FRANCO BATTIATO “Musiche per il film su Benvenuto Cellini – Una vita scellerata”, 1990, EMI

Normalmente quando si affronta l’opera musicale di Battiato si tende a distinguere (escludendo preventivamente i trascorsi leggerissimi del nostro negli anni ’60) tra dischi pop e dischi classico/sperimentali.
Dei primi si magnifica la capacità di rinnovare la forma canzone senza stravolgerla, modernizzandola e affidandole contenuti mai pensati prima, dei secondi si ammira la capacità di un artista (fondamentalmente) popolare di alzare lo sguardo oltre l’asticella e di realizzare lavori tra i più importanti prodotti in quest’ambito in Italia e, in alcuni casi, nel mondo (Battiato viene inserito in quell’ampia e variegata corrente di sperimentatori extra-colti e allergici alle consuetudini della musica contemporanea istituzionalmente riconosciuta).

Per quanto grossolana sia questa distinzione dei “due” Battiato a me sembra che, in bella vista eppure nascosto, esista un terzo Battiato, un Battiato a mio parere particolarmente interessante perché agisce, musicalmente, con maggiore libertà rispetto ai due modelli sopraelencati.
In passato Battiato ebbe a dire che quando fa musica leggera, canzoni, agisce “al di sotto delle proprie possibilità” mentre quando realizza le sue opere si muove in ambiti “al di sopra delle sue possibilità“. Io non solo lo prendo in parola, ma credo che il Battiato più stimolante sia un altro, quello che si muove esattamente al livello delle proprie possibilità.

La mia impressione è che quando Battiato scrive canzoni sottopone la sua creatività ad una forte semplificazione e la irregimenti in strutture che non sono quelle verso cui tenderebbe istintivamente la sua arte. Sa che quelle canzoni sono rivolte ad un pubblico e cerca di mantenerle ad un livello di comprensibilità piuttosto alto, senza troppi voli pindarici (dal mantenimento della struttura strofa/ritornello, ad un uso di suoni elettronici non invasivo, cercando una commerciabilità del prodotto che non vada a discapito della qualità).
Quando invece compone opere credo si sforzi di realizzare musiche significative, originali, innovative, e, anche in questo caso, credo che più che dare libero sfogo all’estro del momento ci sia una paziente costruzione di strutture, una fortissima selezione dei materiali, per realizzare un prodotto che soddisfi l’ambizione dell’autore più che la sua fantasia e i suoi desideri.

Ma esiste un terzo Battiato, un Battiato doppiamente libero che non si muove all’interno della forma canzone ma che non ha altra ambizione che giocare con la musica, seguire il proprio gusto, il proprio divertimento ed andare lì dove lo porta il piacere di comporre, la sua curiosità, il suo diletto. Un Battiato senza fini particolari, se non quello di fare ciò che gli aggrada, inseguire se stesso e il suo istinto musicale (e la sua passione).
E’ un Battiato che raramente si è affacciato alla ribalta discografica (ebbe anche a dire che certe cose si fanno solo per sé stessi, in casa, lontano dal pubblico…) ma che, ad esempio, lo si può annusare nelle ghost-tracks di alcuni album (è evidente che la scelta di non indicare nella scaletta un certo brano significhi proprio godere della libertà di poterlo rendere diverso dagli altri, a caval donato non si guarda in bocca), in molte delle colonne sonore scritte da Battiato (e mai ufficialmente pubblicate) negli ultimi cinque-sei anni, compresi alcuni brani pensati per i suoi 3 film, e anche in “Campi magnetici“, che di questo approccio alla musica era, fino a ieri, il prodotto più curato.

Secondo me il punto più alto e interessante di questo terzo Battiato è la colonna sonora dello sceneggiato televisivo “Una vita scellerata“, dedicato alla figura di Benvenuto Cellini.

Apro una parentesi.

Da sempre le colonne sonore (insieme alla cosiddetta library music) rappresentano uno dei territori più liberi nella produzione musicale. A chi è affidata una colonna sonora non viene richiesto di comporre una canzone di successo, e neanche di produrre musica d’avanguardia o sperimentazioni fantasiose, e, allo stesso tempo, non gli viene vietato nulla. Quello che è importante è che musica e immagini, una volta unite, funzionino bene. Se poi all’interno di una colonna sonora ci sono temi accattivanti, o brani dissonanti, improvvisazioni piuttosto che partiture neo-classiche nessuno si lamenta. Non ci sono pressioni ne verso la comunicatività della musica ne verso l’originalità della stessa, e non si chiede nemmeno che la colonna sonora abbia una sua uniformità stilistica.
Detto in altre parole: purchè immagini e musica si sposino bene tutto è permesso.

Chiarito questo è ovvio che queste regole valgono anche per Battiato e nel momento in cui ha accettato di comporre la colonna sonora di questo lavoro si è trovato nella condizione ideale, per un compositore, di poter fare un po’ tutto quello che voleva e, se ci aggiungiamo la scelta di Battiato di realizzarlo sostanzialmente da solo nel suo studio casalingo in quel di Catania, è facile immaginarcelo chino sulle tastiere e i computers a costruire, rimaneggiare, modificare, ritoccare le sue musiche. Mi piace pensarlo divertito nella sua sala-studio intento a fare pezzi brevissimi e altri più lunghi, pezzi più semplici e altri più complessi non seguendo altro che il suo istinto musicale senza neanche vagamente porsi il problema di chi sarà l’ascoltatore di queste musiche o di cosa volesse il committente delle stesse. E se andiamo ad analizzare il disco rilasciato dalla EMI troviamo diverse conferme su ciò che ho appena scritto.

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Iniziamo col dire che il disco non è esattamente il semplice contenitore delle musiche scritte per lo sceneggiato su Cellini. Nel disco troviamo anche musiche che il regista ha scartato, brani che nel film compaiono in diverse versioni qui ne vedono presente una sola… insomma sembrerebbe che qui Battiato abbia messo solo ciò che riteneva più importante del suo lavoro, in barba a coloro che glielo avevano commissionato.

Se proviamo a fare una analisi di ciò che contiene il disco possiamo dividere i brani in alcune tipologie:

1) brani basati su campionamenti di lavori di compositori del ‘500 (l’iniziale “Titoli“, le voci meravigliose di “Pal“, quelle genialmente spezzate e ricomposte di “La figlia“, i riverberi vagamente alla “Pollution” di “Isteria“, i cori cupi di “Lanzichenecchi“, il loop minimaloide di “Lotta nel cortile“, gli splendidi incastri vocali di “Graffiti Cristo“)

2) brani puramente elettronici, per quanto anch’essi possano presentare campionamenti di varia natura (la fanfara [?] d’organo e dintorni di “Primo incontro” e “Secondo incontro“, il pastiche centro-europeo di “Borgo” e quello più ottocentesco di “Scena d’amore studio“, le accelerazioni di “Spari“, le caotiche sovrapposizioni di “Saccheggio“, che mi ricordano certe cose di Stockhausen, il tema bellissimo di “Uccisione fratello” e “Prigione pozzo“, la passeggiata elettronica di “Di notte“, il Riley asciugato all’inverosimile di “Strada Firenze“)

3) composizioni più tradizionali con melodie e armonie, più o meno, normalmente suonate (la bellissima “Bozzetto“, capolavoro bonsai, il pianoforte di “Governatore del carcere“, quello post-minimalista di “Cavalcata bosco” e di “Apparizione Caterina“, l’elettronica di “Fuga dal carcere“, lo stupore di tastiere di “Perseo“, la conclusiva “Fusione“, peraltro esclusa dallo sceneggiato, con echi di “M.lle Le Gladiator“)

Sono composizioni brevi, senza particolari ambizioni relative alla struttura, ma semplicemente (e non è poco) l’espressione di una ispirazione, di una piccola vertigine musicale, di una improvvisa idea di suono e di suoni. Nell’ascoltarle c’è tutto il Battiato musicista suo malgrado, vittima della sua passione, del suo innato amore per questa forma d’arte.

Queste riflessioni che sto condividendo con voi, giacevano abbandonate da parecchio tempo. C’è voluto Joe Patti per spingermi a concluderle e renderle pubbliche, perché con il suo ultimo disco, “Joe Patti’s experimental group” per la prima volta questo Battiato privato e casalingo esce alla luce del sole e si mostra VERAMENTE ai suoi ascoltatori.

Anche se molti hanno interpretato questo disco come un ritorno alle sonorità dei ’70 (ma quali ? vi sembra di ascoltare qualcosa che ricordi “Pollution” ? o “Clic” ? La stessa “Proprietà proibita” è molto lontana dall’originale, come struttura e come spirito), a me sembra invece l’occasione nella quale il nostro ha recuperato molte di queste musiche nascoste negli anni ed ha provato a proporle in veste ufficiale.
Non è un caso che all’interno di Joe Patti voi troviate estratti proprio dal Cellini, dalle ghost-tracks di cui sopra, qualcosa dalle colonne sonore per i film di Elisabetta Sgarbi… è come se, dopo tanti anni, avesse deciso di uscire allo scoperto dicendoci: “va bene le canzoni, va bene le opere colte, però quando sono solo e mi voglio divertire ecco cosa amo fare, magari piacerà anche a voi“, e in questo senso l’impressione di riciclaggio di materiali precedenti è perfettamente giustificata, purché la si intenda come una sorta di vestito buono fatto indossare a materiali precedentemente trattati un po’ di fretta e che solo ora sono pronti per affrontare il mondo.

Un Battiato molto più vero di quanto si possa pensare.

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