PHILIP GLASS & RAVI SHANKAR “Passages”, 1990, Private music

La fine del 2012 ha portato, tra gli altri, due lutti piuttosto importanti per la musica. Di uno si è parlato diffusamente, dell’altro se n’è trovata qualche vaghissima traccia in giro per la rete. Dedicherò un post ad entrambi i musicisti iniziando da quello più famoso e celebrato.

Con Ravi Shankar non è scomparso soltanto un musicista, un ottimo interprete del sitar, un autore di tanta musica nuova e moderna fortemente radicata nella tradizione classica indiana. Con lui scompare un formidabile divulgatore della musica indiana ed il principale responsabile della notorietà che ebbe questa musica in Occidente negli anni ’60 (e che continua ancora ai giorni nostri).

Oggi può sembrare incredibile, ma ancora negli anni ’60 la musica indiana era nota solo ad una piccolissima élite di musicologi ed esperti di musiche non-occidentali, mentre il grosso dei consumatori di musica e degli stessi musicisti occidentali non la conosceva affatto. Fu questo signore ad imporla all’attenzione di noi tutti tramite un’incessante opera di divulgazione effettuata sia attraverso concerti ed apparizioni televisive, in Europa e in America, sia “conquistando” l’attenzione e l’interesse di musicisti celebrati (su tutti, inevitabilmente, George Harrison ed i Beatles). Se oggi è possibile con relativa facilità comprare dischi di musica indiana, se oggi posso pronunciare la parola raga senza venire guardato come un marziano, gran parte del merito è di questo autentico ambasciatore della cultura musicale dell’India. E, retrospettivamente, è un merito enorme (come è merito enorme quello di tutti quei tanti musicisti che hanno cercato di costruire ponti tra culture diverse, promuovendo incroci e meticciati).

Non è un caso che tra i suoi tanti dischi, quelli a me più cari non sono quelli contenenti i tradizionali raga indiani, di cui pure è stato grande interprete, quanto due collaborazioni illustri: quella con Yehudi Menuhin (“West meets East“, un grande violinista classico occidentale e un grande sitarista indiano provano a trovare i punti di contatto tra queste due straordinarie tradizioni già nei lontani anni ’60) e quella con Philip Glass. Ed è di quest’ultima che vi voglio parlare.

Glass e Shankar si incrociano la prima volta quando quest’ultimo sta realizzando la colonna sonora del film di Conrad RooksChappaqua” (film incredibile, psichedelico e molto difuorista). Glass si occupa di trascrivere sullo spartito le composizioni di Shankar, ma per lui questa collaborazione sarà qualcosa di importantissimo, una vera e propria epifania. Vedendo lavorare il maestro indiano incomincia a intravedere un modo completamente nuovo e diverso di comporre e di pensare la musica (rispetto a quanto da lui studiato in Accademia) che lo porterà in tempi rapidissimi ad abbandonare l’approccio fin lì usato per la composizione ed a cambiare stile per produrre i suoi primi lavori ascrivibili a quello che poi verrà chiamato minimalismo.

Passages

Ad un quarto di secolo da questo primissimo incontro Glass e Shankar decidono di realizzare un disco assieme ed escogitano un modus operandi molto particolare: ognuno consegna all’altro due temi affidandogli anche lo sviluppo e l’arrangiamento degli stessi. Le sei tracce del disco conterranno pertanto due composizioni di Glass realizzate a partire dal materiale fornito da Shankar (ed eseguite da musicisti occidentali), due composizioni di Shankar realizzate a partire dal materiale fornito da Glass (eseguiti anche da musicisti indiani), più due tracce realizzate in proprio dai due musicisti.

Il risultato è qualcosa di diverso da tutto quello che i due abbiano mai fatto ed il disco appare davvero come appartenente ad entrambi, senza che nessuno dei due prevalga, in una sintesi potente e affascinante.

Offering” è il primo dei due brani in cui Glass arrangia e interpreta Shankar, ed è subito vertigine. La strumentazione è occidentale (archi e fiati in evidenza), ma l’atmosfera richiama chiaramente l’India mentre certe reiterazioni, soprattutto dei violoncelli, richiamano il Glass più meditativo. Quando il brano accelera e aumentano le ripetizioni davvero non si sa più cosa stiamo ascoltando, rapiti da un suono che ci è familiare e straniero allo stesso tempo. Solo nella terza parte del brano la metamorfosi verso lo stile glassiano si compie pienamente manifestandosi in una sezione dove il modo minimalista prende il sopravvento in quello che è forse un delizioso esercizio di stile pienamente riuscito.
L’altro brano concepito in questo modo è “Meetings along the edge” e anch’esso vede Glass piegare il proprio stile verso un’atmosfera nella quale le complesse melodie di Shankar si insinuano in maniera molto naturale nelle strutture glassiane creando un brano che brilla per la capacità di trascinarci con sé forte dei suoi ritmi rapidissimi e dei suoi contrappunti micidiali.

L’altra faccia della medaglia sono i due brani in cui Shankar, ed i suoi musicisti, lavorano sui temi di Glass ovvero la seconda traccia, “Sadhanipa“, (intro calma ed evocativa che subito lascia spazio al sitar che ripete, molto minimalisticamente, brevi e semplici frasi melodiche con gli altri strumenti che portano presto il brano verso suoni decisamente più vicini all’India che agli USA, in un brano che, pur essendo estremamente godibile, risente solo marginalmente del compositore americano) e la quarta, “Ragas in minor scale” (con, in particolare, il sarod e il sitar piuttosto vicini all’estetica glassiana e i flauti a remare verso il subcontinente indiano, in un pezzo che meglio dell’altro, anche per la presenza degli archi, disegna improbabili quanto affascinanti vie di mezzo tra Oriente e Occidente).

Restano i due brani autonomi, “Channels and winds” di Glass (classicamente suo con in bella vista la voce di Jeanie Gagne) e la conclusiva, bellissima ed inafferrabile, “Prashanti” di Shankar, con un uso delle voci molto interessante nella prima parte (affidata al Madras Choir Orchestral group) e semplicemente entusiasmante nella seconda parte (dove canta lo stesso Ravi Shankar supportato da S.P. Balasubramanyam) prima con le voci che corrono a velocità folle e poi, nella sezione conclusiva, con ritmi molto più lenti intonando melodie di estrema delicatezza.

I due stavano progettando un sequel di questa opera, e non so dirvi se i lavori fossero abbastanza avanti da poterci regalare nuovi passaggi, ma questo disco resta valida testimonianza del valore di due grandi artisti e di come le musiche dovrebbero cercarsi ed inseguirsi, senza rimanere sempre e solo chiuse dietro alti, e fin troppo comodi, steccati.

Advertisements

One thought on “PHILIP GLASS & RAVI SHANKAR “Passages”, 1990, Private music

  1. […] ora ad un quadruplo (!) CD contenente 6 LP di Ravi Shankar (cliccate qua per leggere come lo ricordai in occasione della sua morte) relativi ai suoi esordi discografici […]

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...