FABRIZIO BASCIANO “Battiato ’70”, 2015, Crac edizioni

Vorrei occuparmi del libro di recente pubblicazione «Battiato ’70 – Tra popular music e avanguardia colta» scritto da Fabrizio Basciano.
Anche questo, come già dissi del libro su Gianni Sassi, è un libro meritorio e necessario, aldilà dei suoi stessi meriti, perché innanzitutto pone l’attenzione su un periodo della produzione musicale di Battiato tra i più interessanti e, fondamentalmente, tra i meno approfonditi.
In più apprezzo (e molto) l’approccio di Basciano: sia per l’entusiasmo e la passione riversate in quest’opera, sia per l’ambizione, non solo legittima, ma, a mio parere, assolutamente necessaria, di affrontare l’argomento con serio rigore musicologico (non a caso tra le fonti del libro torna spesso quel Franco Fabbri assoluto nume tutelare degli studi musicologici italiani).

Affronterò l’analisi del libro dividendola per le varie sezioni che lo compongono, questo non solo perché queste sezioni sono fondamentalmente autonome, ma proprio perché questo libro sembra nascere da una specie di remixaggio di diversi scritti di Basciano, qui ripresi, rimescolati e integrati con nuovi materiali. Al cuore dell’opera dovrebbe esserci (parlo al condizionale perché nel libro questo aspetto non è chiarito in maniera definitiva) un suo precedente e-bookGli anni ’70 di Franco Battiato – tra popular music e avanguardie colte») a sua volta probabilmente generato dalla sua tesi di laurea (Basciano ha un’ottima preparazione di base, laureato in Musicologia ha studiato anche composizione e musica elettronica, pubblicato alcuni suoi lavori musicali e tante altre cose).

Battiato_FrontCoverIniziamo quindi dalla prima sezione («Necessarie premesse: un approccio deduttivo») che, pur essendo ben fatta e ben scritta, risulta, a mio parere, ormai superata dai fatti e dalla storia. Partendo da Adorno, Basciano si infila in tutta una serie di questioni riguardanti la dignità delle musiche “non colte” e la possibilità o meno di studiarle scientificamentente.
Dibattito d’epoca che, forse, aveva senso nel secolo scorso e che, immagino, sia ancora vivo all’interno delle mura dei conservatori dove i custodi della “vera arte musicale” si ostinano a vivere.
Viceversa, nel mondo reale e pulsante di vita vera, è ormai assodato (almeno per la critica più evoluta e autorevole) come non sia importante DA DOVE certa musica provenga (quali ambiti, quali scene o quali processi l’abbiano prodotta), ma come, viceversa, ogni musica vada giudicata, valutata (e naturalmente ascoltata) semplicemente per quello che è.

Chi segue una rivista come «Blow Up» avrà capito immediatamente cosa intendo, avendo presente a quale spettro di opere sono dedicati i suoi articoli e le sue recensioni. Cito questa rivista non a caso, perché mi appare evidente come siano i critici “proveniente dal rock” (e quindi dalla popular music, come direbbe Basciano) ad aver meglio compreso questa sostanziale democrazia musicale, e come la buona musica possa (o meno) emergere in ogni landa, senza bisogno di bollini di qualità preventivi.
Per cui posso dire anche di aver apprezzato lo sforzo fatto da Basciano per spiegarci PERCHE’ le musiche di Battiato meritino di essere analizzate seriamente, ma personalmente non ne sentivo il bisogno.

In questa sezione, ma anche nelle altre, Basciano paga qui e là la sua giovane età (classe 1982) e la relativa difficoltà a gestire movimenti musicali ampi e variegati come il progressive rock, la kosmische musik tedesca o lo stesso minimalismo americano.
Ad esempio quando parla di «evidenti influenze della minimal music degli americani Steve Reich, Michael Nyman, Philip Glass e Terry Riley, presenti in particolar modo nei lavori dei Tangerine dream e dei Kraftwerk», secondo me fa un pizzico di confusione. Intanto perché nei lavori più importanti dei Tangerine dream (diciamo fino a «Phaedra») e nei primi dischi dei Kraftwerk c’è davvero pochissimo di minimalista, poi perché Nyman non è americano ma inglese (e, a mio parere, andrebbe anche etichettato come post-minimalista in quanto influenzato pesantemente da Glass e soci dei quali recupera alcuni aspetti spostandoli in un nuovo contesto legato alla musica barocca e alla tradizione colta europea), ma soprattutto perché all’epoca della quale ci stiamo interessando (prima metà dei ’70) Nyman non aveva prodotto praticamente nessun disco minimalista (o post-minimalista).

Passiamo ora alla seconda sezione («Il sintetizzatore: teorie e prassi»), molto ben sviluppata nella sua prima parte, che è dedicata alle conseguenze che ebbe su parte della popular music l’invenzione e la commercializzazione dei vari sintetizzatori con uno zoom particolare sulla scena tedesca dei primi ’70. Questa ulteriore sotto-sezione, oltre ad essere forse non necessaria in ottica Battiato, risulta per forza di cose piuttosto sbrigativa. Troppo ampio l’argomento per trattarlo con un minimo di profondità in così poco spazio. Basciano preferisce spesso puntare la sua attenzione su singoli brani, non scegliendo necessariamente quelli considerati più importanti e significativi (a lungo si sofferma su «Sonderangebot» dei Neu!, peraltro storpiandone sempre il titolo, ma ormai i correttori automatici fanno più danni di chi scrive, quando le ragioni per cui sono passati alla storia risiedono in brani quali “Hallogallo” o “Hero“) realizzando alla fine uno sguardo troppo superficiale e parziale sull’argomento che voleva approfondire.

E’ con la terza sezione («Franco Battiato e la produzione sperimentale») che si entra davvero nella polpa dell’opera di Battiato, prima con una introduzione generale, poi con l’analisi dei singoli album.
Qui Basciano ricostruisce storicamente il percorso di Battiato e presenta anche alcune sue opinioni interessanti, pur perdendosi nella necessità, anche questa molto accademica, di etichettare correttamente i dischi dell’autore siciliano (è musica leggera ? è prog ? è avanguardia ? è sperimentazione ? è contemporanea ? ecc.).

Un paio di osservazioni.

Basciano scrive: «Battiato non proveniva dal mondo del rock, bensì da quello della musica leggera italiana» intendendo come questo suo aspetto biografico lo distinguesse dagli altri artisti che condividevano la scena (genericamente) prog italiana di quegli anni. In realtà questo tipo di percorso non è stato solo suo. Quasi tutta la PFM prima di virare verso il prog incideva canzoni leggerissime con il nome de I QuelliUna bambolina che fa no no no»), Vittorio Nocenzi, principale autore e tastierista del Banco del mutuo soccorso, scrisse e arrangiò canzoni per un LP di Gabriella Ferri, lo stesso Stratos suonava con i Ribelli (e il tastierista degli Area, Patrizio Fariselli, aveva militato in gruppi di liscio romagnolo)… insomma, per quello che io ricordo quello di Battiato fu un percorso tipico per molti della sua generazione.
D’altra parte la presunta unicità di Battiato secondo l’autore (che sembra riferirsi come confronto esclusivamente al prog cosiddetto sinfonico) si scontra con l’esistenza di tanti artisti coevi altrettanto (più o meno) unici. Gli Aktuala, Claudio Rocchi, i Dedalus, i Saint Just, il primo Alan Sorrenti, i Carnascialia, il primo Toni Esposito, la figura immensa di Demetrio Stratos… il verbo prog si è manifestato in tante e tali forme che è difficile dare a Battiato la patente di unico, o, per essere più precisi, Battiato fu certo unico, ma essere unici in quegli anni era una cosa relativamente comune.

In ogni caso sono molte in questa sezione le pagine interessanti e condivisibili scritte dall’autore riguardo il Battiato dei ’70 e nel momento in cui affronta i singoli LP direi che produce la sezione più significativa del libro.
Per ogni disco scrive un’introduzione descrittiva generale e poi analizza uno per uno i brani che lo compongono, e sono tanti qui i momenti che andrebbero ricordati (dalle osservazioni sulla metodologia con cui furono sviluppati gli arrangiamenti dei brani di «Fetus» ad alcuni dubbi sulla paternità degli arrangiamenti di «Pollution», passando per alcune riflessioni sulle code di «Sulle corde di Aries»). Nel descrivere i singoli brani a volte risulta un tantino didascalico, altre volte invece pertinente ed estremamente efficace (l’uso della batteria e del riverbero nei brani di «Fetus», il riferimento, corretto e credo inedito, all’opera di Karlheinz Stockhausen per «Rien ne va plus»…).

Anche per questa sezione però segnaliamo alcune perplessità. Innanzitutto non si capisce perché vengano completamente ignorate le due canzoni del singolo «La convenzione». Parlando approfonditamente di quegli anni ritenevo inevitabile si dovesse spendere qualche pagina e un minimo di analisi su due canzoni del tutto assenti negli LP e a loro perfettamente contemporanee.
Poi, nell’analisi di «Beta», Basciano scrive:. «La nuova sezione è attraversata, da capo a fondo, da un insieme di voci femminili impegnate in vocalizzi eterei […] Le voci femminili per poco lasciano spazio a voci maschili in registro grave, per poi riprendere possesso del brano fino alla sua apparente chiusa finale, a 6’35”».
Il punto è che nei crediti del disco non figura nessuna cantante, e, se si ascolta con attenzione «Beta», si nota come le voci che si ascoltano siano sempre e solo quelle di Battiato che in alcuni casi accelera il nastro e in altri lo rallenta modificandone così il timbro. Che ad una analisi tecnica di questi brani sia sfuggito questo aspetto non è cosa da poco, se non altro perché è l’ennesima dimostrazione/testimonianza di come Battiato in quegli anni amasse giocare in studio con i nastri divertendosi a ottenere timbri e sonorità se non inedite, perlomeno sui generis.

Per chi avesse dubbi inserisco di seguito il link ad un eccellente😉 video di questo brano.

Il libro si conclude con una breve sezione dedicata al Joe Patti’s Experimental Group (ma allora non sarebbe stato corretto parlare anche di «Campi magnetici» ?), una intervista a Battiato che non molto aggiunge a quanto scritto in precedenza e delle conclusioni finali.

Devo aggiungere due righe riguardanti le fonti del libro.

Basciano, immagino anche grazie alla sua formazione accademica, elenca puntualmente (e giustamente) i libri dai quali ha preso spunto. Peccato che, dato l’argomento (ovvero coloro che nei ’70 cercarono nuove vie musicali ai limiti dell’avanguardia colta partendo da esperienze tipicamente pop), manchino i due libri che, a mio parere, meglio affrontarono in tempo reale queste questioni ovvero il mio amato «Minimal, trance music e elettronica incolta» di Gaetano e Tomangelo Cappelli e il classico (e recentemente ristampato) «La musica rock-progressiva europea» di Luca Majer e Al Aprile, due libri molto ben fatti e ben addentro a certe questioni (specialmente il primo).

Altrettanto grave la mancanza di articoli tratti dalla rivista Gong che pure lei in diretta all’epoca seppe narrare e analizzare ciò che accadeva. Trovo pure discutibile l’aver citato come fonte di molte immagini presenti nel libro a corredo dei testi (per inciso immagini non sempre all’altezza del libro per quello che riguarda la qualità, spesso sgranate e a bassa definizione) un noto sito dedicato a Battiato che, se pure ospita queste foto, certo non ne è la fonte vera. L’autore avrebbe dovuto cercare di scoprire da dove provenissero quelle foto e magari citare anche il nome dei fotografi. Non sarebbe stato difficilissimo.

Detto questo concludo dicendo che, a mio parere, l’impressione su questo libro è quella di una prima parte troppo pretenziosa (forse non all’altezza dell’autore) e sviluppata troppo sinteticamente, mentre il cuore del libro, la parte dedicata ai dischi di Battiato, mi sembra ben fatta e forse meritava una ulteriore espansione e sviluppo. Ma, conoscendo i metodi attuali dell’industria libraria, è possibile che molte delle responsabilità appartengano all’editore che potrebbe aver fissato preventivamente tempi, costi e metodi di realizzazione di questo libro impedendo all’autore di migliorarlo.

In ogni caso una lettura consigliata a chi vuole conoscere i primi quattro dischi di Battiato e magari desidera affrontarli in maniera un po’ più approfondita del solito.

2 thoughts on “FABRIZIO BASCIANO “Battiato ’70”, 2015, Crac edizioni

  1. Marco Refe scrive:

    Grazie per la bella e attenta recensione. Da parte mia (l’editore) posso solo assicurare che non ci sono stati vincoli imposti all’autore nella realizzazione del libro.

  2. AbulQasim scrive:

    Grazie per il molto cortese commento. Per quello che riguarda il ruolo dell’editore mi riferivo a tutta una serie di limiti che molto spesso, e del tutto legittimamente, gli editori pongono agli autori (numero delle pagine del libro, tempi di realizzazione, numero e qualità delle eventuali immagini a corredo del libro ecc.).
    Questi limiti a volte determinano in negativo la qualità del libro, ma se, come sembra, questa volta l’autore è stato lasciato libero di determinare la propria opera non posso che essere felice per lui.

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