossero interessati segnalo che questo lavoro è acquistabile sui principali siti di download legale,  tipo Itunes, ma si possono ordinare delle mooooooolto più interessanti copie fisiche, veri CD e non mp3, direttamente dal sito dell’autore, cliccate qui per andarci, al costo di 15 eurotti comprensivi delle spese di spedizione, se poi volete recuperare anche “Meetings“, ve ne parlai a lungo in questo post, si possono acquistare entrambi con soli 25 euro)

 

p.s. Segnalo anche che nel libretto del cd troverete una sorta di remix/sintesi di questo post come introduzione al disco

 

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