STORMY SIX, “Un biglietto del tram”, 1975, L’Orchestra

Ci sono dischi che riescono nell’impresa di coniugare al meglio universi se non opposti, perlomeno molto distanti. In particolare non capita spesso di riuscire ad unire in un medesimo lavoro impegno politico, complessità compositiva e orecchiabilità/cantabilità delle canzoni.
Questo miracolo è riuscito agli Stormy Six. Era il 1975 e questa meraviglia di equilibrio e di sostanza si intitolava “Un biglietto del tram“.

Un biglietto del tram

Nove canzoni, strumentazione sostanzialmente acustica (con largo spazio affidato a strumenti meno usuali quali mandola, mandolino, balalajka), testi schierati ed appassionati, echi prog e folk calati in una dimensione da canzone canonica (ci muoviamo sempre nell’ordine dei 4 o 5 minuti a canzone).

Si apre con una accoppiata che fece epoca: “Stalingrado” e “La fabbrica“, due brani con il primo che scivola naturalmente nel secondo senza soluzione di continuità, a soffermarsi su due episodi della seconda guerra mondiale lontani nello spazio ma uniti da una comune battaglia. Nel primo si racconta, ovviamente, della resistenza dolorosa di Stalingrado all’avanzata nazista (nella musica qualche pennellata russa per un brano trascinante dove il violino di Carlo De Martini recita il ruolo del protagonista librandosi in improvvisazioni vorticose, uno di quei brani che per la loro forza espressiva erano dei must per le radio del movimento negli anni ’70), nel secondo si narra l’insurrezione delle fabbriche di Torino che, in piena occupazione, organizzarono e realizzarono uno sciopero antifascista.
Argomento circoscritto, scrittura felicemente ispirata, energia da vendere… è l’inizio di un disco che non cede mai di un millimetro e per tutta la sua durata unisce musiche raffinate e ricercate (ma sempre, lo ribadisco, amabilmente cantabili) a testi che esaltano l’antifascismo e la resistenza all’occupante e alla dittatura.

Il disco prosegue con l’ironica “Arrivano gli americani” (che si permette un excursus strumentale pregevolissimo tra country e cabaret), “8 settembre” (dalle arditissime dissonanze che sfociano in una ballatona ancora col violino protagonista), il capolavoro “Nuvole a Vinca” (ombre di De Andrè per il racconto di vite perse e ferite lungo la Linea Gotica), la classica “Dante Di Nanni” (tra le loro composizioni più famose, musicalmente uno dei pezzi più canonici del disco) subito seguita dall’altro ritratto di partigiano “Gianfranco Mattei“, vagamente branduardiana nelle (belle) sezioni strumentali.
Chiudono il disco la malinconica “La sepoltura dei morti” e “Un biglietto del tram” (forse il brano più ardito musicalmente).

I testi, vale la pena di ribadirlo, sfuggono la retorica per gettarsi con passione sulla Resistenza non solo per celebrarla quanto per ribadirne l’attualità e la valenza storico-politica.
Dopo questo disco gli Stormy six evolveranno il loro suono in direzioni più avant-prog e (forse) più raffinate ed originali, ma non saranno più in grado, se non episodicamente, di ritrovare l’equilibrio che segna questo lavoro capace di battere sul suo stesso terreno tanta canzone (cosiddetta) impegnata spesso incapace di sviluppare trame sonore che sfuggissero la banalità musicale.

La quadratura del cerchio.

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