LAURIE SPIEGEL, “The expanding universe”, 2012, Unseen worlds

Quando nel 1980 la Philo records pubblica questo disco di Laurie Spiegel in pochi si accorgono della bellezza e della qualità di queste composizioni. Negli anni però, nonostante Internet non ci fosse ancora, è lentamente cresciuta la stima verso questo lavoro molto interessante culminata con la ristampa in CD, ad opera della attenta Unseen worlds, nella quale l’universo in espansione della Spiegel si è ulteriormente allargato raggiungendo l’ordine del doppio CD grazie alle 15 tracce inedite (ma sempre risalenti allo stesso periodo) che si sono aggiunte alle 4 originali.

I lavori contenuti in questa riedizione vanno datati verso la metà degli anni ’70, quando l’autrice era particolarmente interessata all’interazione tra i primi computer (per i quali scriveva programmi appositi) e i sintetizzatori dell’epoca. Il risultato di tutto ciò lo si può ascoltare in questo disco, e sono musiche che non hanno la rigidità che vi potreste aspettare, ma che, anzi, utilizzano le macchine elettroniche in maniera molto fantasiosa e libera.

R-3866978-1347449412-9699Partiamo dai brani che componevano l’LP originale: l’iniziale “Patchwork” è un brano che nelle cellule melodiche ossessivamente ripetute ricorda molto il Glass dei primi ’70, ma da queste cellule parte presto per la tangente sviluppando temi e incroci tanto improbabili quanto piacevoli con sonorità che mi ricordano molto quelle dei primi Kraftwerk (soprattutto quelli di “Ralf & Florian“). “Old wave” si muove invece su ritmi inesistenti, con toni lunghi e prolungati (ma siamo lontani dall’ambient, forse più vicini a certa elettronica incolta meditativa) che sembrano evocare una lunga e stupita espressione di meraviglia per qualcosa. Anche il terzo brano, “Pentachrome” si muove su coordinate meditative, e pare confermare questa strana equazione per la quale sommando l’ispirazione minimalista con l’ingegneria del software musicale si toccano lidi non dissimili da quelli di certi corrieri cosmici (qui qualche assonanza con i primi Cluster) con un gusto per il rumore e qualche dissonanza che donano calore al suono dei sintetizzatori. Il centro del disco era (ed è) però il brano che lo titolava che, con la sua mezzora, occupava l’intero lato B dell’LP originale. Parte con un lento crescendo vagamente Tangerine Dream (quelli buoni…) sul quale si affacciano pulsazioni profonde e armonie immobili ad arricchirne la trama dando una idea di (lentissima) circolarità musicale davvero molto interessante e seducente (e minimalista).

Le molte tracce inedite, spesso più brevi e forse meno compiute delle altre, si muovono sulla falsariga dei brani originali. Segnalo, tra i pezzi che mi sembrano più convincenti, quelli come “A folk study” o “East river dawn” in cui ritornano i ritmi e le cellule glassianeggianti del brano iniziale in composizioni che sono (lo so, l’espressione è abusata) dei caleidoscopi di micro-temi che si incrociano, giustappongono, scontrano tra loro sfruttando al meglio le potenzialità matematiche date dalla scrittura di software musicali, ma anche il più meditativo “The unquestioned answer” (elettroniche lentamente gocciolanti) e la conclusiva ipnotica e apocalittica “Wandering in our times” i cui lunghi toni sono eternamente indecisi tra l’ascendere e il precipitare.

Una felice riscoperta.

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