FABIO ORSI “Wo ist behle ?”, 2010, Boring machines

Fabio Orsi è probabilmente la più bella realtà, in ambito ambient-elettronico, emersa in Italia nel nuovo millennio e, a dispetto di una fama ancora piuttosto sotterranea, la sua discografia è già notevolmente sviluppata. Ho sentito pochi suoi dischi finora, ma tutti di altissimo livello.

Questo berlinese “Wo ist behle ?“, pubblicato dalla mai abbastanza lodata Boring machines, è un disco di abbagliante bellezza caratterizzato da atmosfere pacate e loop elettronici di squisita fattura, un po’ ambient, un po’ minimalismo, un po’ kosmische, per un disco tutto da ascoltare con gli occhi chiusi e la mente aperta.

In un universo così ampio e rigoglioso come quello dell’ambient e post-ambient è difficile ormai essere innovativi, meno difficile, ma non certo banale, è riuscire a fare lavori di grande gusto e qualità, caratterizzati da una sensibilità musicale fuori dal comune. Ed è questo il pregio principale di questo lavoro che non sarà un disco epocale o di svolta, ma è un disco nel quale le musiche suonate profumano di eleganza, appaiono e scompaiono lasciandosi dietro una scia di terribile piacere.

fabioorsiwois

In apertura subito una meraviglia intitolata “Loipe 01“. Pulsazione bassa e continua sulla quale lentamente si innestano, stratificandosi, sonorità circolari dal beat più consistente, ben presto (siamo a circa metà dei 12 minuti abbondanti di questo brano) rafforzate da micromelodie ripetute a oltranza riuscendo a costruire, anche con l’implementazione di armonie jarre-ane (non suoni come una bestemmia), una cattedrale sonora magicamente affascinante, di quelle che si vorrebbe non terminassero mai.

Segue, non proprio inaspettatamente, la breve “Loipe 2” caratterizzata da battiti elettronici e disturbi vari che ci cullano per 3 minuti. Si torna a tempi più lunghi e suoni più sviluppati con i 14 minuti di “Loipe 3” anch’essa strutturata su un loop eternamente circolare sul quale si abbattono sequenze e frequenze che potrebbero far pensare ad un Jarre in catalessi dai toni lunghissimi o a certo Pascal Comelade degli esordi (ma più delicato).

Loipe 4” gode di una sua strana intrigante immobilità e di un lentissimo affondare, mentre la conclusiva “Loipe 5“, la traccia più anomala, sfreccia su piste quasi rockettare in mezzo a distorsioni rombanti e pulsanti

Per quello che ho sentito sento di potervi consigliare senza dubbio alcuno anche i suoi “Audio for lovers” (2008) e “Endless autumn” (2013), ma l’impressione (forte e chiara) è che l’intera discografia di questo musicista meriti attenzione.

Giù il cappello.

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