PASCAL COMELADE “Détail monochrome”, 1984, Les Disques du soleil et de l’acier

Discografia complicata quella di Pascal Comelade: tanti dischi, tanti brani che si ripresentano in diverse edizioni, a volte risuonati a volte no, tutte cose di reperibilità complicata e realizzate da etichette diverse e spesso piccolissime… insomma è il tipico musicista del quale dopo un po’ si perde il filo di quello che fa e che non fa. Ed è un peccato perché trattasi di artista interessante, molto personale e originale, dal pensiero libero e anarcoide impossibile da irregimentare.
Tra le sue produzioni che conosco è probabilmente questo il disco che amo di più, e, come mi capita spesso, lo amo per essere un disco di transizione, nel quale le forme espressive tipiche di Comelade si stanno ancora formando (e non sono ancora diventate un marchio di fabbrica) e si sentono ancora chiari i riflessi del suo esordio (o di quello che io credo sia il suo esordio, ripeto che la sua è una discografia assai confusa).
Tutto inizia, per me, con un disco, “Fluence” (1975), che è uno di quei dischi nei quali musicisti provenienti da ambiti non colti si sono misurati con l’opera e l’influenza dei minimalisti americani (i soliti nomi che sapete a memoria: Glass, Reich, Riley, Young…). Analogamente ad opere di Franco Battiato o Manuel Göttsching questi (allora) giovani musicisti provenienti dalla musica pop (nel senso ampio e innovativo che si dava all’epoca a questa espressione) affascinati dalle teorie sulla ripetizione in musica provavano con buoni, a volte eccellenti, risultati ad inserire nella propria poetica musicale elementi provenienti da questa scuola compositiva. E “Fluence“, nel suo genere, è un ottimo lavoro, riuscito e piacevole all’ascolto. Ma è un disco in cui la personalità di Comelade non si mostra ancora per quello che può essere e nel quale gli elementi che meglio lo definiscono non compaiono che in minima parte.
In “Détail monochrome” invece, pur permanendo in alcuni brani il riferimento minimalista, nella costruzione dei brani e degli arrangiamenti compaiono quelle caratteristiche che ce lo renderanno caro: grande ironia e auto-ironia, toni malinconico-depressivi, unione di materiali alti e bassi, utilizzo di strumentazioni essenziali con largo spazio ai toni stonati degli strumenti giocattolo, curiosità onnivora, assoluta libertà intellettuale, passione per il fai-da-te e l’arrangiarsi, notevole apertura mentale (alla quale non devono essere estranee le origini del nostro, nato a Montpellier ma cresciuto a Barcellona, e quindi figlio di più patrie e più culture). E la cosa interessante è che queste scelte estetiche non sono ancora, come diverranno, debordanti e fluviali, e sono esposte con una misura intrigante e un equilibrio che non ritroveremo tanto facilmente in seguito.

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Ma quindi cosa ascoltiamo in questo disco ?
Ascoltiamo finti minimalismi come l’iniziale “Fragments” dove su una semplice frase di pianoforte ripetuta ad libitum si intreccia un electric organ tipicamente glassiano a formare una sorta di base ossessiva sulla quale però una chitarra dolente e altri strumenti acustici si divertono a ricamare realizzando un’atmosfera che pare quella di una “North star” barcollante (chi non conoscesse il capolavoro misconosciuto di Glass se lo vada ad ascoltare).
Analogamente si muove “Park Guell“, che pure si basa sugli organi (quasi)Bontempi del brano precedente lavorandoci sopra con chitarra elettrica ed armonica, anche qui aggiungendo alle cellule minimaliste un po’ di malinconia e di atmosfera brumosa. Si muovono su queste coordinate anche “Bel canto” e “Dancin on my sofa“: entrambi si aprono con un organo così glassiano che più glassiano non si può per poi raddoppiarsi e sviluppare nel gioco dei contrappunti momenti di assoluta meraviglia utilizzando la chitarra e qualche strumento giocattolo. E seppure in maniera un po’ più approssimativa, appartiene a questa tipologia di pezzi pure “Bolero cubiste” (gran titolo, ma Comelade è sempre stato bravo a trovare i titoli per i suoi brani).

Sono tutti pezzi brevi (mai sopra i 5 minuti), relativamente semplici, senza grandi ambizioni di sviluppo, a metà tra la composizione seria e il divertissement tra amici, ma che proprio da questa aria disimpegnata e scansafatiche traggono linfa ed originalità.
Accanto ai pezzi di ispirazione post-minimalista ci sono poi quelli un po’ più tradizionali (ma sempre svagati e genialmente dilettanteschi) come il bolero confuso e (molto) barcollante di “Instants au bord de la mer” (chitarra + armonica svociata + piano giocattolo + percussioni varie) o come il lounge fintissimo e dallo sguardo ebete di “Nature morte aux maracas“.
Infine ci sono i pezzi genialissimi, come il micro-campionamento di un bambino che canta una piccola canzoncina di pochi secondi, messo in loop in “Chanson” e sul quale si aggiungono tastiera e vari toy instruments a creare un’incredibile esempio di post-minimalismo infantile (???) da brividi.
Tra le vette capaci di stupire (positivamente) in questo disco segnalo anche i ritmi quasi-industrial di “Ritmos del fedayin” oscuri e ossessivi con le risatine del corno di Jac Berrocal a rendere l’atmosfera ancor più malsana (ma mai seria o seriosa) o “Pluie japonaise” che pare una impossibile session tra Fripp & Eno & Byrne dove tutti hanno fumato l’impossibile (cit.) realizzando un pezzo sghembissimo, con voci (finto)etnico-stralunate, basso maramaldeggiante e tastiere di sfondo a rendere l’aria densa di fumi e nebbie.

Insomma un disco che fa della imprevedibilità e dell’intelligenza la sua carta migliore, per un autore che col tempo si rinchiuderà in una formula divertente ma un tantino stereotipata, mentre qui è ancora selvaggiamente alla ricerca di una propria strada.

Quando è bello non prendersi sul serio (ma seriamente).

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