OPEN MUSEUM OPEN CITY, al MAXXI di Roma, 2014

Roma sulla carta è una grande capitale europea, ma sotto molti aspetti non è paragonabile alle varie Londra, Parigi, Berlino
Il suo rapporto con l’arte contemporanea non è dei più facili, e ancor più complicato è il rapporto con la sound-art, un aspetto dell’arte contemporanea particolarmente difficile da incontrare nella caput mundi.
Accogliamo quindi con un applauso e legittima soddisfazione questa iniziativa del MAXXI (il bellissimo museo dedicato all’arte del XXI secolo) intitolata “Open museum open city“.

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Per poco più di un mese il MAXXI ha (quasi) del tutto svuotato i suoi spazi da cose e oggetti e nei suoi ampi corridoi, nelle sue gallerie imponenti, ha ospitato una serie di installazioni sonore fatte solo di suoni (niente proiezioni o appendici visuali). A prescindere dalla qualità delle installazioni va davvero apprezzato il coraggio di proporre una mostra così inusuale per i romani (saranno stati in grado di farsi affascinare da essa ? Avranno ricompensato il coraggio degli organizzatori ?) all’interno non di una piccola galleria privata o di una struttura semi-clandestina, ma di una delle più importanti istituzioni dedicate all’arte.
La mia speranza è che la risposta degli appassionati sia stata positiva ed iniziative come questa diventino la norma (e non l’eccezione) in questa città che troppo spesso si appoggia esclusivamente alla sua storia e al suo passato e sembra fare enorme fatica a vivere il qui ed ora. Nel frattempo mi sono recato in via Guido Reni una domenica mattina (stendendo subito un velo pietoso sull’incredibile ed insensato orario di apertura fissato alle ore 11) e ho dedicato a questa mostra quasi due ore del mio tempo, con risultati del tutto soddisfacenti.

Essendo io interessato più alla musica che alla sound-art in generale, le installazioni che ho più apprezzato sono state quelle di Ryoji Ikeda (intitolata “A [4ch version] 2014“, dove la A va intesa come la nota LA espressa in notazione anglosassone) realizzata in uno spazio cubico con (se non erro) semplicemente 8 altoparlanti messi negli angoli, due per angolo, a diffondere, appunto, il suono continuo di diversi “LA” per un risultato molto vicino (dal punto di vista dell’ascoltatore) a quello delle classiche sinewaves di LaMonte Young, con l’ascoltatore che, se vuole, può esplorare lo spazio palmo a palmo e osservare le mutazioni del suono, i battimenti, le oscillazioni. Altra installazione splendida quella di Philippe Rahm (“Sublimated music“) nella quale una sezione di un brano per pianoforte di Debussy viene scomposta su una moltitudine di singoli altoparlanti e sta, anche qui, all’ascoltatore ricomporla o meno attraverso il suo movimento all’interno della sala. Ho apprezzato il fatto che, alla fine della fiera, il risultato dell’operazione fosse, per quello che mi riguarda, l’ascolto di qualcosa di molto vicino al minimalismo storico (e quindi estremamente gradevole).

Ho anche avuto una ottima impressione, seppur in maniera diversa rispetto ai due casi sopraelencati, dello scalpellìo insistito e moooolto (ben) amplificato di “Doing” di Lara Favaretto, dell’ironico e divertentissimo “Oracle 2.0” di Justin Bennett (adoro moltissimo il modo in cui l’arte contemporanea spesso mi strappa dei sorrisi di puro godimento e divertimento) e anche di “External binaural envelope” di Haroon Mirza, con la sua capacità di trasformare dei muri in vere e proprie membrane permeabili ai suoni esterni. Mi ha intrigato “Territoriale” di Francesco Fonassi, anche se, per un infausto problema tecnico, ho solo potuto immaginare come sarebbero state le interazioni tra i presenti al di qua e al di là del muro, centro di gravità della sua installazione.

Meno riuscite, sempre a mio poco significativo parere, le altre installazioni: “Sonic mappings” di Bill Fontana (forse non situata nel posto migliore del museo per rendere al meglio), “Hyper-forum” ancora di Bennett (mi ha lasciato molto freddo con questo suo riportare suoni romani all’interno di un cubo virtuale delimitato dagli altoparlanti), “A room of rhytms-curva” di Cevdet Erek (interessante l’idea, ma non mi ha troppo convinto la realizzazione finale, a parte gli altoparlanti dai quali usciva una emozionante voce femminile che ripeteva sempre la stessa breve frase, in italiano).
C’erano poi alcuni punti di ascolto preparati da quelli di RAM (radioartemobile), un po’ dispersivi quelli interni al museo, più interessanti quelli esterni dove si potevano selezionare dei file audio molto interessanti (io mi sono ascoltato una intervista ad Alvin Curran davvero imperdibile).

Come scritto sopra due ore molto stuzzicanti passate in compagnia del puro suono (e di qualche altro viandante, a volte, coraggiosamente, con figli al seguito, sperduto nelle sale).

Il mio invito è, a quelli del MAXXI, di insistere su questa strada, mentre ai romani suggerisco di cogliere queste occasioni perché non è detto che ne avranno molte altre in futuro per annusare forme d’arte così poco usuali per questa città a volte troppo provinciale.

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