DANIEL LENTZ “On the leopard altar”, 1984, Icon records

Torniamo a parlare di post-minimalismo.

Daniel Lentz è un autore inspiegabilmente sottovalutato e poco noto. Poco più giovane dei soliti noti del minimalismo, ha sviluppato un suo stile molto personale nel quale la ripetizione riveste sempre un ruolo importante, anche se non l’ha mai praticata con la benedetta rigidità di un Glass o di un Reich, né l’ha mai aperta all’improvvisazione come Riley. La sua sembra essere una musica che utilizza alcuni degli insegnamenti del minimalismo all’interno però di una poetica straordinariamente personale e tendenzialmente libera dalle (benedette) gabbie della process music.

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Forse non ha un suo disco perfettamente riuscito, ma tra la sua produzione ci sembra questo l’album più rappresentativo del suo stile e che meglio ne fotografa le qualità. Questa raccolta spicca per un lavoro sui testi e sui fonemi, che associa le classiche tecniche minimaliste additive o sottrattive anche ai versi cantati e non solo alle cellule musicali, del tutto peculiare e di grande fascino.

Per quello che riguarda la strumentazione il disco poggia fondamentalmente su svariate tastiere elettroniche (da un lato) e sulle voci umane (dall’altro): è su di loro che si fondano il brano di apertura, “Is it love ?“, brano di ispirazione reich-ana che risuona di una sfiziosissima cantabilità all’interno di strutture minimaliste che potrebbero ricordare una “Music for large ensemble” asciugata ed addolcita (non che ne avesse bisogno, anzi… mi premeva solo sottolineare una certa somiglianza nelle sonorità), e i dieci minuti abbondanti di “Wolf is dead…” (ma ne esiste anche una versione di doppia lunghezza) che si muovono su incastri e sovrapposizioni di tastiere e voci in maniera (anche qui) ispirata al miglior Reich, ma con una leggerezza e un divertimento che, forse, solo al sole delle coste del Pacifico era possibile sviluppare.

Tutt’altra atmosfera invece per “Lascaux“, caratterizzato dal suono ipnotico e ammaliante dei wine glasses (sì, bicchieri più e meno riempiti), dove i ritmi serrati degli altri brani lasciano il posto ad una sorta di ambient acustica davvero riuscita.
On the leopard altar” (nuovamente tastiere e voci) abbandona certi climi alla Reich per rifugiarsi in una musica che sembra ricamare delicatamente le note con una attenzione e cura particolarissime, quasi una canzone estremamente dilatata.
Chiude il disco “Requiem“, una breve composizione che sembra dire semplicemente “me ne vado“, suggellando il lavoro in maniera del tutto adeguata.

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Di Lentz non si parla mai nelle riviste di settore, non l’ho mai visto in concerto né mi è capitato di ascoltare sue musiche eseguite in qualche concerto dedicato alla contemporanea o al minimalismo, eppure nei suoi dischi (mai facili da trovare) si nascondono composizioni di grande qualità e bellezza. Forse il fatto di essersi stabilito in California gli ha negato la vetrina riservata, ad esempio, ai newyorkesi, o forse è uno di quegli artisti che poco si interessano di promuovere il proprio lavoro, ma, se vi capita qualcuno dei suoi lavori, provate ad assaggiarlo, vedrete che non sarà tempo perso.

Minimalismo on the beach.

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