ELIO E LE STORIE TESE “Craccracriccrecr”, 1999, Aspirine music

Non sono innamorato pazzo di Elio e le storie tese. Non amo il loro essere zappiani (con relativi continui cambi ritmici nelle canzoni, sovrapposizioni e alternanza di temi e tutti i fuochi artificiali tipici degli adepti di Zappa) e non sempre il loro umorismo mi aggrada.
Sono però davvero affascinato dai loro esercizi di stile, dal modo con cui giocano con la musica dimostrando competenza e abilità tecnica, voglia di divertirsi con intelligenza.

E’ forse per queste ragioni che il loro disco che preferisco è quello dal titolo impronunciabile (e improbabile) che titola questo post.

craccr_f

Tra le cose che adoro di questo disco c’è la presenza di alcune strane meta-canzoni ricorsive, canzoni che parlano di sé stesse e dello stile di musica che le caratterizza. E’ il caso di “Il rock and roll“, canzone che, su una musica che raccoglie e accumula tutti gli stereotipi di un brano heavy-metal (assolo di chitarra e acuti del cantante compresi), racconta in prima persona della passione per questo genere di musica e delle idiosincrosie per gli altri generi (sempre dal punto di vista di un “tipico” appassionato di hard-rock).
Analogamente opera uno dei gioielli del disco, “La bella canzone di una volta“, che si svolge seguendo lo stile di quei bellissimi brani degli anni ’30 che scricchiolavano nei primi giradischi (con un contrabbasso jazz di grande qualità e una atmosfera fumosa che ben rende l’atmosfera da Cotton Club). Anche qui il testo parla di quanto siano belle questo genere di canzoni aggiungendoci un pizzico di nostalgia (non si sa quanto sincera, non è mai semplice capire se questi ci sono o ci fanno).
Discomusic“, per me un capolavoro assoluto, esemplifica ancor meglio ciò di cui vi sto parlando: una musica che suona perfettamente disco, ricordando tanti brani dell’epoca (nell’arrangiamento, nello sviluppo del brano…) senza copiarne nessuno (perlomeno nessuno per più di qualche battuta), mentre il testo ci trasporta negli anni ’70 per ancor meglio contestualizzare il tutto (e con un verso come

E ascolto please don’t let me be misunderstood
mentre parcheggio nel parcheggio l’Alfasud

che, sono convinto, De Andrè avrebbe adorato pur senza avere il coraggio di cantarlo).
Ultimo di questi meta-brani è “Bis” che, citando e parodiando Ligabue, illustra e, parallelamente, prende in giro il bis, questo strano rituale dei concerti (soprattutto) pop-rock nel quale (nel 99% dei casi) avviene una cosa del tutto prevista e codificata come se fosse improvvisata e del tutto episodica (e tutti lo sanno, e tutti fanno finta che non sia così).
Appartiene parzialmente a questo genere di canzoni la pienamente sixtiesBeatles, Rolling stones e Bob Dylan” che gioca musicalmente moltissimo sulle musiche dei Beatles e narra una fantastoria un po’ insensata sulla genesi dei due famosi gruppi.

Poi in questo disco c’è un altro genere di canzoni che amo: quelle in cui imitano alla perfezione un certo stile musicale, ma lo guarniscono con testi assolutamente improbabili per quelle musiche, creando un contrasto un po’ divertente, un po’ straniante (ma alla fine piacevole e intrigante). Succede in “Sogno o son desktop” dove una canzone che ricorda i capolavori di certo pre-cantautorato confidenziale anni ’60 (Fidenco, Bindi, Donaggio…), perfettamente suonata e arrangiata e altrettanto perfettamente cantata da Elio con la misura e l’intensità che queste musiche pretendono, si ritrova ad avere un testo sulla prostituzione del tutto fuori luogo. “Farmacista” invece è introdotta da una vera e propria aria d’opera, interpretata da veri soprano, baritono e basso, ma anche qui il testo è assolutamente improponibile per questa atmosfera (storie di tossicodipendenti in farmacia).

Saranno giochini intelletualoidi o facili (facili ?) mezzi per strappare l’attenzione dell’ascoltatore, ma a me questo modo di intendere la canzone mi appassiona parecchio (anche perché, inevitabilmente, tutti questi brani possiedono diverse chiavi di lettura e possono essere percepiti in maniera diversa in funzione dell’educazione musicale dell’ascoltatore), senza dimenticare che loro sono bravissimi a seminare qui e là piccole pillole di intelligenza (che fanno sempre piacere).

Siccome ogni disco degli Elii deve essere imperfetto va detto che questo contiene anche un brano come “La visione” che definire irrisolto è poco (parodia del rap ? dell’avanspettacolo che fu ?), un delirio bracardiano, “Che felicità” divertente ma completamente fuori contesto, una “Nudo e senza cacchio” che gira a vuoto, una “Bacio” che evoca malamente l’italica epopea bitt e una “Caro 2000” carina, ma niente più.

Ma quello che qui c’è di buono vale abbondantemente il costo del biglietto.

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