FRANCESCO MESSINA & RAUL LOVISONI, “Prati bagnati del Monte Analogo”, 2013, Die Schachtel

Sembra incredibile che, tra i pur tantissimi dischi prodotti negli anni ’70 dalla Cramps e già ristampati in digitale, uno dei pochi a mancare all’appello fosse proprio questo superbo lavoro a 4 mani di Lovisoni e Messina. Fortunatamente ci hanno pensato i ragazzi di Die Schachtel a colmare il vuoto, per giunta realizzando una splendida riedizione che sfiora la perfezione sotto ogni punto di vista.

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Siamo (eravamo) alla fine degli anni ’70. La Cramps realizza una piccola collana (senza nome) curata da Battiato e caratterizzata graficamente in maniera molto omogenea. “Prati bagnati…” è uno di questi: due facciate divise equamente tra i due autori.

Sul primo lato c’è l’esordio discografico di Francesco Messina (che poi è il brano che titola l’album), una lunga traccia strumentale (oltre 23 minuti), nella quale gli arpeggi del pianoforte (il sempre grande Michele Fedrigotti) si intrecciano con i lunghi toni delle tastiere gestite da Messina stesso in un lavoro miracolosamente in bilico tra l’ambient di Eno e “L’Egitto prima delle sabbie“, tra minimalismo ed elettronica sognante. Uno di quei brani nei quali la dote principale è l’equilibrio delle componenti, l’assoluta chiarezza con la quale il suono emerge dagli strumenti e si diffonde nell’aria. Un brano che per la sua fragilità cristallina avrebbe meritato (ai tempi) una impossibile registrazione digitale e sul quale pesa la qualità della registrazione originale e l’usura del nastro (nonostante si sia fatto il possibile per restaurare al meglio i nastri e digitalizzarli in maniera estremamente accurata e professionale).

Sul lato B del disco c’erano invece due brani di Raul Lovisoni. Il primo, “Hula Om“, è una avventura minimalista per sola arpa (suonata da Patti Tassini). Il secondo, “Amon Ra“, unisce la voce immensa di Juri Camisasca con i calici di cristallo (glasspiel) suonati dallo stesso Lovisoni. Il risultato ? Un pezzo incredibile dove la tensione verso l’assoluto si tocca con mano, dove il suono prodotto dai bicchieri, alla faccia di tanta elettronica contemporanea, suona magico e celeste e la voce di Camisasca si risolve in una invocazione di una sincerità disarmante.
Un assoluto capolavoro (abbastanza) dimenticato.

Ai brani originali del disco del 1979 sono state aggiunte per l’occasione 3 tracce di Francesco Messina che erano in lavorazione per questo disco che, inizialmente, pare dovesse essere del solo Messina e che solo in un secondo momento fu trasformato in un disco diviso a metà tra i due autori. Queste tracce documentano una fase intermedia della realizzazione e non sono da considerarsi compiute, con l’eccezione de “I nuovi pescheti“, breve brano per pianoforte che è in una versione sostanzialmente definitiva. Negli altri due credo manchi la parte affidata alle tastiere di Messina, ma questo non li rende affatto trascurabili.
Il primo, “Untitled“, per piano e flauto traverso, è una sorta di versione ambient-embrionale de “Il vento caldo dell’estate” (uno dei successi di Alice). Qui possiamo ascoltare degli arpeggi di piano che, sembra grazie ad una intuizione di Battiato, si trasformeranno qualche anno dopo in un gioiellino pop, ma in questa versione ci avvolgono con sensibilità (ancora) minimalista in un gioco di piccole continue sottili variazioni che non ha niente da invidiare al brano che venne scelto per la pubblicazione originaria.
L’ultima delle tracce aggiunte, “Reflex“, per piano e registratore Revox, utilizza il pianoforte in maniera che ricorda lo “strumming” di Charlemagne Palestine, e sembra costruire uno strano, ma interessante, ibrido tra la potenza del suono palestine-ano (e generalmente minimalista) e i toni delicati più tipici del suono Messina. Chissà come avrebbe suonato questo pezzo nella sua versione definitiva (e quello che si ascolta, non so bene perché, mi fa pensare ai brani registrati da Battiato all’organo della cattedrale di Monreale).

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Non vi basta ?

Allora aggiungiamo la bellissima nuova copertina (sembra che la precedente, voluta da Gianni Sassi, all’epoca non fosse stata troppo gradita agli autori, specialmente a Lovisoni), le note originali al disco riprodotte fedelmente, una nuova introduzione scritta da Stephan Mathieu, una ampia cronistoria di questo lavoro scritta da Alessandro Michelucci, ulteriori note al disco scritte ai giorni nostri da Francesco Messina e alcune foto d’epoca.

Cosa volere di più ?

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