GIANNI MAROCCOLO con CLAUDIO ROCCHI “VdB23 – Nulla è andato perso”, 2013, autoproduzione

Questo è un disco speciale. Speciale la sua storia, speciale il suo contenuto.

libro_LP_CD

Iniziamo con la sua genesi.
Per chi non lo sapesse ricordo che questo progetto, il secondo di Maroccolo come solista, nasce con l’idea di auto-prodursi attraverso la co-produzione di tutti coloro che, incuriositi dal progetto, hanno deciso di finanziarlo PRIMA che prendesse forma. Attraverso la piattaforma MusicRaiser tutti coloro che hanno voluto hanno potuto versare il loro contributo, di fatto prenotando le loro copie (in questa fase si poteva anche scegliere a quali componenti del progetto si era interessati scegliendo tra cd, dvd, lp e libro, prenotandone anche più d’uno).

I co-produttori, i cosiddetti raisers, sono stati molti più del minimo necessario e a questo punto il progetto è diventato operativo. Lontano dalle logiche delle multinazionali, ma anche da quelle, comunque legate al business, delle piccole indipendenti, lontano dalla classica autoproduzione, questo progetto segna, probabilmente per la prima volta in Italia, una idea di produzione musicale di alto livello tutta nata dalla relazione tra alcuni artisti e coloro che li stimano.
Un atto di coraggio e una scommessa vinta alla grande.

Il progetto ha poi coinvolto, come già accaduto per il precedente disco solista di Maroccolo (anzi, multisolista, come lo definì lui stesso) “A.C.A.U. La nostra meraviglia“, moltissimi altri musicisti affini alle due menti che di fatto hanno portato avanti il progetto (Gianni Maroccolo: musiche, basso ed elettronica varia – Claudio Rocchi: gran parte dei testi, voce in molti brani, chitarre e tastiere).
La dolorosa e prematura scomparsa di Rocchi ha rallentato la parte conclusiva del progetto (credo che avessero già mixato alcuni brani e ne siano rimasti altri con missaggio ancora non completato o ancora tutto da fare), ma il progetto è regolarmente arrivato nelle case dei raisers (me compreso) tra la fine del 2013 e i primi mesi del 2014.

E già questa storia basterebbe a fare di questo disco un unicum nella storia del rock italiano, ma anche il suo contenuto mi si è rivelato come specialissimo.

copertina_CD

Ho ormai passato i 50 anni, ed è sempre più raro che l’ascolto di un nuovo disco mi stupisca. In linea di massima so sempre cosa aspettarmi, ed è difficile che le mie attese vengano disattese. Ricordando “A.C.A.U.” ed essendo abbastanza padrone della discografia di Rocchi, mi attendevo un disco di canzoni placide, magari con un tocco psichedelico un po’ più presente rispetto agli standard maroccoliani, e invece…

Invece questo disco sembra essere una aliena e singolare sintesi tra il meglio del rock degli anni ’70 (soprattutto guardando agli aspetti di ricerca e al desiderio di andare musicalmente oltre il già noto) e il meglio del rock anni ’80 (in particolare recuperandone certe atmosfere, il gusto per la produzione casalinga, il coraggio del suono oscuro e distorto). Al suo interno (il cd ha 9 tracce) ben 4 tracce superano i 9 minuti, altre 2 sfiorano i 7, e si caratterizzano per sviluppi complessi, inaspettati, sfaccettati.
Il basso sporco di Maroccolo disegna groove profondissimi sui quali Rocchi canta testi estremamente articolati dove è completamente assente la forma strofa/ritornello sostituita da una vorticosa corrente di parole (gli ultimi anni di Rocchi sono stati segnati da una creatività ad altissimi livelli, aveva una voglia incredibile di fare, scrivere, suonare, comporre…) che travolge l’ascoltatore e lo trascina dentro un gorgo di sensazioni potenti. Perché la prima impressione che da questo disco è quella di una grandissima libertà.
Non so se sia una conseguenza della assoluta autonomia realizzativa offerta al magnifico duo dalle modalità con cui il progetto si è finanziato, ma ascoltando ogni canzone del disco sembra di respirare un’aria pulita da ogni consuetudine, da ogni obbligo. Non c’è un-brano-uno che non sembri frutto della liberissima creatività dei due, che non suoni scevro da condizionamenti, che non risulti spiazzante nelle sue evoluzioni, nei suo cambi di clima. Sembra di cogliere ad ogni nota il piacere con il quale quella nota è stata scelta, arrangiata, vestita, suonata. E non c’è un momento del disco che suoni mai retorico o banale. Una sorpresa continua.
In tutto il disco mi pare di cogliere una forte attitudine wyatt-ana: quel misto di casalinghitudine, professionalità e clima di amicizia, che è rarissimo trovare nei lavori prodotti da piccole e grandi case discografiche (e da questo punto di vista TUTTA la confezione del lavoro profuma di libertà, sia nella scelta dei materiali, sia nella quantità di testi e foto presenti nelle varie componenti di questa operazione, sia nella eccellente cura di ogni dettaglio).

Tutte queste qualità e queste caratteristiche si ritrovano, tanto per iniziare a entrare nel dettaglio, in quello che è forse IL capolavoro del disco, “Rinascere hugs suite“: 20 minuti in cui si frulla di tutto con una capacità di legare i diversi interventi che pare miracolosa. Nel pezzo si alternano alle voci (e agli strumenti) personaggi apparentemente lontani come Ivana Gatti, Massimo Zamboni, Franco Battiato, Cristiano Godano, Cristina Donà, Miro Sassolini, Emidio Clementi, Piero Pelù ed altri.
Cambi continui di atmosfere, testi di diversi autori che si intrecciano e susseguono per un brano la cui fascinosità consiste nella sua assoluta impossibilità e che approfitta dello stato di grazia dei co-partecipanti:
i toni inequivocabilmente new-wave di Sassolini, l’eleganza di Cristina Donà, la luce portata da Battiato, il pianoforte chirurgico di Alessandra Celletti, l’incredibile carisma di Clementi, ben coadiuvato dalla chitarra elettrica di Massimo Zamboni, che nella parte conclusiva del brano stordisce per quanto riesce ad evocare. Un brano che è molto di più dell’unione dei singoli contributi e che si candida ad essere uno dei (pochi) miracoli musicali di questo nuovo millennio.

E poi l’iniziale e impetuosa “Vdb23“, ricca di distorsioni all’inizio e nella parte finale, “Torna con me“, dal bellissimo finale con la voce di Rocchi che non può non commuovere, “Nulla è andato perso” dal basso e dalle elettroniche aggressive, l’energia della breve “Tutti gli uomini – tutte le donne“, “L7DM (les dernierès sept minutes de mon pere)” coraggiosa e straziante al tempo stesso con l’esraj sopraffino di Beppe Brotto, il testo letteralmente fluviale (c’è qualcosa di inusualmente ferrettiano nel modo in cui Rocchi ha costruito le sue liriche) di “Una corsa” che nei suoi 15 minuti alterna momenti dove le elettroniche la fanno da padrone ad altri in cui è il violino di Fulvio A.T.Renzi a spiccare.

Un disco speciale e, ahinoi, irripetibile (anche se c’è la speranza di veder portate alla luce alcune composizioni registrate ma escluse dall’edizione finale).

Un lavoro che indica una strada a chi avrà la forza di percorrerla.

CD_DVD

p.s. Come raiser anch’io, come altri, do il mio pubblico assenso per una eventuale ristampa “normale” di questo lavoro, per dare la possibilità a chi non ha colto l’attimo (magari perché legittimamente bazzica poco la rete) di poter ascoltare quello che probabilmente resterà come l’ultimo lavoro di Claudio Rocchi.

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...