LUCA MITI “Just before dawn”, 2005, Ants

Molte volte, per fare un buon disco, può bastare essere capaci di selezionare, tra quanto già esistente, lavori poco noti o magari sfuggiti ai più. Può bastare solo questo per fare qualcosa che suoni originale e fresco. Se poi si è anche degli ottimi esecutori, allora il disco può anche essere memorabile.

AG10-11Ho solo recentemente recuperato questo disco prodotto dalla romana e benemerita Ants (acronimo che sta, anche, per “a new timeless sound“) e devo dire che ascoltarlo è stata una assoluta benedizione. Luca Miti, qui in veste di pianista, ma lui è stato ed è molto più che semplicemente questo, seleziona una serie di opere genericamente orbitanti intorno al minimalismo, ma quasi tutte pochissimo note e pochissimo incise, realizzando qualcosa che risulta davvero convincente.
Dentro ci troviamo lavori molto diversi e allo stesso tempo molto vicini tra loro.

Lavori più corposi, a partire dal colosso “Keyboard study #2” del gran maestro Terry Riley (lavoro d’epoca, 1965, che molto, e bene, deve aver condizionato un giovane Philip Glass) passando per i nove minuti di “Passatempi e giochi d’attenzione n.3” di Francesco Michi, brano particolarmente etereo e tutto giocato su armonici e risonanze.

Lavori di media durata come “Long decays” di Tom Johnson (che, tra un silenzio e l’altro, come da titolo, da spazio e respiro al decadimento dei suoni subito dopo la loro emissione), come gli affascinanti e morbidamente ripetitivi quattro minuti di “Two cyclic score #1” di Laurie Spiegel, il pianoforte più rumori cittadini di “A room in Rome“, di un riconoscibilissimo (è un complimento) Alvin Curran (prima o poi dovrò parlarvi di qualche suo disco), il bel minimalismo ricco di grazia di “Journal du 1/1 au…” di Gilbert Delor, quello più ipnotico, ma sempre delicatissimo, di Anna Guidi con il suo “Era tanto tempo che non mi succedeva“, per finire con “Radiophonie n.2” di Sylvain Chauveau, interessante dialogo (anche se a volte un po’ fine a sé stesso) tra i suoni trasmessi da radio provenienti da tutto il pianeta e singoli accordi di pianoforte, a volte drammatici, a volte più romantici.

Ci sono infine alcune opere brevi e leggere, a volte quasi zen, come l’iniziale “12 microludi, n.8” di Gyorgy Kurtag (poco più che un piccolo catalogo di suoni nei suoi 50 secondi scarsi), le due versioni di “Parlando di S.Paolo alle Tre Fontane“, di Enrico Piva, la prima che ricorda il pianismo del Battiato epoca “cinghiale bianco” (ma più astratto e asciutto) e la seconda che rimanda a certe sezioni di “Cafè-table-musik“, sempre di Battiato (ma credo siano più suggestioni mie che reali influenze sull’autore, e in ogni caso questi due brani sono due gioiellini), fino al pezzo che da il titolo al disco, ad opera di Paul Burnell, brano delicatissimo e fragilissimo eppure capace di donare grande piacere all’ascolto.

AG10-14Questo, ed altro, in un disco che solo la passione e l’amore per queste musiche, deliziosamente minori, potevano far registrare e pubblicare. Qualcosa di inimmaginabile per le grandi case discografiche (e i loro addetti al marketing), ma anche, come direbbero i Napoli Centrale, “qualcosa ca nu’ mmore“.

Colgo l’occasione per dedicare un pensiero, e un ringraziamento, a Giovanni Antognozzi (tra le altre cose produttore esecutivo di questo disco e fondatore della Ants records), che, in anni difficili, riuscì, non senza sforzi e tanta pazienza, a far circolare, in particolare qui a Roma, musiche la cui reperibilità era davvero molto complicata.

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