FREDERIC RZEWSKI, “Attica/Coming together/Les moutons de panurge”, 1974, Opus one

Altro gioiello minimalista incomprensibilmente dimenticato e mai ristampato.

Frederic Rzewski (non chiedetemi la pronuncia) in realtà non sarebbe un pianista e compositore particolarmente ascrivibile all’universo minimalista o post-minimalista. Di norma si è mosso su coordinate più libere, vicine alla musica contemporanea o all’universo trasversalissimo legato alla Lovely music. Per quello che ne so nella sua lunga ed interessante attività artistica questo lavoro rappresenta un unicum, ma un unicum di grande interesse.

attica

Il disco in questione uscì nel 1974 per la rimpianta Opus One (parlammo già di lei in questo post), al suo interno figuravano 3 brani composti e incisi in precedenza.

L’intero lato A era occupato da “Coming together“, a mio parere il pezzo più interessante del lotto. Alla base di tutto ci sono delle frasi di pianoforte ripetute con insistenza e su una ritmica incalzante (con l’apporto fondamentale del basso di Richard Youngstein). Su questa base Steve Ben Israel recita circolarmente (nel senso che quando il testo termina lui ricomincia dall’inizio) un estratto da una lettera di Sam Melville. Tutt’intorno si muovono gli altri strumenti: alcuni disegnando ampie armonie (la viola di Joan Kalisch, il trombone di Garrett List,il sassofono di Jon Gibson), altri ripetendo frasi simili a quella del pianoforte (il vibrafono di Karl Berger, le tastiere di Alvin Curran). Il pezzo ha una forte andatura carsica, alternando momenti più intensi ad altri più rilassati, ma ciò che lo caratterizza e gli da fortissima personalità è la clamorosa drammaticità che il testo recitato e la qualità della recitazione danno all’ascolto. Laddove normalmente nei lavori di Reich o Glass le voci sono utilizzate o come strumenti o come recitati inespressivi (vedi l’ “Einstein on the beach” di Glass o la sua “Music in 12 parts“) qui si tenta, con successo, di innestare su una musica relativamente rigida il calore intenso di un testo la cui storia merita di essere narrata, perché questo disco è forse il lavoro più esplicitamente politico realizzato in ambito di minimal music.

Sam Melville era un terrorista, condannato per una serie di attentati ad uffici governativi americani, detenuto nel carcere di Attica. Nel settembre 1971 ci fu una rivolta all’interno del carcere, rivolta che, alcuni giorni dopo, verrà sedata con la forza provocando una quarantina di vittime (non solo tra i carcerati) tra le quali lo stesso Melville. Nel testo recitato Melville, riferendosi alla sua prigionia ad Attica, fa delle considerazioni su come scorra il tempo e su come influisca su di lui la vita in carcere.

Questa composizione, che lascia parecchia libertà agli esecutori, in questa versione risulta straordinariamente coinvolgente ed è davvero una splendida eccezione nel mare magnum del minimalismo.

Il secondo brano, molto più breve, “Attica” è, a tutti gli effetti, un epilogo del primo del quale riprende la strumentazione e i musicisti (unica eccezione Alvin Curran che si sposta dal sintetizzatore alla tromba), la struttura e il tema. Questa volta il breve testo recitato, sempre da Steve Ben Israel, è di Richard X. Clark (anche lui detenuto ad Attica) ed è tratto da un articolo di giornale nel quale gli chiedevano cosa provasse vedendo la sua ex-prigione dall’esterno. Musicalmente questo è un pezzo molto più meditativo, lento e di atmosfera rilassata, qualcosa di non lontano dall’espressione “la calma dopo la tempesta” ed è il degnissimo compendio all’intensità del brano precedente.

Chiude il disco “Les moutons de panurge“, brano senza particolari intenzioni politiche (ma quelli erano anni in cui gli USA, come e più dell’Europa, vedevano una conflittualità interna post-sessantottina molto forte che non poteva non riverberarsi nei lavori dei musicisti più coraggiosi ed innovativi) affidato al Blackearth percussion group (percussioni, vibrafono, xilofono, marimbe e via cantando) per un pezzo a metà tra minimalismo e gamelan indonesiano. E’ un brano che non mi ha mai convinto al 100% anche se, recentemente, ne ho ascoltato una versione per pianoforti molto più interessante e riuscita di questa.

Un disco imperdonabilmente lasciato all’oblìo.

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