JURI CAMISASCA & ROSARIO DI BELLA “Spirituality”, 2016, C.A.M.

1974, 1988, 1991, 1999, 2016.

Sono gli anni in cui Juri Camisasca ha pubblicato dischi, e, come potete vedere, non si tratta di uno di quegli artisti che intasano il mercato discografico (vuoi per adempiere un contratto, vuoi per sfruttare il momento magico, vuoi per una supposta prolificità). Ogni disco di Camisasca è stato un piccolo evento, una necessità, qualcosa arrivato a maturazione che, con la giusta congiuntura astrale, poteva essere finalmente diffuso. Ed ognuno dei suoi dischi è caratterizzato, nella diversità dei climi musicali, da livelli qualitativi altissimi.

Non fa eccezione il suo ultimo lavoro, per la prima volta in partnership con un altro musicista: Rosario Di Bella (e metto subito le mani avanti: di Di Bella ho una conoscenza limitatissima, e se il disco ha attirato la mia attenzione è stato innanzitutto, per non dire esclusivamente, per la presenza del suo ascetico compagno di avventure).

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Questo disco ha diverse facce: brani in cui la collaborazione tra i due è più spinta rispetto ad altri in cui il partner ha un’influenza marginale (ma mai ridotta a zero), brani più ritmati e (almeno musicalmente) più leggeri rispetto ad altri più solenni e che richiedono un ascolto più attento, testi a volte più immediati, a volte meno. Tutto gira intorno alla ricerca interiore (e da questo punto di vista il titolo è decisamente esemplificativo).

Non possiamo non partire da due eccellenze camisaschiane perfetta unione, come nella tradizione di questo autore, di testi molto curati e musiche che benissimo uniscono un gran gusto per la melodia senza mai essere scontate: “Il canto della beatitudine” (incredibile testo sincretico tra Oriente e Occidente) e “Suprema identità” (capolavoro, uno dei vertici assoluti della poetica di Camisasca, testo miracolosamente in bilico tra puntuale descrizione e illuminante metafora, musica che, come direbbe Branduardi, fa accapponare la pelle, puro brivido), brani in cui la voce, sempre mostruosamente espressiva di Camisasca, è lasciata libera di stagliarsi nello spazio acustico, appena supportata dalle tastiere in un caso e dagli archi più il pianoforte elegante di Carlo Guaitoli nell’altro.
Due canzoni che già da sole basterebbero a fare di questo disco un gioiello.

Rimanendo in orbita-Camisasca troviamo anche una splendida e trascinante versione de “Il sole nella pioggia” (finalmente incisa dal suo autore, pezzo bellissimo, ma lo sapevate già, in una versione dagli archi insistenti, l’elettronica suggestiva e la magia della voce), una “Luce dell’India” tra autobiografismo ed esotismo (ancora il piano come contraltare principale della voce, con le tastiere sullo sfondo e un namastè conclusivo che fa stringere il cuore), “Se incontri il Buddha” (mai come in questo disco si manifestano chiaramente i profondi legami tra Camisasca e l’estremo oriente) con le tastiere profumate (ovviamente) di India, un’altra interpretazione vocale di impressionante qualità e con un testo che va molto (molto!) oltre una piccola lezione di buddhismo (tra l’altro mi sa che il nostro abbia accorciato il titolo originale, che doveva essere “Se incontri il Buddha uccidilo“, per evitare polemiche e/o fraintendimenti).

Sul fronte Di Bella segnaliamo invece le interessanti “Gabriel” (chitarra e piano in bella evidenza con un ritornello emozionante), “Uriel” (tappeto di tastiere e ritmica delicata per una canzone affascinante ed evocativa) e “Il mondo è costruito sull’amore” (queste tre canzoni vedono ai testi Adriano Buldrini), ancora il piano al centro della canzone con un uso (anche qui) intelligente ed equilibrato dei suoni elettronici (mai fini a sé stessi).

In generale dispiace per le prove vocali di Di Bella che (seppure assolutamente all’altezza) di fronte a una voce di livello clamoroso come quella di Camisasca subiscono il confronto e appaiono meno belle di quanto non siano.

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Chiudiamo con le canzoni in cui c’è stata maggiore interazione nella coppia, singolarmente i brani più leggeri di tutto il disco (non è un pregio né un difetto, solo una constatazione):
dal singolo, interpretato da entrambi, “Pace” (un reato non farlo circolare nelle radio, bella ritmica, elettronica calda e avvolgente, testo semplice ma diretto ed efficace), a “Space and flowers” (piacevole pastiche elettronico ricco di campionamenti, testo in inglese di Camisasca con Di Bella alla voce), passando per “Cogli l’essenza” (altro duetto), sorprendente e davvero singolare reggaettino con echi gregoriani (eppure musicalmente funziona, credetemi, anche se, forse, la frase reiterata che chiude il pezzo, e da il titolo al brano, poteva essere un tantino più sviluppata e meno didascalica, parere personale), fino allo strumentale “Spirituality” (scritto da entrambi), un po’ kosmische, un po’ Joe Patti, tutto tastiere e atmosfera, sottolineato, in chiusura, dalla voce di Camisasca con la brevissima “Shlom lech Mariam“.
Qualche perplessità invece su “Deus meus“, davvero troppo vicina alle atmosfere degli Enigma (Christian Zingales non condividerà, spero non se ne avrà a male).

Storicamente nei dischi di Camisasca il suono che si ascolta deve moltissimo ai suoi collaboratori (Franco Battiato, Filippo Destrieri, Mauro Pagani, i Bluvertigo in quelli precedenti), e viene quindi naturale pensare che l’atmosfera generale, quasi sempre caratterizzata da un’elettronica con personalità, ma mai invadente, sia merito soprattutto di Di Bella. In ogni caso le scelte sonore sono vesti perfetti per i brani che si susseguono e aggiungono bellezza alla qualità, già molto buona, delle canzoni.

Solo il disinteresse degli italiani per la buona musica impedirà a questo disco di dominare le classifiche 2016.

Canzoni che sanno far vibrare intensamente chi le ascolta.

p.s. A dispetto della scarsissima promozione e distribuzione fatta dalla Sugar (anche questo un film già visto in casa Camisasca), segnalo agli interessati di averne viste diverse copie da Mediaworld.

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