SKIANTOS “Mono tono”, 1978-2003, Latlandide

L’Italia ha perso un’altra figura rara: intelligente, ironica, lucida, scomoda. Freak (al secolo Roberto) Antoni ci ha lasciati davvero troppo presto ed ora si è creato un altro vuoto nel mare della cultura nostrana che sarà impossibile colmare.
Per ricordarlo voglio raccontarvi di quello che per me è il capolavoro degli Skiantos e probabilmente il lavoro più riuscito in cui lui ha messo lo zampino.

Gli anni ’70 stavano finendo e alla Cramps records, dove stavano sempre con le orecchie ben dritte a cogliere l’evoluzione della società italiana, non sfuggì che un’epoca si stava chiudendo e dalle macerie dell’epopea progressiva stava sorgendo qualcosa di imprevisto e imprevedibile.
Quando nel 1978 licenziano il secondo disco degli Skiantos (seguito del non troppo notato “Inascoltable“, licenziato dalla Italian records l’anno prima) molti dei suoi adepti si chiedono cosa ci facciano questi ragazzi sboccati, stonati e orgogliosamente demenziali nella stessa casa discografica degli Area, di Stratos, Finardi, John Cage e tanti altri.
Il tempo (che è sempre galantuomo) darà ragione alla scelta di Sassi e soci, anche perché “Mono tono” è un disco bellissimo pieno di momenti felici e figlio di una ispirazione singolarmente efficace.

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Come sapete in quegli anni in Inghilterra l’onda lunga del punk faceva proseliti lanciando nuove sonorità e seppellendo quelle ormai ritenute morte. In Italia probabilmente non eravamo ancora pronti per certa musicalità (dovremo aspettare qualche anno perché pure da noi si sviluppi una convinta genìa di musicisti capaci di fare proprio quel vocabolario e realizzare dischi che saranno apprezzati lungo tutto il continente, mi sto riferendo a tutto l’hard-core punk di metà anni ’80 che lascerà, a partire dalle scene dei Centri Sociali italiani, una importante traccia di sé nella storia musicale di questo specifico genere).
Il risultato dei filtri che le nostre peculiarità culturali eserciteranno sulla matrice musicale proveniente dalle terre anglosassoni sarà una serie di produzioni che brilleranno per singolarità e consapevolezza. Saranno gli Skiantos, in particolare, ad attirare l’attenzione di pubblico e critica con il loro mix sapiente di melodie dirette, suoni ruvidi e testi dada-situazionisti completamente oltre qualunque pretesa poetica (alla faccia dei cantautori e dei tanti testi iper-lirici tipici dei gruppi progressive).
Veri stranieri in terra straniera.

Con “Inascoltable” (1977) abbiamo ancora un gruppo troppo acerbo, sotto ogni punto di vista, mentre già nel 1979 con “Kinotto” gli Skiantos si scoprono capaci di arrangiamenti variati e (per quanto possibile) raffinati.
Il disco dell’equilibrio perfetto è questo “Mono tono” dalla copertina più-che-esplicativa dove accanto a Godzilla troviamo i nomi (?) dei componenti del gruppo, e se in Inghilterra avevano Sid Vizioso e Johnny Marcio a noi toccavano Freak Antoni, Jimmi Bellafronte, Stefano Sbarbo, Frankie Grossolani, Dandy Bestia, Andy Bellombrosa e Leo Tormento Pestoduro.
E già questa scelta dei nomi d’arte la dice lunga sulle differenze con i punk inglesi.

Il disco è una compilation di confusioni e assurdità suonate alla meno peggio, troviamo punkettoni ad alto tasso di energia come l’iniziale, ed epocale, “Eptadone“, che lanciata dal classico (e stra-cult) “uno, due, sei, nove” sviluppa un riff killer con Freak Antoni a declamare di furti di eptadone con rime improbabili e la chitarra addirittura ad accennare un assolo, troviamo la politicamente scorretta “Panka rock” (“brucia le banche bruciane tante calpesta le piante“) e l’urlatissima “Io me la meno“, forse quanto di più vicino al concetto di no future siamo riusciti a fare in quegli anni, ed è tutto dire.
Ci sono poi brani più lenti: il plagio dichiarato di “Pesto duro (I kunt get no satisfucktion)” che oggi verrebbe immediatamente cassato su YouTube, il manifesto ideologico “Diventa demente (la kultura poi ti cura)” e l’altro manifesto altrettanto scoordinato “Io sono uno skianto“, un blues elettrico e implacabile dove il punto centrale è innanzitutto la rima con skianto.
Infine ci sono alcune canzoni scombinatissime come “Vortice” che alterna momenti tiratissimi alle lamentazioni stonate di un amante non si sa quanto coinvolto, la stra-citata “Largo all’avanguardia“, manifesto attualissimo e onestissimo dedicato al pubblico, qualunque pubblico, e addirittura una specie di beat, anzi di bitt, davvero inaspettato intitolato “Ehi, ehi, ma che piedi che c’hai“, per non parlare del funky immotivato e inspiegabilmente ridanciano di “Io ti amo da matti (sesso & karnazza)“.
I brani si reggono soprattutto su di un basso regolare e chitarre sporche e cattive con le voci in libertà a urlare qualunque cosa, possibilmente in rima baciata, (dal meraviglioso “ridammi i soldi“, che conclude la storia di “Vortice” al celebre “largo all’avanguardia siete un pubblico di merda“).

Mi piace consigliarvi l’ottima edizione del disco curata da Latlantide insieme agli stessi Skiantos che oltre ai pezzi del disco originale aggiunge i due brani di un singoletto coevo (lo sgangheratissimo “Karabigniere blues“, e la geniale “Io sono un autonomo“), alcuni demo sempre dell’epoca (tra i quali il mio adorato “Skarrafato“) e una traccia cd-rom contenente foto e scritti utilissimi a contestualizzare il tutto.

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Gli Skiantos hanno avuto, in quegli anni, una consapevolezza e una lucidità disarmanti, e l’hanno tradotta in musica nella maniera migliore possibile. Hanno cantato perfettamente e appropriatamente la fine delle ideologie, lo smarrimento verso un passato che non aveva mantenuto le promesse ed un futuro che prometteva rampantismo e individualismo, la voglia di rompere tutto per una fine della storia che ci privava di una reale prospettiva di emancipazione.
E l’hanno fatto con uno sghignazzo convinto.

Io vado controcorrente perché sono demente

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