TANGERINE DREAM “Cyclone”, 1978, Virgin

Il grande mistero dei Tangerine dream

Prima parte: “mistero gaudioso”

Ho già spesso accennato alla produzione dei Tangerine dream nella prima metà degli anni ’70 e a quanto oggi sembrino lontani quegli anni.

Dopo “Electronic meditation” (1970), che, per quanto innovativo, era ancora un disco sostanzialmente pop-rock sia nella strumentazione che nell’uso degli strumenti, realizzano una spettacolare trilogia di dischi coraggiosi e assurdi.

Alpha Centauri” (1971), “Zeit” (1972) e “Atem” (1973) sono lavori che non stupiscono tanto per i contenuti, in quegli anni c’erano tanti artisti che producevano dischi con musiche d’avanguardia (nel senso più ampio possibile del termine), quanto per il coraggio di proporre queste musiche al pubblico dei concertoni rock, del progressive in tutte le sue tante facce, a tutti coloro che in quegli anni credevano di poter cambiare il mondo.

Stiamo parlando di musiche semplicemente lontanissime da qualunque aspetto della musica leggera di allora (e di oggi). Niente ritmi, poche percussioni, niente melodie, quasi esclusivamente armonie elettroniche sulle quali le tastiere di allora (tra le altre il magico VCS3) ricamano, borbottano, filtrano, distorcono.

C’è in questi lavori una attenzione per il suono puro e semplice, una delicatezza nelle costruzioni, un gusto per l’innovazione, una gioia di sperimentare (ed anche improvvisare) che li rende davvero speciali, ma resta una scelta felicemente incosciente quella di proporle a chi magari ascoltava i Rolling Stones o Emerson, Lake and Palmer.

Eppure tutto funzionò alla perfezione e i Tangerine dream divennero gruppo di culto e di successo proprio a partire da questi lavori. Segno di tempi davvero diversi (sarebbe un po’ come se oggi Alva Noto o Biosphere fossero delle rock-star e riempissero i palazzetti dello sport…).

Sono tre lavori di grande spessore, ma dovendo scegliere trovo che “Atem” sia il lavoro più equilibrato e godibile a partire dai possenti tamburi che aprono il lungo brano omonimo e per 5 minuti abbondanti sembrano annunciare l’arrivo di qualche sovrano galattico ed invece cedono la scena a una leggera pulsazione di fondo sulla quale iniziano a fiorire suoni timidi e delicati. Con la bravura che all’epoca gli andava riconosciuta i tre Tangerine dream realizzano un misto di improvvisazione e composizione di grande fascino e senza cedere alle lusinghe delle melodie o a quelle del rumore evocano un’atmosfera davvero cosmica (non priva di qualche pennellata ansiogena). Il secondo lato inizia con “Fauni-gena“, struggente panorama bucolico che ben si adatta a descrivere una passeggiata nella natura incontaminata di Pandora (il pianeta dove è ambientato il film “Avatar“), prosegue con “Circulation of events“, sei minuti scarsi di lunghi seriosi toni elettronici in un lento crescendo che li conduce verso una chitarra acustica e rumori vari in sequenze circolari, per poi concludersi con “Wahn” brano atipico a metà tra certa musica contemporanea e il teatro classico giapponese (e nel quale tornano i tamburi possenti dell’inizio).

A questa trilogia spettacolare (che recentemente è stata ristampata con ottime e imponenti bonus-tracks dalla sempre bravissima Esoteric recordings), seguono alcuni dischi dove la formula viene ripresa ma leggermente edulcorata: tra il 1974 e il 1975 escono la celebre “Phaedra“, “Rubycon” e “Ricochet“. Si avverte un aumento della comunicatività in questi LP, ma trattasi di lavori comunque di buon livello il cui difetto principale è forse il fascino dei 3 tedeschi per le nuove tastiere che la tecnologia realizzava e che sottraeva al gruppo quell’artigianalità, quell’estrarre suoni impensati da macchine relativamente primitive, nei quale il trio sembrava essere particolarmente portato.

Interludio: le mani avanti

Devo ora specificare, a mia difesa, non solo che non sono un tipo snob (di quelli che valutano i dischi in maniera inversamente proporzionale al loro successo), ma che non vedo nulla di male in chi fa dischi capaci di conquistare il cuore di grandi masse di persone. Ho apprezzato e condiviso le svolte “popolari” di Battiato o dei Kraftwerk, trovo che all’interno della musica pop ci siano tesori assoluti e porcherie galattiche (come d’altra parte accade all’interno di qualunque genere o scena musicale) e non mi ha mai scandalizzato trovare in testa alle classifiche dei dischi più venduti Le Orme o Laurie Anderson. Insomma: cerco sempre di giudicare un disco o un artista per quello che fa e non tanto per i riscontri che trova (o non trova).

Seconda parte: “mistero doloroso”

A partire dal 1976 i Tangerine dream incominciano a sfornare una serie impressionante di dischi semplicementi orrendi nei quali l’elettronica diventa puro sfoggio delle proprie banali effettistiche, dischi dove i sequencer dominano la scena sonora e la dove c’era sensibilità e originalità troviamo ora kitsch e analfabetismo musicale.

Non mi è mai capitato di vedere in così breve tempo un gruppo di così alto livello ritrovarsi così in basso (i Genesis, ad esempio, hanno fatto dischi di discreta bruttura, ma gli va riconosciuto che il loro è stato un naturale e progressivo degrado, con dischi sempre meno belli in un lento e triste declino, cosa che posso anche non gradire ma che risponde ad una sua logica).

Tra i tanti orrori di quegli anni (e di quelli che verranno dopo…) mi soffermo, per esemplificare, su “Cyclone” (1978).
La line-up del gruppo è per due terzi quella storica (Edgar Froese e Chris Franke) mentre il terzo incomodo in questo disco è Steve Jolliffe (negli anni precedenti c’era Peter Baumann).

E’ possibile che la sostituzione di un componente abbia prodotto il patatrac del gruppo, ma davvero non si sa cosa pensare ascoltando i 3 brani che compongono questo disco.

Si inizia con “Bent cold sidewalk“: dopo una breve introduzione caratterizzata da una voce filtrata elettronicamente parte il pezzo vero e proprio, voci in coro che manco gli Europe, tastiere tronfie, batteria solennemente kitsch, effetti speciali da fiera paesana… nessuna raffinatezza, nessuna ricerca, nessuna sensibilità… a metà brano parte un sequencer che duetta con un flauto traverso e la chitarra effettata per un intermezzo dignitoso (ma niente più, il vuoto di idee si può toccare con mano e solo un po’ di mestiere salva questa sezione, nella quale comunque non mancano i momenti rivoltanti, specialmente quando il flautista incomincia a maltrattare il suo strumento in una deriva machista di cui non si sentiva la mancanza), nel finale, senza un perché, si ritorna al tema iniziale riaffogando il tutto in una atmosfera da luna-park di periferia.

Sfido chiunque a trovare qualcosa in comune tra il gruppo di questo pezzo e quello che solo 3 (tre!) anni prima disegnava scenari innovativi e coraggiosi.

Il disco prosegue con il pop leggerissimo di “Rising runner missed by endless sender“, il brano più breve del disco, che riprende gli stilemi peggiori del pezzo precedente con voci pseudo-espressive che fanno rabbrividire, il disco è inspiegabilmente cantato in inglese, e una melodia scema con un arrangiamento plasticoso. Il terzo (e ultimo) brano, “Madrigal meridian“, è anche il più lungo. Inizia con delle tastiere quasi immobili che lascerebbero ben sperare, ma dopo pochi minuti entrano il sequencer e la chitarra elettrica presto seguite dalla batteria e il pezzo si sposta su climi più ritmati e ballabili. Il pezzo non è distantissimo dalle cavalcate di “Rubycon” o “Ricochet“, ma rispetto a queste si avverte come la struttura sia semplificata, gli assoli degni di certo heavy-metal narcisistico e un po’ tutto il pezzo sembra scritto con la mano sinistra. Non orribile come gli altri 2 pezzi (almeno ci vengono risparmiate le voci), ma certo niente di speciale (e per fare ‘sta cosa hanno utilizzato decine di strumenti e un mare di tastiere…).

Viene da sorridere perché in quello che è il mio personalissimo libro della formazione (musicale), di cui un giorno vi parlerò in dettaglio, “Minimal, trance music e elettronica incolta” di Gaetano e Tomangelo Cappelli, a proposito di Jean-Michel Jarre si scriveva (nel capitolo significativamente intitolato “La macchina della mistificazione“):

“…tronfiamente si vezzeggia il fascino decaduto dei musicanti tedeschi, inseguendone fin nella melma le vuote impennate, infine mostrandone la banalizzazione estrema”.

Alla resa dei conti bisogna onestamente dire che negli anni seguenti la pubblicazione di questo libro Jarre avrà una lunga e dignitosissima carriera con alcune punte di eccellenza (“Zoolook“, “Revolutions“, “Waiting for Cousteau“…) senza mai scadere o produrre paccottiglia, mentre i nostri incensatissimi alfieri della Kosmische Musik non saranno mai più capaci di ritornare a produzioni degne di quelle sopracitate (e quindi ad oggi possiamo dire che in oltre 40 anni di carriera quello che hanno detto di buono si concentra nei primi cinque).

Tutto questo per me resta un mistero incomprensibile.

Che artisti capaci di fare cose così belle con così tanto coraggio si riducano alla caricatura di se stessi per così tanti anni è una cosa che magari qualcuno di voi sarà in grado di spiegarmi, io mi limito a prenderne atto e mi rassegno a rimanere senza risposte.

3 thoughts on “TANGERINE DREAM “Cyclone”, 1978, Virgin

  1. Enrico Bulleri scrive:

    Ma cosa bevi la sera? E mi fermo con questi soli due esempi dalle loro tante colonne sonore successive al 1976 di “Stratosfear” (e capolavori successivi come proprio “Cyclone”, “Force Majeure”, “Tangram”,chi piu’ ne ha ne metta), giustamente, celebratissime e amatissime fino al culto piu’ esaltato. E non soltanto dai cultori e amanti delle colonne sonore per il cinema. Forse odi l’elettronica con i synth, e basta. Mi sa comunque che la produzione magmatica e sconfinata dei TD la conosca molto meglio io di te, e qui sta il problema di un tale sprezzo del ridicolo tutti i gusti sò gusti certo, ma un limite alla scemenza ci vuole, senza nulla togliere al sommo Jean Michel Jarre.

    • AbulQasim scrive:

      Premetto che quelle che scrivo solo solo opinioni e non verità assolute. Sono sicuro di non aver mai ascoltato Sorcerer, mentre potrei aver già dato una chance a Thief, in ogni caso li ascolterò entrambi e con attenzione.
      Resta il fatto che se per te Cyclone è un capolavoro devo immaginare che la nostra idea di bellezza in musica sia alquanto diversa. Io credo di aver argomentato cosa non mi piaccia di questi lavori dei TD, tu invece parli, sicuramente a ragione, di dischi celebratissimi e amatissimi, ma mi sfugge cosa ti entusiasmi in questi lavori.
      Grazie comunque per aver scritto questo commento 🙂

  2. AbulQasim scrive:

    Aggiungo, tanto per non sentirmi l’unico al mondo a non comprendere la bellezza dei Tangerine Dream post-Phaedra alcuni estratti in proposito tratti da “Minimal, trance music e elettronica incolta” di Gaetano e Tomangelo Cappelli.
    “Ci si trastulla quindi a mischiar carte malamente truccate di rock elettronico, alla paccottiglia ingombrante vomitata dai sinth cui impudicamente si estorce la stupidità monotona di Ricochet, o il kitsch allucinante di Stratosphere e Encore che da soli bastano a buttar ombre nefaste sulla gloria passata. […] Froese intanto nei ritagli di tempo che gli restano tra il confezionare orride operine e le riscossioni di miseri “salari della paura” a lui dovuti dal Friedkin de L’esorcista – mai coppia più azzeccata – rimette in sesto il gruppo inserendovi batteria e cantante (sic). Cyclone che della ristrutturazione è il risultato, suona fastidioso quasi quanto Force majeure la cui ridondanza mostra il grado ultimo di scelleratezza oltre il quale sembrerebbe stupido nutrire speranze di redenzione”

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