ALICE “Veleni”, 2014, Arecibo

L’ultimo lavoro pubblicato da Alice si intitola “Weekend” ed al suo interno compare una canzone, intitolata “Veleni“, che già prima di essere pubblicata provocò discrete polemiche (proposta per Sanremo, pare sia stata bocciata, o forse no, o chissà…) e che appena ascoltata mi ha scatenato qualche piccola riflessione.

Scritta da Manlio Sgalambro e Franco Battiato (che l’ha anche prodotta e arrangiata) questa canzone, dal punto di vista dei testi, si muove sulle coordinate più recentemente frequentate dall’autore siciliano (reincarnazione, buddhismo, senso della vita… sapete di cosa parlo), ma l’aspetto che mi ha fatto sussultare è stata l’interpretazione che ne ha fatto Alice, particolarmente nel passaggio, circa a metà della canzone, nel quale vengono elencati questi famigerati “veleni” (o, come scrivono alcuni, ironizzando, “veleeeeeeeeeeni“).

Facciamo un classico passo indietro.

Sono ormai moltissimi anni (direi almeno da “Park hotel“, 1986) che Alice si è caratterizzata come interprete raffinata di musiche delicate, dagli arrangiamenti sofisticati incentrati soprattutto su tastiere fascinose, chitarre, rigorosamente non distorte, e ritmiche quanto basta. La sua voce sembrava aver perso definitivamente certe asprezze, certa cattiveria, che invece la caratterizzava nel periodo di massimo successo commerciale. Era passato così tanto tempo dalla (beata) esplosione di rabbia di “Messaggio” o dai saliscendi acrobatici di “Bazar” (ma gli esempi potrebbero essere tantissimi) che neanche speravo più di ritrovare certi toni e certe intensità.
E invece in questa canzone (o almeno per un suo importante tratto) ritroviamo, come un fulmine a ciel sereno, quella rabbia, quella grinta, quella energia che, a dispetto degli anni passati, anche anagraficamente, scopriamo sorprendentemente essere ancora perfettamente preservate, pronte a farci ancora vibrare come allora. Perché la voce di Alice si è perfettamente conservata e gli anni hanno solamente aumentato le sue capacità interpretative e la sua abilità di gestire ogni piccola sfumatura.
Può sembrare una osservazione nostalgica, ma il punto è che, quando un artista ha molte corde al suo arco e si concentra solo su alcune evitando sistematicamente di utilizzarle tutte, in qualche modo è come se si privasse (e ci privasse) di un pezzetto di sé, e questa cosa, d’istinto, non mi sembra positiva.

Insomma: è stato un po’ come ritrovare dopo tanto tempo vecchi amici con i quali siamo sempre andati d’accordo e che abbiamo perso di vista senza sapere bene perché.

weekend

Già che ci siamo due parole sul resto del disco, un lavoro che è caratterizzato (direi programmaticamente) da una particolare e gustosissima leggerezza. Realizzato senza obblighi contrattuali e senza particolari velleità ideologico-artistiche, è tutto giocato sul piacere di suonare assieme a tempo perso (i week-end del titolo), e sembra di poter toccare con mano l’atmosfera rilassata delle session, il gusto dell’artista nello scegliere i brani da interpretare (pescando tranquillamente tra inediti, cover altrui, brani propri recuperati… sempre senza dover obbedire a steccati imposti o autoimposti) e l’assoluto divertimento di tutti i musicisti che hanno partecipato. Una atmosfera che ben si percepisce e molto influenza (positivamente) il climax del disco tutto. Magari, se l’avessi prodotto io, avrei aggiunto un po’ più di calore nelle tastiere, utilizzando glitch e disturbi vari in maniera più pronunciata, ma è una questione di mio gusto personale (anche se, da questa punto di vista, mi sembra che Alice e Francesco Messina siano da tanti anni fermi nell’utilizzo di suoni sintetici più o meno sempre uguali).

Particolare menzione per l’iniziale e struggente (e bellissima) “Tante belle cose“, per un capolavoro senza tempo come “La realtà non esiste” (metà del doppio omaggio allo scomparso Claudio Rocchi), per la conclusiva “Qualcuno pronuncia il mio nome” (scritta da Mino De Martino con la consueta profondità) che accenna con nonchalance anche a quei “dischi di La Monte Young” che non so quanti degli appassionati di Alice abbiano mai ascoltato (e ai quali consigliamo di recuperarli, per quanto possibile).

Dimenticavo: “Veleni“, oltre a restituirci una Alice interprete a 360 gradi è anche una splendida canzone.

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