STEPHAN MATHIEU, “Radioland”, 2009, Die Schachtel

Per parlare di questo disco partiamo dalle (scarnissime) note di copertina. Dice l’autore, riguardo la genesi e la realizzazione di questo lavoro: “Radioland is exclusively based on realtime processed shortwave radio signals, received, transformed and recorded on various locations“.
E in effetti dice più o meno tutto quello che c’è da dire.

333Ce lo immaginiamo di notte, in campagne poco frequentate, magari non lontano da un caminetto, ricevere questi segnali sulle onde corte e processarli secondo il suo gusto musicale e la sua sensibilità. Ed il risultato è una musica molto intrigante, lenta e mutevole come nelle più classiche realizzazioni ambient, con però una tendenza al microdisturbo, allo sfrigolare, che rende i suoni un pizzico meno digeribili del solito, e, seppure ci avvolgono in spirali ipnotiche, ridestano continuamente la nostra attenzione.

Il disco si apre con i dieci minuti di “Raphael” e ci accoglie con questi suoni che potrebbero davvero provenire da qualche paradiso popolato da arcangeli, suoni elettronici ma molto vivi, mai freddi, casomai potremmo definirli alteri, evocanti certa lenta levitazione di immaginarie macchine futuribili che spesso incontriamo nei film di fantascienza.
Seguono altri due arcangeli: “Gabriel” (immobile, sembra guardarsi attorno, con la musica che lentamente si diffonde tutto intorno a noi, come litri di olio versati in uno spazio tridimensionale) e “Michael” (anch’esso immobile, ma più oscuro, con un sottofondo molto particolare di suoni lontani ed energia elettrica che frigge ostinatamente).

Tre brani da gustare con attenzione, passione e soddisfazione.

A questi brani più lunghi seguono altri brani un pochino più brevi tra i quali spiccano la serena passeggiata sotto le (radio)stelle di “Promenade” (pulsare und quasare), il sussurrare nascosto di “Licht und finsternis zum auge” con le sue frequenze che si inseguono sopra la nostra testa come insetti attirati dalla luce di una lampada aumentando continuamente di numero, e la conclusiva (?), e bellissima, “Prolog in himmel” che parte più violenta degli altri pezzi, ma poi disvela presenze vocali paradisiache (ma sempre in uno strano limbo tra l’essere e il non essere), fantasmi di voci colte chissà come che elargiscono sonorità davvero celesti (sempre sopra un sottofondo eternamente sfrigolante e senza pace).
Tra le cose migliori ascoltate in questi ambiti negli ultimi anni (e mi fa piacere che sia stato pubblicato dalla nostrana Die Schachtel).

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Elektronenklange aus dem Radioland. 😉

p.s. Esiste anche una versione dal vivo intitolata “Radioland (Panorámica)” ugualmente interessante ma, a mio parere, meno riuscita rispetto a questa edizione.

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