ENNIO MORRICONE in concerto a Roma, 25/07/2012

La mia generazione (o almeno una sua parte) è cresciuta col mito dell’hi-fi, il mito dello stereo che suonava alla grande, che riusciva a riprodurre nelle nostre camerette il suono con una fedeltà al limite dell’iperreale. E anche senza cadere nel dramma sociale dell’audiofilia (chi la conosce lo sa) era facile trovarsi a discutere con gli amici di come quelle casse suonassero più calde o quella certa puntina fosse capace di rendere il suono più vero del vero.

Poi passano gli anni e un bel giorno ti capita di sentire all’Auditorium Parco della Musica, nella loro sala più prestigiosa, l’Orchestra e il Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia suonare SENZA amplificazione e ti rendi conto che QUEL suono che stai ascoltando (così rotondo, perfetto, pulito, dolce e affascinante) ha poco a che spartire con quello che si sente a casa tua quando metti nel lettore un cd di Mozart o di Glass.

E rimani a bocca aperta, ti ci perdi in questo suono ammaliante. Ti senti, felicemente, un uomo dell’800, che non aveva altra scelta che uscire di casa ed andare in qualche sala da concerto per poter ascoltare queste armonie meravigliose.
E qualunque cosa suoni l’orchestra sei felicissimo di ascoltarla, a maggior ragione se il programma della serata prevede una serie di suite costruite su temi di colonne sonore scritte da Ennio Morricone.

Prima di passare ai dettagli devo premettere (si lo so, excusatio non petita…) che Morricone non si discute, ha scritto tantissima musica di assoluto livello ed è uno di quei rarissimi casi dove quantità si sposa con qualità e fare musica su commissione non significa svendersi al miglior offerente.

Sul palco c’è l’orchestra al gran completo (con due arpe in bella vista…), il coro, maschile e femminile, assai nutrito, Ennio Morricone alla direzione ed alcuni ospiti/solisti d’eccezione. Il programma è strutturato su 6 sezioni all’interno delle quali si susseguono alcuni temi tratti da diverse colonne sonore selezionate sia per affinità musicale sia per analogie nell’atmosfera dei film… le premesse per un concerto spettacolare ci sono tutte.

La prima sezione del concerto (“Fra sogno favola e cronaca“) è dedicata a film assai diversi: si parte con i (meravigliosi!) titoli di “Uccellacci e uccellini” cantati da un Angelo Branduardi sorridente e molto partecipe (tanto da lasciarsi andare alla tentazione di contribuire anche a lui a dirigere l’orchestra) e poi a seguire estratti da “Bugsy“, “Una pura formalità” (ancora Branduardi alla voce) e “Metti una sera a cena“.

Ma è con la seconda che, per quello che mi riguarda, si tocca l’estasi della serata. Due colonne sonore di altrettanti sceneggiati televisivi (stra-ingiustamente considerate minori) quali “Mosè” e “Marco Polo” (del secondo ve ne parlai lungamente in questo post) ci regalano momenti di intensissima liricità con entrambi i temi principali che emergono lentamente (ma con un vivo e vibrante crescendo) da una introduzione delicatissima. Temi dalla melodia morriconiana doc che troppo sono stati dimenticati e che trovano in questa nuova dimensione orchestral-sinfonica nuova linfa e nuova dignità.

Per chiudere la prima parte del concerto Morricone va sul sicuro e recupera alcuni temi da “Il buono, il brutto e il cattivo“, “C’era una volta il West” e “Giù la testa” chiudendo con una bella versione di un tema grandioso (e in parte, anche questo, dimenticato) come “L’estasi dell’oro” (per ragioni misteriose capita spesso che di una intera colonna sonora sia il tema legato ai titoli iniziali del film quello che più si sedimenta nella memoria popolare a discapito di altri temi, magari molto più belli, che vengono presentati più avanti…).

Dopo un breve intervallo il concerto è ripreso con altre 3 suite che hanno utilizzato temi del Morricone (relativamente) più recente (anni ’90) tratti da “Un delitto italiano“, “La città della gioia” e “Nostromo” per poi chiudere con una suite intitolata “Cinema tragico, lirico, epico” in cui ha recuperato temi da “Il deserto dei tartari“, quelli scritti per la sonorizzazione del “Riccardo III” (muto del 1912), per poi chiudere con un altro classico, “Mission“, il cui maestoso “On Earth as it is in Heaven” benissimo si è prestato per concludere intensamente (e davvero epicamente) un concerto bello come questo.

Ma Abul non sarebbe Abul se non indicasse alcune cose che non lo hanno convinto di questa serata (perdonatelo, ma proprio non riesce a stare zitto).

Da ascoltatore devo dire che le riorchestrazioni dei pezzi che ha fatto Morricone non mi hanno sempre convinto, in particolare mi è sembrato che in alcuni casi il Maestro non abbia tenuto conto dei corretti livelli sonori tra i vari strumenti e (di fatto) gli strumenti solisti (ad esempio il violoncello del “Marco Polo“) si siano un po’ persi, sommersi dall’orchestra che pompava a tutto volume. Molte volte meno è meglio, e se si vuole dare enfasi ad uno strumento rispetto all’orchestra bisogna fare in modo che il volume sonoro sia adeguato a questa esigenza. In altri casi invece (particolarmente nel tema principale de “Il buono, il brutto e il cattivo“) ho trovato discutibile orchestrare per orchestra (scusate il gioco di parole) brani la cui espressività è fortemente legata agli strumenti utilizzati a suo tempo per le colonne sonore originali.

Nei primi anni della sua collaborazione con Sergio Leone Morricone è riuscito a creare un determinato e molto riconoscibile “sound” (il fischio di Alessandroni, la chitarra, certe percussioni, un certo uso delle voci maschili…) che nulla aveva a che spartire con le musiche del Far West ma che, nonostante ciò, perfettamente rappresentava l’atmosfera di quei villaggi assolati e polverosi raccontati da Leone. Prendere questi temi e sostituire gli strumenti originali con archi e legni normalizza questi pezzi e li rende, perlomeno, inoffensivi privandoli di quella spessa carica evocativa che possedevano.

Qualche dubbio anche sulla scelta dei solisti, non tanto per Branduardi che se la cava discretamente su “Uccellacci e uccellini” e tentenna un pochino per “Ricordare” (meglio eseguito nel primo dei bis), quanto per il violoncello di Luigi Piovano (qualche insicurezza di troppo che da un musicista del suo calibro non ti aspetti) e per la voce della soprano Susanna Rigacci che risulta troppo ingessata per non perdere (e alla grande) il paragone con Edda Dell’Orso, straordinaria e indimenticata interprete femminile di tanti temi morriconiani.

Ma quel che resta è il ricordo di grandi musiche, di una gran bella serata e di suoni meravigliosi che hanno rinfrescato una delle tante (troppe…) calde serate romane di questa estate 2012.

Questo post è dedicato a Fiorella che, casualmente seduta accanto a me, mi ha rievocato quei giorni incredibili in cui lei, e gli altri componenti dei Cantori Moderni di Alessandroni, incidevano queste colonne sonore e, non so con quanta consapevolezza, contribuivano a scrivere pagine memorabili della storia della musica italiana (e non solo).

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...