CLUSTER “II”, 1972, Brain

Il pregiudizio è una brutta malattia, molto difficile da estirpare.

Come sapete mi interesso alla scena elettronica tedesca a partire dalla seconda metà degli anni ’70 e da allora, in tempi diversi, ho ascoltato, apprezzato e comprato dischi dei Kraftwerk, dei Tangerine dream, dei Popol Vuh, dei Neu!, degli Ash Ra Tempel, dei Faust e via cantando.

Ma chissà perché non ho mai approfondito i Cluster (nemmeno nella loro precedente incarnazione denominata Kluster).
Forse qualche cattiva recensione, forse qualche amico/conoscente che me li aveva descritti come poco interessanti… non so bene il perché, ma ero assolutamente restìo a comprare qualcosa di loro.

E fin qui son cose che capitano un po’ a tutti.

Ma dovete anche sapere che già negli anni ’80 avevo apprezzato la loro doppia collaborazione con Brian Eno (“Cluster & Eno” e “After the heat“) e pure avevo adorato quella con Michael Rother (insieme al fondatore dei Neu! avevano creato il supergruppo Harmonia) concretatasi nei 2 dischi in studio “Musik von Harmonia” e “Harmonia deluxe” e poi allargatasi a Brian Eno nel progetto Harmonia 76 (e recentemente nobilitata da un live postumo di grande bellezza di cui vi parlai in questo post).

Nonostante tutte queste avvisaglie non solo non avevo mai comprato niente di loro, ma neanche avevo provato a scaricare qualche loro disco tanto per assaggiarlo. Purtroppo il pregiudizio mi avvolgeva con le sue spire mortali.

Fortuna vuole che qualche tempo fa il mio storico compagno di merende Stefano (detto il Quaglia) preso da una specie di kraut-trip mi abbia sollecitato fortemente ad ascoltare alcune cose loro ed ecco, d’improvviso, che mi scoppia un vero e proprio innamoramento per queste musiche e, fra il non molto che ho ascoltato finora, in particolare per il loro secondo lavoro a nome Cluster che è un disco di grandissimo e ipnotico fascino.

Pubblicato in pieno boom krauto-cosmico (nello stesso anno, tanto per dire, uscirono il clamoroso primo dei Neu!, “Zeit” dei Tangerine dream, “Hosianna mantra” dei Popol Vuh, “Schwingungen” di Ash Ra Tempel, l’esordio solista di Klaus Schulze e il disco di Tony Conrad con i Faust) questo LP si segnala per un uso molto interessante della ripetizione e delle macchine analogiche in quello che appare come una sorta di minimalismo inconsapevole e incolto (ma non è affatto detto che i componenti del gruppo, Dieter Moebius e Hans-Joachim Roedelius, con un partecipe Conrad Plank dietro le quinte, non conoscessero e apprezzassero già da allora i minimalisti americani), una musica deliziosamente trasversale che nella sua iteratività presenta richiami anche al rock e alla tradizione pop che da sempre ha nelle sue fondamenta la semplicità e la ripetitività.

Il disco contiene 6 tracce tra le quali le più interessanti mi sembrano essere le due più lunghe (ai limiti del quarto d’ora), “Im süden” (breve pattern di chitarra straziata ripetuto ad libitum sul quale si inseriscono altre chitarre e le tastiere a realizzare una specie di arabesco distorto e, spesso, rumoroso) e l’autoesplicativa “Live in der fabrik” (partenza soffusa con rumorini ed effetti speciali per poi lentamente far emergere delle sequenze e delle frequenze sempre più incalzanti e frementi in un crescendo incredibilmente ipnotico e pulsante fino ad un meraviglioso sfinimento), tracce nelle quali ben si mostra la bravura del gruppo nel costruire brevi sequenze melodico-ritmiche che, ripetute in maniera insistita, creano l’ossatura del brano sul quale poi intervengono con colori e sonorità frutto della loro personale ricerca sulle macchine (e possiamo immaginare quanto potesse essere affascinante ed eccitante, all’epoca, ricavare da queste tastiere relativamente primitive suoni letteralmente inauditi…).

Trovo anche molto affascinanti i borbottìi di “Plas“, dove la base è costituita da sonorità al limite dell’industrial e su queste si stratificano tutta una serie di altri suoni (tastiere e chitarra elettrica) tutti basati su una circolarità che non diventa mai ossessione ma che, dopo essersi presentata e fatta riconoscibile, lascia il posto ad altri suoni ugualmente circolari in una continua deposizione di materiali nuovi su materiali vecchi, e trovo pure incantevoli i suoni d’organo di “Georgel“, liquidi, immobili e psichedelici,.

Nei primissimi anni ’70 quello della musica elettronica al di fuori delle accademie e dei centri di ricerca era un territorio abbastanza vergine. Esplorare le potenzialità dei primi sintetizzatori (a volte contribuendo direttamente al loro sviluppo tecnologico) è stata una cosa che hanno fatto in tanti (da noi brillò per fantasia e dedizione Franco Battiato), ma mi sembra di poter dire che i Cluster siano stati tra i più acuti, curiosi ed efficaci in questo tipo di attività al pari (o quasi) con i giganti del ramo (a mio parere Tangerine dream e Kraftwerk). Se a queste capacità aggiungiamo una squisita sensibilità musicale e l’istintivo creare musiche prive di retorica e allo stesso tempo ammalianti capirete bene quale spessore abbiano questo ed altri lavori.

Per quello che mi riguarda,
meglio tardi che mai.

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