FRANCESCO DE GREGORI “Terra di nessuno”, 1987, CBS

Secondo post dedicato ai dischi in studio di Francesco De Gregori (ma non starò esagerando ?).

Ricapitoliamo la situazione: dopo il trionfale ritorno con “Titanic” (1982), De Gregori si concede nuovamente qualche anno di silenzio per poi regalarci un tris di album che, a mio parere, rappresentano il periodo migliore della sua produzione.
Scacchi e tarocchi” (1985), “Terra di nessuno” (1987) e “Mira mare 19.4.89” (1989) sono tre dischi dove il cantautore romano rivela una vena musicale estremamente felice unita ad una capacità di realizzare liriche in perfetto equilibrio tra personale e sociale, cronaca e metafora, tanto da poter parlare di una vera e propria nuova giovinezza artistica.

Di questi tre dischi quello al quale sono più legato è il secondo, disco che, nonostante la copertina tipicamente degregoriana, cioè poco invitante (con rispetto per Karl Hubbuch, autore del quadro dal quale è tratta), raccoglie nove brani tutti di ottimo livello con alcune eccellenze assolute (anche se, purtroppo, nessuno di questi brani è riuscito a diventare un classico al livello dei vari “Buonanotte fiorellino“, “Generale” o “Viva l’Italia“, ma non è da questi particolari che si giudica una canzone).

Il disco si apre con il rock circolare de “Il canto delle sirene“, lungo brano che, nella struttura senza un vero e proprio ritornello, si ispira dichiaratamente al “Jokerman” di qualche anno prima cantato da Bob Dylan, mentre nel testo, splendidamente ambiguo, evoca sia la necessità di contrastare l’arrembante ascesa dell’ideologia liberista, sempre più affermata e trionfante, sia questioni più strettamente intime e personali. Peccato solo per un arrangiamento pulitino (problema che caratterizza tutto il disco, e gli altri due di cui ho parlato, prodotto in maniera molto professionale, ma senza quegli azzardi e quelle sporcizie sonore che forse avrebbero dato maggior forza alle musiche), con un po’ di birra in più questa canzone sarebbe stata una vera e propria bomba.

Riguardo il resto del disco, mi limito a segnalarvi le canzoni di livello superiore, ad esempio “Pilota di guerra“, ispirata dalla figura di Antoine de Saint-Exupéry, brano malinconico che unisce mirabilmente temi sociali, la guerra e l’orrore, e personali, la solitudine. Chitarra e tastiere per una musica adeguatissima ai testi, lenta e rassegnata.
Pane e castagne” è invece il pezzo che contiene la frase che dà il titolo al disco ed è un’altra canzone che gioca moltissimo con l’ambiguità di un testo che può esser letto sia in chiave sociale (il complicato attraversamento di frontiere da parte di chi vuole andare a vivere e cercare fortuna in un altro paese), sia in chiave introspettiva (il percorso evolutivo/formativo che tutti compiamo). Questa doppia chiave, unita ad una melodia meravigliosa ed un arrangiamento pianocentrico di grande effetto, crea un piccolo miracolo passato troppo inosservato.
Con “Nero” rientriamo più esplicitamente nelle questioni sociali: una canzone che, ascoltata oggi, sembra avere ancora più senso di ieri, con questo ritratto, tutto in levare, di ordinaria emarginazione e ordinaria faticosa ricerca di un pezzetto di felicità. Bello il contrasto tra la musica allegrotta e la storia narrata fatta di sacrifici e umiliazioni (ma la canzone è del tutto priva di retorica). Consigliata a leghisti e a sovranisti.
Mimì sarà” è un altro dei pezzi forti del disco, ancora il pianoforte al centro del pezzo per una amara, molto amara, cronaca di fallimenti e bilanci personali che non tornano mai. Un brano struggente e commovente, aiutato in questo dagli archi arrangiati da Renato Serio (non è chiaro se sia ispirato/dedicato da/a Mia Martini, e non so se sia importante saperlo, anche se è certo che lei lo fece suo).
I matti” è un affettuoso ed empatico (e coraggioso) ritratto di tutte quelle persone che vengono sbrigativamente liquidate come strani o, appunto, matti. Anche qui il pianoforte al centro del brano con una specie di valzerino rallentato e un finale che sembra farli scivolare nel nulla, un brano che se lo si ascolta non può non colpire dove fa più male.

Gli altri brani, tutti comunque validi, sono un gradino sotto, magari solo per una meno perfetta messa a fuoco, ma questo è un disco assolutamente compatto, senza cadute di tono.

Dopo questi LP De Gregori produrrà ancora un lavoro che trovo valido, anche se inferiore a questi tre, “Canzoni d’amore” (1992), per poi scivolare in una aurea mediocrità con occasionali zampate di gran classe.

Purtroppo non tornerà più a questi livelli e a questa perfetta misura.

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