FRANCO BATTIATO “Apriti sesamo”, 2012, Mercury

Ci ho messo tanto tempo a digerire questo disco. Le ottime reazioni degli appassionati alla sua uscita (fenomeno raro, perché di norma l’abBattiato è ipercritico e nostalgico) hanno molto aumentato le mie aspettative, ed è stata quindi abbastanza inevitabile una prima reazione di pacato scontento.
Solo i ripetuti ascolti mi hanno permesso di valutare questo lavoro per quello che è, ovviamente secondo il mio gusto, ma senza troppi condizionamenti esterni, e la morale è che questo disco è l’ennesimo buon lavoro di Battiato, non un capolavoro, sia chiaro, ma siamo sostanzialmente allo stesso (ottimo) livello dei suoi lavori più recenti (tipo “Il vuoto” o “Ferro battuto“) e un pelino sotto quei “X stratagemmi” da me molto amati.

Per non tornare a dire le solite cose già dette in molte occasioni (a volte in positivo, altre volte in negativo), questa volta preferisco concentrarmi su alcuni singoli aspetti di “Apriti sesamo” che mi hanno colpito.

apritis

1) gli arrangiamenti

Seguendo una scelta che ha caratterizzato molti dei concerti di Battiato dell’ultimo decennio, per questo disco l’artista siciliano ha privilegiato degli arrangiamenti ecumenici, nel senso che ha utilizzato (più o meno) contemporaneamente sia gli archi, sia l’elettronica, sia qualche elemento rock, senza una rigida scelta di campo.

Specifico subito che ho molto amato i suoi lavori pop in cui l’elettronica dominava (“Orizzonti perduti“, “L’ombrello e la macchina da cucire“) così come ho apprezzato quelli più acustici (“Come un cammello in una grondaia“, il primo “Fleurs“), fatico invece a digerire questi arrangiamenti né carne né pesce in cui gli strumenti si infilano un po’ tutti, privando di anima il suono generale del disco.

Ci sono poi alcune scelte specifiche che proprio non ho digerito, ad esempio l’uso del quartetto d’archi.

Senza voler essere iper-nostalgici della golden age degli anni ’80, credo sia indubitabile come l’uso del quartetto in questo disco non produca quell’intensità e bellezza che Giusto Pio realizzava con un solo violino.
E questo è giusto e naturale.
Perché un quartetto d’archi (ancor di più se i 4 musicisti provengono dall’universo della musica classica) tenderà a suonare BENE e con PRECISIONE lo spartito affidatogli (non sono stato certo io a dire per primo che “gli orchestrali sono uguali in tutto il mondo simili ai segnali orario delle radio“). Al contrario se Battiato avesse utilizzato UN SOLO violino, probabilmente il musicista, nell’eseguire lo spartito, si sarebbe sentito libero di interpretare la musica giocando con gli accenti, la velocità, le pause in maniera tale da rendere più vibrante ed emozionante la sua esecuzione. Non è un problema di collaboratori (i due violinisti del quartetto, così come gli altri due componenti del gruppo, sono eccellenti interpreti), ma si tratta di dare energia, sentimento e calore alle parti degli archi, che, così come sono, risultano fredde e scolastiche, l’esatto contrario di come suonava il violino negli anni ’80.

Non ho invece capito (ma anche qui potrebbe essere più una questione di gusto personale che una verità assoluta) la presenza e l’utilizzo della chitarra in questo disco. Usata generalmente in maniera dolce, con lievi arpeggi per nulla, o pochissimo, distorti, mi appare sempre come un corpo estraneo (per non dire fastidioso), qualcosa che se non ci fosse non se ne sentirebbe la mancanza.
Ho l’impressione che se in brani come “Passacaglia” o “Un irresistibile richiamo” la si fosse tolta magari, contemporaneamente, aumentando il ruolo delle tastiere, probabilmente il pezzo sarebbe risultato più riuscito (e mi sfugge anche perché abbia reclutato Simon Tong per questo ruolo, tanto poco è incisiva la sua presenza, capace solo di far rimpiangere non solo Alberto Radius ma anche Davide Ferrario).
Resta sempre l’impressione che quando Battiato si lascia andare con l’elettronica (i campionamenti di “Un irresistibile richiamo“, il bel feeling tra pianoforte, tastiere e ritmiche di “Aurora“, i suoni acustici processati in “Testamento“, l’energia e i contrappunti di “Eri con me” e di “La polvere del branco“) l’arrangiamento risulti più convincente.

Tra i momenti musicali più felici del disco la tastiera di “Quand’ero giovane” che, non chiedetemi perché, sembra davvero evocare gli anni ’60 dei quali parla il testo, l’elettronica (un po’ più) spinta in “Passacaglia” e “Aurora“, gli accenni rockettari di “Caliti junku” e l’utilizzo, sempre pertinente ed efficace, del pianoforte di Carlo Guaitoli.

Molti hanno criticato la voce di Battiato in questa occasione. A mio parere invece l’uso che ne fa dimostra una chiarezza invidiabile nel Battiato interprete che, perfettamente conscio dei suoi limiti attuali, la utilizza al meglio rendendola efficace e molto espressiva rinunciando, gioco forza, alla potenza e a tutta quella muscolarità che oggi va tanto di moda. Una scelta umile e saggia, di chi ha grande rispetto per la musica e conosce minuziosamente l’importanza delle sfumature.

Non torno più, se non per un attimo, sull’infinita, meravigliosa, liaison tra le canzoni di Battiato e la musica classica, qui portata avanti nuovamente in “Caliti junku” e in “Passacaglia” (ne ho già parlato a sufficienza altrove e in altri tempi).

2) i testi

Uno dei punti più critici di questo disco riguarda i testi. Quando Battiato raggiunse il grande successo commerciale, una delle sue carte vincenti fu la qualità dei suoi testi. Pienamente post-moderni, più che raccontare storie e esprimere concetti cercavano di stimolare, a svariati livelli, la curiosità dell’ascoltatore attraverso citazioni, riferimenti alti e bassi e un continuo stuzzicare l’intelligenza dell’appassionato giocando tra il serio e il faceto. Veniva lasciata proprio all’ascoltatore, eventualmente, la possibilità di approfondire uno o più di questi stimoli.

Questo modo di fare canzone pop a me piaceva (e piace) molto.

Con “Apriti sesamo” arriva a compimento invece (e purtroppo) un percorso di cambiamento che ha trasformato Battiato in un cantautore che nelle sue canzoni esprime concetti ben determinati, di fatto ponendosi nei confronti dell’ascoltatore come chi, ex cathedra, vuole convincerlo a credere e condividere la sua visione del mondo. Noi, che siamo figli del situazionismo e delle avanguardie di inizio XX secolo, tendiamo a bollare questo atteggiamento come autoritario e paternalistico, ma sembra che ai giorni nostri, più banalmente, molti ascoltatori desiderino che le canzoni veicolino messaggi o concetti ai quali aggrapparsi o ai quali ispirarsi.
Ascoltiamo pertanto canzoni (o importanti sezioni di alcune di esse) molto buddhist-oriented dove in maniera esplicita Battiato ci propone convintamente la sua visione del mondo.
Tutto legittimo, per carità, ma mi si permetta di non condividere questa scelta.

Inspiegabile poi, specie per chi come me è cresciuto sui testi delle sue canzoni, l’autoreferenzialità fine a sé stessa di “Quand’ero giovane“, ricca di frammenti di vita vissuta dallo stesso Battiato del tutto privi di interesse e di significanza per chi ascolta (“Quand’ero giovane andavo a letto tardi, sempre, vedevo l’alba, dormivo di giorno e mi svegliavo nel pomeriggio“, che viene da chiedersi cosa mai potrà interessarcene di cotanta informazione, il Grande Capo Estiqaatsi avrebbe di che commentare).

Non mancano qua e là le zampate del nostro (Sgalambro sembra spesso ai margini delle canzoni), come alcuni passaggi di “Testamento” o de “La polvere del branco“, ma, in generale, direi che i testi sono il punto più debole del disco (e non è un caso che, dopo aver ascoltato parecchie altre canzoni, l’arrivo di “Aurora“, il cui testo è derivato da una poesia di Ibn Hamdis, scuota l’ascoltatore mostrandogli dei versi che spiccano in positivo rispetto ai precedenti in maniera quasi imbarazzante).

Perdonatemi infine una piccola digressione riguardo l’uso che Battiato e Sgalambro fanno della parola “branco”. Da appassionato ideologico dei predatori credo che in realtà il branco di cui parlano i due autori siciliani sia quello che meglio sarebbe stato indicare come mandria o gregge. Il branco è una unità collettiva, ben organizzata e razionale, mirata a soddisfare le necessità di sopravvivenza di tutti i suoi componenti. Nulla a che spartire quindi con l’immagine evocata nella canzone (appunto) “La polvere del branco”. Che poi oggi, nei giornali, questa parola venga trattata in maniera altrettanto inappropriata è uno dei tipici effetti distorsivi sul linguaggio dovuti alla retorica giornalistica e all’abuso di frasi fatte che la caratterizza.

3) le eccezioni

Gli ultimi due brani del disco spiccano rispetto agli altri per quello che riguarda la loro forma musicale. E sono probabilmente, insieme ad “Aurora“, i brani più interessanti e stimolanti (e riusciti) del lotto.

La traccia 9, “Il serpente“, è uno di quei brani che ogni tanto escono a Battiato caratterizzati da melodie ampie e sviluppate, privi di batteria o percussioni, simili a certe romanze dell’ ‘800, ma perfettamente adattate alla contemporaneità. Testo un po’ più sgalambriano degli altri (è un complimento) e questa melodia che conquista ascolto dopo ascolto, lontanissima dalla banalità tipica della musica leggera moderna e che sembra essere stata scritta per persone capaci di una attenzione alla musica che (ho l’impressione) si stia sempre più perdendo (soprattutto tra gli adolescenti e i post-adolescenti di oggi). Pianoforte e tastiere per un gioiello che sembra sia rimasto nascosto ai più.

La conclusiva “Apriti sesamo” (indicata non a caso come bonus-track) è il pezzo più originale dell’intero disco. Tutta elettronica e pianoforte, la musica sembra essere erede, alla lontana, di certi lavori post-minimalisti di Robert Ashley caratterizzati, appunto, da voce recitante e tastiere. Qui Battiato utilizza un bellissimo recitar-cantando (in cui racconta, non vi sorprenderà, parte della storia di Ali Babà e i quaranta ladroni) appoggiato su queste tastiere ripetitive creando una atmosfera delicata ed ipnotica lontana sia dalla forma canzone sia dai suoi lavori più di ricerca (ma siamo sempre immersi in una musicalità fortissima ed ascoltare questo pezzo, seguirne lo sviluppo, è un grande piacere).
Una interessante via di mezzo che potrebbe essere stimolante percorrere ancora e qualcosa di abbastanza unico nella sua pur lunga e variegata carriera.

Quindi, in conclusione, un disco con molti aspetti positivi (sui quali magari mi sono espresso poco, ma sono le consuete qualità dei lavori di Battiato) e alcune questioni che invece mi trovano in disaccordo.

Ma di solito quello che non mi piace oggi di Battiato tendo ad apprezzarlo dopo una decina d’anni (dandogli regolarmente ragione), per cui forse sarà meglio riparlarne nel 2025.

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7 thoughts on “FRANCO BATTIATO “Apriti sesamo”, 2012, Mercury

  1. Vincenzo ha detto:

    Una sola perplessità: qual è la differenza tra l’autoreferenzialità dei testi di “Quando ero giovane” e quella di “Mal d’Africa” o “il mito dell’amore?”
    Ha solo trasferito, mi pare, impressioni siciliane in Lombardia e, per questo, questo disco mi regala ancora timide erezioni 😉

    • AbulQasim ha detto:

      A me le differenze sembrano evidenti. “Il mito dell’amore” racconta un episodio, non necessariamente autobiografico, che rappresenta una determinata situazione ed è funzionale al testo generale e alla descrizione (appunto) del mito dell’amore.
      “Mal d’Africa” ci regala suggestioni che hanno anche qui quasi un valore socio-antropologico e, seppur autobiografiche, servono a raccontare e descrivere un contesto.
      Ma in “Quand’ero giovane” si cade nel calligrafismo fine a se stesso. Anche mio fratello quando lavorava all’ItalCable e faceva sempre i turni notturni dormiva di giorno, ma questa cosa interessava solo lui e non ci ha fatto sopra una canzone.
      Non c’è niente di male nel raccontare episodi vissuti, ma questi devono essere interessanti per chi ascolta o, meglio, essere rappresentativi di qualcosa di più grande. Se dici che “la notte non mi piace tanto” potresti anche aggiungerci che il gelato lo preferisci al limone, siamo allo stesso livello. I riferimenti alle cameriere, agli operai o al Parco Ravizza in questo caso mi sembrano largamente insufficienti a giustificare questo testo.

  2. AbulQasim ha detto:

    passati i 50 anni non si ha più la pretesa di convincere nessuno, ci si accontenta di esprimere le proprie idee

  3. calypsos ha detto:

    Però riconoscerai che “Aurora”, la mia adorata “Aurora”, mi incantò al primo ascolto, come più volte ho scritto qui e là.
    Complimenti da
    calypsos

    • AbulQasim ha detto:

      Grazie per i complimenti, fanno sempre piacere.
      Scrivendo questo post non ho potuto non pensare che stavo dando ragione a ciò che scrivesti mesi e mesi prima, a quanto pare a volte andiamo in perfetto accordo. 😉

      • calypsos ha detto:

        Ma quanto c’è voluto per andare un po’ d’accordo con me, cioè l’incompetente musicale totale. Però con i testi me la cavo un po’ meglio 😉

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