FRANCO BATTIATO dal vivo a Roma, il 23 marzo 2014

Battiato compie 69 anni e ci regala un concerto anomalo e insperato il sottotitolo del quale potrebbe essere: “qui non si butta mai niente“.

Nelle presentazioni e nel titolo, “Concerto sperimentale per voce ed elettronica“, il rimando principale sembra essere quello ai concerti elettronico-improvvisativi tipici del suo periodo più introverso, intorno alla metà degli anni ’70. In realtà in questa occasione Battiato propone qualcosa di diverso (anche se vicino allo spirito di quegli anni vissuti in prima linea).

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foto di Roberto Masotti e Bruna Tesseri

In buona sintesi Battiato (voce, pianoforte, e sintetizzatore), insieme all’ottimo Pino “Pinaxa” Pischetola (ritmiche e computers), costruisce una lunga suite divisa in parecchie sezioni alla base di ognuna delle quali ci sono frammenti di sui lavori poco, a volte pochissimo, conosciuti.
Il musicista siciliano, con un’opera iniziale di pura de-costruzione, seleziona questi frammenti, spogliandoli spesso del contorno che essi avevano e riducendoli a suoni puri ed essenziali, ma lasciandoli pur sempre familiari e riconoscibili per i più attenti conoscitori del suo percorso musicale.
Intorno a questi frammenti effettua una vera e propria ri-costruzione musicale, in parte aggiungendo un nuovo contorno fatto (a volte) di ritmi sintetici, più spesso improvvisandoci sopra con il suo sintetizzatore pieno di tasti e switch, o con il pianoforte, e/o modulando la voce liberamente così come cantando/salmodiando testi noti e ignoti (spesso filtrando la voce e manipolandola elettronicamente). Il risultato è una musica sia nuova che vecchia (conosciuta e sconosciuta) nella quale l’improvvisazione e il lasciarsi andare rivestono un ruolo fondamentale.

Spesso poi i due si divertono ad operare secondo queste modalità:

  • parte la base del pezzo (utilizzando, come detto sopra, materiali pre-esistenti)
  • Battiato, muovendosi con attenzione all’interno delle battute, improvvisa un qualcosa (una piccola scala, una micromelodia, una breve sequenza di accordi…)
  • Pischetola mette in loop questa prima sequenza che, essendo correttamente tarata con il ritmo base si inserisce perfettamente nel contesto sonoro
  • Battiato sulla base così rinnovata ripete il gesto sonoro improvvisando una seconda breve sequenza
  • Pischetola registra e mette in loop anche questa seconda micro-improvvisazione
  • …e così via

In pratica l’improvvisazione si sviluppa in verticale con Battiato che dialoga ed improvvisa con se stesso (qualcuno riconoscerà stilemi simili a quelli che praticava Terry Riley nei primi ’70, ma qui, grazie alla tecnologia odierna, la cosa si sviluppa in maniera più controllata e più stratificata, e forse meno istintiva).

Tutto queste aride parole per descrivervi un modus operandi che se non fosse riempito dalla sensibilità musicale (sempre straordinaria) di Battiato avrebbe poco valore, perché poi quello che conta è la capacità di lasciarsi andare (vale sia per chi suona che per chi ascolta) e far emergere il meglio del musicista Battiato (che non è poco).

Ma quali sono ‘sti materiali originali trattati e sbatacchiati durante il concerto ?
Battiato ha pescato tra tutte quelle cose che normalmente NON suona nei concerti e quindi:
ghost-track senza titolo (a partire da quella, relativamente, celebre che recita “Sai dire a Dio…“), lavori spiccatamente elettronici (ad esempio pezzetti estrapolati da “Campi magnetici” o dalla coda di “Shakleton“), frammenti dalle varie colonne sonore che ha scritto (edite e inedite), sezioni dalle sue opere (m’è sembrato di cogliere qualcosa sia da “Genesi” che dal “Gilgamesh“), ricordi dai suoi dischi degli anni ’70 (compreso l’uso del pianoforte nel periodo Ricordi).

In assoluto i due momenti per me più coinvolgenti sono stati la riemersione della mitica “Novena” direttamente dal 1974-1975 (una di quelle cose che non hai neanche il coraggio di desiderare, tanto mi sembrava impossibile potesse accadere, ma in questi ultimi anni questo tipo di evento mi si presenta con una ricorrenza stupefacente) e la sezione costruita a partire da uno dei pezzi della colonna sonora dello sceneggiato “Cellini – Una vita scellerata“, uno di quei pezzi che io amo molto e che ero convinto fosse stato dimenticato dallo stesso Battiato.

Un concerto puramente musicale, essenzialmente musicale, senza le sovrastrutture e la seriosità tipiche delle produzioni alte di Battiato (le opere) e senza la divertita scontatezza dei concerti pop.
Probabilmente il MIO concerto di Battiato, quello che aspettavo da una vita.

Sarebbe un reato non proseguire in questa direzione. Chissà, suonando con più frequenza questo tipo di cose potrebbero uscire fuori musiche incredibilmente strane e magari anche incredibilmente belle. Anche perché Battiato mi è sembrato decisamente divertito dalla situazione e sembrava apprezzare con evidenza la musica che stava producendo (pur, a onor del vero, apparendomi un tantino ingessato nella gestione delle improvvisazioni).

Peccato per il vizio italico delle riprese a tutti i costi. Avrei gradito che i tanti appassionati di fotografia e videoclip che proprio non resistono a immortalare l’evento avessero avuto l’accortezza, oltre a NON usare il flash, di silenziare i loro apparecchi in maniera tale che ad ogni foto non si sentisse il classico bip o clic o qualche-altro-rumore-simpatico tipico di questi macchinari moderni che lontano dai concerti pop-rock risultano assai fastidiosi.

Ma tant’è, una serata eccellente.

p.s.

Il titolo, credo scelto da Battiato o perlomeno da lui condiviso, suona incredibilmente ingenuo (verrebbe da dire naif). Al giorno d’oggi parole come avanguardia o sperimentazione sono pressoché inutilizzabili (vedi a tal proposito anche il bel documentario di Elisabetta SgarbiQuiproquo“), in musica in particolare si è fatto talmente di tutto (dal 100% rumore dell’industrial a certe musiche, mistiche o, come si diceva qualche anno fa, isolazioniste, fatte quasi solo di silenzio), che una serata come quella appena illustrata non solo non ha nulla di sperimentale, ma, al contrario, si muove attraverso stilemi ben noti (sebbene non a tutti). Ma ad un uomo di 70 anni, che ha vissuto l’epopea della ricerca a tutto campo della musica degli anni ’70, tutto questo si perdona senza problemi.

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