RODOLFO DE ANGELIS “Ma… cos’è questo De Angelis ?”, 1995, Fonit Cetra

Già in passato ebbi a manifestare la mia passione per la musica italiana degli anni ’30. Per quel poco che conosco di questa scena, se dovessi farvi un nome, un nome solo, di un autore geniale e meritevole di approfondimento, non potrei che indicarvi Rodolfo De Angelis.

Proveniente dagli ambienti del caffè concerto (forse a voi più noto come cafè-chantant), vicino alle avanguardie futuriste (Marinetti e Depero tra gli altri), autore, cantante e interprete sensibile, uomo di teatro e personaggio poliedrico, ha realizzato svariati 78 giri che spiccano per originalità e qualità sotto ogni punto di vista.

Se oggi ve ne parlo è perché, a fine anni ’70, la meritoria collana “Fonografo italiano” gli dedicò 3 LP antologici, a loro volta, a metà anni ’90, convertiti pedissequamente in 3 CD (anche se secondo me sarebbe stato più sensato fare un unico doppio CD piuttosto che 3 distinti dischetti mezzi vuoti). Tutto materiale oggi purtroppo fuori catalogo e non banale da trovare.

All’interno di questi LP mi si è aperto un mondo davvero stupefacente e singolare. Nulla in De Angelis è scontato: niente canzoni d’amore, niente drammoni nazional-popolari, nessuna particolare derivazione dalla tradizione lirica o da quella della canzone napoletana (pur essendo lui nato a Napoli), ma un canzoniere sfacciato e pieno di sorprese, a partire dalla sua celeberrima trombetta (molto spesso nelle sue canzoni, nelle sezioni strumentali, De Angelis canticchia simulando il suono di una tromba, con dei “perepè perepè” personalissimi e un tantino assurdi).

E’ l’ironia a dominare le sue canzoni, di volta in volta messa al servizio di temi diversi:

da canzoncine proto-demenziali (la surreale “Tinghe tinghe tanghe“, con elementi dixieland, le tre affascinanti sorelle “Babà Bebè Bubù“, le rime baciate di “Cinque contro uno“),

divertissement tinti di exotismi (“La carioca“, dai chiari riferimenti latino-americani, l’oriente di cartapesta di “Nel Parapapà” e il medio-oriente altrettanto fantasioso di “Sciali sciali“, la Cina inverosimile di “Liulai“, i ritmi e le percussioni di una delirante “Il venditore di nastrini“, una assurda “Canzone tirolese” strapiena di stereotipi sugli austro-tedeschi con tando di rapida citazione marinettiana),

pezzi che ricordano la comicità dell’avanspettacolo (“Pesci e frutti di mare“, dai doppisensi volgari eppure di un’eleganza che abbiamo irrimediabilmente perso, musicalmente trascinantissima, gli stereotipi sulle varie nazionalità in “Donne e mariti“, la cinica “C’è troppa concorrenza“, l’ironia sugli oratori in “Lo sport delle parole“, la scettica, probabilmente non a torto, “E se non fosse vero ?“),

canzoni che affrontano questioni di costume (la famosissima, e sempre d’attualità, “Ma… cos’è questa crisi ?“, “Il colore che vuoi tu“, dai continui cambi di melodia, le riflessioni semiserie su arte, mass-media e massimi sistemi di “Schiocca la frusta e va“, i vizi italiani stigmatizzati in “Le presento e raccomando“, lo sguardo pessimista sulla contemporaneità di “Di sera dove andare“, con i fiati che spingono tantissimo),

fino ad arrivare ad alcune clamorose meta-canzoni che, da vero nobile precursore di Elio e le Storie tese, ironizzano sui mezzi e mezzucci utilizzati per scrivere le canzoni (la deliziosa e sfaccettata “Per fare una canzone“, pure questa ancora attualissima), o descrivono la soppressione delle canzoni americane dal mercato e dalle trasmissione italiane (una straordinariamente ambigua “Addio canzoni americane“, musicalmente del tutto affine alle canzoni che il regime aveva proibito e che sono l’argomento del brano), fino al meraviglioso (non)plagio dichiarato di “Ho rubato un motivo” nel quale gioca con ampi e riconoscibili frammenti della famosa canzone “Quel motivetto che mi piace tanto“.

Musicalmente si accoppiano melodie azzeccate e immediatamente memorizzabili con strutture che dimostrano una evidente conoscenza di tanti e diversi stili musicali, con i quali tendenzialmente il De Angelis compositore si diverte a giocare insieme all’orchestra leggera che di volta in volta lo accompagna.

Non mi nascondo dietro un dito: se oggi pochi ricordano De Angelis è anche per le sue simpatie verso il regime fascista, simpatie che sono tranquillamente esplicitate in alcune delle sue canzoni, il cui ascolto ai giorni nostri risulta difficoltoso, se non altro perché è complicato entrare in sintonia con le cose che vengono cantate.
Ma bisogna dire anche che, non solo De Angelis non fu mai organico al Partito Fascista (nel ’22 irruppero a Firenze dove stava effettuando uno spettacolo per sospenderglielo), ma soprattutto il suo approccio ironico mal si adattava alla retorica fascista (non avrebbe mai potuto scrivere “Faccetta nera“) e una figura anarcoide come la sua prima o poi non poteva non entrare in contrasto con l’establishment. Ciò nonostante anche un brano come “C’è una bella società“, riferito alla Società delle Nazioni, dimostra come almeno qualcuno dei suoi brani ricchi di riferimenti politici possa essere ascoltato ancora oggi (una cosa è la propaganda, altra cosa è avere una opinione, non necessariamene condivisibile da tutti).

Aggiungo pure che molti potrebbero trovare alcuni aspetti del linguaggio di De Angelis politicamente scorretti, ma, anche qui, va sottolineato che, ad esempio, quando parla di “canzoni negre” si limita ad utilizzare un modo di parlare e di pensare del tutto normale per l’epoca (credo faccia bene a tutti sforzarsi di contestualizzare ciò che si ascolta, senza giudicarlo su parametri contemporanei che, inevitabilmente, ci porterebbero a fraintendere ciò che viene cantato o narrato).
Analogamente quando disegna scenari di improbabili paesi lontani non fa altro che utilizzare stereotipi dell’epoca che, spesso, descrivevano l’oriente (vicino o lontano) o l’Africa in maniera fantasiosa e mitizzata, lontanissima da una realtà che in quegli anni, fondamentalmente, la gente semplicemente non conosceva.

Rodolfo De Angelis è stato un artista incontrollabile e dalla fantasia sfrenata, difficilmente irregimentabile e difficilmente gestibile, che ci ha lasciato in eredità, oltre alla mia amatissima Discoteca di Stato (da lui istituita, oggi Istituto per i beni sonori ed audiovisivi), un pacchetto di canzoni spesso irresistibili e imprevedibili.

Le belle canzoni di una volta.

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One thought on “RODOLFO DE ANGELIS “Ma… cos’è questo De Angelis ?”, 1995, Fonit Cetra

  1. ncocbnsi@gmail.com ha detto:

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