MICHAEL NYMAN “La musica sperimentale”, 2011, Shake edizioni

Questo libro è stato scritto da Michael Nyman tra il 1970 e il 1972, quando ancora non era iniziata la sua carriera di musicista. Fu pubblicato nel 1974 e la sua uscita ebbe una notevole risonanza, ma, ciò nonostante, questa edizione (che contiene anche una ottima prefazione di Brian Eno e una nuova introduzione scritta da Nyman ai giorni nostri) è la prima che vede la luce in Italia (facciamo sempre la nostra porca figura in campo culturale…).

Perché mai recuperare un testo ormai così datato ?
E’ evidente come al giorno d’oggi molti dei musicisti di cui si parla nel libro non siano più fenomeni da carbonari o da oscure cantine. La loro importanza è (abbastanza) assodata, le loro opere eseguite (abbastanza) spesso e (abbastanza) ovunque. In più la rete ci permette con facilità di avere informazioni su di loro o di ascoltare le loro musiche senza doverci sobbarcare chissà quali faticose ricerche e peregrinazioni lungo le strade che (sempre meno) portano ai supporti fisici.
E allora perché pubblicare oggi questo libro ? Perché leggerlo ?

LaMusicaSperimentale_cop_20Partiamo dall’inizio. Negli anni ’60 iniziano a circolare delle musiche che difficilmente si possono ricondurre alla tradizione accademica (e particolarmente all’ortodossia dodecafonica dominante), e parimenti non sono banali riproposizioni di modalità classiche di comporre e ancora meno sono riconducibili alle tradizioni popolari o alla musica (cosiddetta) leggera. Musiche nuove e aliene che cercano spazi in cui mostrarsi lontano dai templi della musica seria e spesso anche da quelli della musica leggera (molte troveranno più facilmente casa presso gallerie d’arte o spazi legati genericamente all’arte moderna).
Di queste musiche si inizia a parlare sulle riviste più avanti e mentalmente libere (in Italia, ad esempio, troveranno discreto spazio sulla storica rivista “Gong“) e piano piano il loro culto si amplia e, grazie anche ad alcune piccole etichette illuminate, le loro incisioni iniziano, faticosamente, a circolare.

Tra le persone più sensibili a queste tematiche, Michael Nyman sente il bisogno di fare il punto della situazione. Si rende condo che, in luoghi distanti e spesso senza troppi contatti tra loro, artisti diversi stanno rivelando al mondo una diversa (e molto interessante) possibilità di ricerca in ambito musicale. Capisce che narrare quello che accade, dargli un nome e un pur vago ordine, è necessario perché tutti questi movimenti singoli siano rappresentati e percepiti come un’unica, per quanto multiforme, onda che sta travolgendo gli steccati della musica e rovesciando le priorità e gli stessi concetti di (musicalmente) bello e valido.
Leggere questo libro pertanto significa non solo leggere di questi artisti e di come Nyman li leghi l’uno all’altro, ma significa anche respirare l’aria di un tempo nel quale una scena così frizzante riempiva l’aria di una elettricità, di uno strana effervescenza, capace, dopo tanti anni, di connettere la ricerca musicale ad una (numericamente interessante) fetta di pubblico.

E se vi state chiedendo di quali musicisti stiamo parlando specifico subito che il punto di partenza dei ragionamente nymaniani è John Cage (la versione originale è non a caso sottotitolata “Cage and beyond“). A partire da lui il discorso si allarga a figure ormai celebrate come Robert Ashley, David Behrman, Gavin Bryars, Alvin Curran, Morton Feldman, Philip Glass, Alvin Lucier, Gordon Mumma, MEV, Steve Reich, Terry Riley, Lamonte Young e verso altre che dopo tanti anni risultano forse un tantino sopravvalutate (John White, Takehisa Kosugi o Tom Phillips).

sound art nymanL’approccio di Nyman è quello di un addetto ai lavori, e quindi all’interno del libro ci si concentra anche su singole composizioni, analizzandole con attenzione (e quando possibile con lo spartito). Accade per classici del minimalismo come “Pendulum music” di Reich o “In C” di Riley, per la seconda delle “Sonatas and interludes” di Cage, per lo “String quartet” di Terry Jennings… Perché accanto all’entusiasmo per la musica nuova Nyman aggiunge la sua indubbia competenza musicale e la sua conoscenza delle opere di cui parla, e, come sapete, se alla passione uniamo la conoscenza il risultato non può che essere ottimo.
Per illustrare le sue tesi Nyman utilizza anche molti testi degli autori di cui parla (recuperati da interviste, libri, libretti di sala…) aggiungendo la loro voce alla sua voce, rendendo il libro ancor più polifonico, quasi un manifesto generazionale.

Entrando ancor più nello specifico il libro inizia cercando di descrivere l’oggetto di cui si occupa (questa fantomatica experimental music), chiedendosi cosa la distingua dalla canonica avanguardia accademica (spesso prendendo Stockhausen come riferimento teorico e pratico di quest’ultima), e specificando così i suoi tratti salienti (dal ruolo della performance a quello del compositore), poi ne cerca il retroterra storico (e quindi ancora Cage, ma anche Satie ed altri) per ricordare che nulla nasce dal nulla. A questo punto si tuffa nel racconto e nell’analisi delle musiche in questione, partendo dagli anni ’50, passando attraverso un capitolo dedicato al movimento Fluxus, per poi affrontare gli anni ’60 e il ruolo dell’elettronica nelle nuove musiche concludendo con un capitolo dedicato al minimalismo (probabilmente, in quel momento, il genere più emerso e visibile tra quelli dei quali si è parlato nel libro).

Nel fare questo il discorso nymaniano passa con disinvoltura da questioni generali ad approfondimenti di singole opere o di singoli artisti con una rara capacità comunicativa (il libro è pur sembre un libro molto tecnico) unita ad una eccellente competenza sia della materia generale (la musica) sia delle opere prodotte dagli artisti analizzati nel libro (da questo punto di vista i concetti espressi sono raramente invecchiati e risultano generalmente ancora convincenti ed attuali).

E quindi, rispondendo alla domanda iniziale, leggere oggi questo libro significa non solo avere uno sguardo su una serie di artisti fondamentali degli ultimi 50 anni, ma anche avvertire come questi potessero essere percepiti nei primissimi ’70 respirando un po’ di quell’aria così lontana da quella odierna da sembrare, ormai, quasi un’invenzione letteraria.

La bella avanguardia di una volta.

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