RODOLFO DE ANGELIS “Ma… cos’è questo De Angelis ?”, 1995, Fonit Cetra

Già in passato ebbi a manifestare la mia passione per la musica italiana degli anni ’30. Per quel poco che conosco di questa scena, se dovessi farvi un nome, un nome solo, di un autore geniale e meritevole di approfondimento, non potrei che indicarvi Rodolfo De Angelis.

Proveniente dagli ambienti del caffè concerto (forse a voi più noto come cafè-chantant), vicino alle avanguardie futuriste (Marinetti e Depero tra gli altri), autore, cantante e interprete sensibile, uomo di teatro e personaggio poliedrico, ha realizzato svariati 78 giri che spiccano per originalità e qualità sotto ogni punto di vista.

Se oggi ve ne parlo è perché, a fine anni ’70, la meritoria collana “Fonografo italiano” gli dedicò 3 LP antologici, a loro volta, a metà anni ’90, convertiti pedissequamente in 3 CD (anche se secondo me sarebbe stato più sensato fare un unico doppio CD piuttosto che 3 distinti dischetti mezzi vuoti). Tutto materiale oggi purtroppo fuori catalogo e non banale da trovare.

All’interno di questi LP mi si è aperto un mondo davvero stupefacente e singolare. Nulla in De Angelis è scontato: niente canzoni d’amore, niente drammoni nazional-popolari, nessuna particolare derivazione dalla tradizione lirica o da quella della canzone napoletana (pur essendo lui nato a Napoli), ma un canzoniere sfacciato e pieno di sorprese, a partire dalla sua celeberrima trombetta (molto spesso nelle sue canzoni, nelle sezioni strumentali, De Angelis canticchia simulando il suono di una tromba, con dei “perepè perepè” personalissimi e un tantino assurdi).

E’ l’ironia a dominare le sue canzoni, di volta in volta messa al servizio di temi diversi:

da canzoncine proto-demenziali (la surreale “Tinghe tinghe tanghe“, con elementi dixieland, le tre affascinanti sorelle “Babà Bebè Bubù“, le rime baciate di “Cinque contro uno“),

divertissement tinti di exotismi (“La carioca“, dai chiari riferimenti latino-americani, l’oriente di cartapesta di “Nel Parapapà” e il medio-oriente altrettanto fantasioso di “Sciali sciali“, la Cina inverosimile di “Liulai“, i ritmi e le percussioni di una delirante “Il venditore di nastrini“, una assurda “Canzone tirolese” strapiena di stereotipi sugli austro-tedeschi con tando di rapida citazione marinettiana),

pezzi che ricordano la comicità dell’avanspettacolo (“Pesci e frutti di mare“, dai doppisensi volgari eppure di un’eleganza che abbiamo irrimediabilmente perso, musicalmente trascinantissima, gli stereotipi sulle varie nazionalità in “Donne e mariti“, la cinica “C’è troppa concorrenza“, l’ironia sugli oratori in “Lo sport delle parole“, la scettica, probabilmente non a torto, “E se non fosse vero ?“),

canzoni che affrontano questioni di costume (la famosissima, e sempre d’attualità, “Ma… cos’è questa crisi ?“, “Il colore che vuoi tu“, dai continui cambi di melodia, le riflessioni semiserie su arte, mass-media e massimi sistemi di “Schiocca la frusta e va“, i vizi italiani stigmatizzati in “Le presento e raccomando“, lo sguardo pessimista sulla contemporaneità di “Di sera dove andare“, con i fiati che spingono tantissimo),

fino ad arrivare ad alcune clamorose meta-canzoni che, da vero nobile precursore di Elio e le Storie tese, ironizzano sui mezzi e mezzucci utilizzati per scrivere le canzoni (la deliziosa e sfaccettata “Per fare una canzone“, pure questa ancora attualissima), o descrivono la soppressione delle canzoni americane dal mercato e dalle trasmissione italiane (una straordinariamente ambigua “Addio canzoni americane“, musicalmente del tutto affine alle canzoni che il regime aveva proibito e che sono l’argomento del brano), fino al meraviglioso (non)plagio dichiarato di “Ho rubato un motivo” nel quale gioca con ampi e riconoscibili frammenti della famosa canzone “Quel motivetto che mi piace tanto“.

Musicalmente si accoppiano melodie azzeccate e immediatamente memorizzabili con strutture che dimostrano una evidente conoscenza di tanti e diversi stili musicali, con i quali tendenzialmente il De Angelis compositore si diverte a giocare insieme all’orchestra leggera che di volta in volta lo accompagna.

Non mi nascondo dietro un dito: se oggi pochi ricordano De Angelis è anche per le sue simpatie verso il regime fascista, simpatie che sono tranquillamente esplicitate in alcune delle sue canzoni, il cui ascolto ai giorni nostri risulta difficoltoso, se non altro perché è complicato entrare in sintonia con le cose che vengono cantate.
Ma bisogna dire anche che, non solo De Angelis non fu mai organico al Partito Fascista (nel ’22 irruppero a Firenze dove stava effettuando uno spettacolo per sospenderglielo), ma soprattutto il suo approccio ironico mal si adattava alla retorica fascista (non avrebbe mai potuto scrivere “Faccetta nera“) e una figura anarcoide come la sua prima o poi non poteva non entrare in contrasto con l’establishment. Ciò nonostante anche un brano come “C’è una bella società“, riferito alla Società delle Nazioni, dimostra come almeno qualcuno dei suoi brani ricchi di riferimenti politici possa essere ascoltato ancora oggi (una cosa è la propaganda, altra cosa è avere una opinione, non necessariamene condivisibile da tutti).

Aggiungo pure che molti potrebbero trovare alcuni aspetti del linguaggio di De Angelis politicamente scorretti, ma, anche qui, va sottolineato che, ad esempio, quando parla di “canzoni negre” si limita ad utilizzare un modo di parlare e di pensare del tutto normale per l’epoca (credo faccia bene a tutti sforzarsi di contestualizzare ciò che si ascolta, senza giudicarlo su parametri contemporanei che, inevitabilmente, ci porterebbero a fraintendere ciò che viene cantato o narrato).
Analogamente quando disegna scenari di improbabili paesi lontani non fa altro che utilizzare stereotipi dell’epoca che, spesso, descrivevano l’oriente (vicino o lontano) o l’Africa in maniera fantasiosa e mitizzata, lontanissima da una realtà che in quegli anni, fondamentalmente, la gente semplicemente non conosceva.

Rodolfo De Angelis è stato un artista incontrollabile e dalla fantasia sfrenata, difficilmente irregimentabile e difficilmente gestibile, che ci ha lasciato in eredità, oltre alla mia amatissima Discoteca di Stato (da lui istituita, oggi Istituto per i beni sonori ed audiovisivi), un pacchetto di canzoni spesso irresistibili e imprevedibili.

Le belle canzoni di una volta.

GRONGE “Gli anni ’80”, 2015, Fonoarte

E dopo averli tanto citati in post del passato (anche molto recententemente 😉 ) provo a parlarvi di uno dei gruppi italiani più importanti partoriti dalla scena (diciamo così, tanto per capirci) alternativa degli anni ’80, ’90 e oltre.
Il pretesto per fare questo è la recente uscita di questo doppio cd che raccoglie quanto prodotto dal gruppo nella prima parte della sua attività (la seconda metà degli ’80).

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I Gronge sono stati un gruppo complesso, articolato, impossibile da descrivere e sintetizzare, inafferrabile e sfuggente a qualsiasi definizione, e, già osservando il materiale contenuto in questo disco, ci rendiamo conto di quanto sia stato singolare il loro percorso.

Non a caso in questo doppio CD troviamo:

  • la prima omonima (e credo unica) cassetta dei Kapò koatti (prima inevitabilmente acerba incarnazione del gruppo, siamo nel 1983)
  • il loro primo demo “Classe differenziale” (che verrà pubblicato come EP in vinile solo nel 1988)
  • il loro primo album “Fase di rigetto” (1985)
  • lo split album “Gronge & Move” (metà disco per ognuno dei due gruppi, risale al 1987)
  • la loro partecipazione, 3 brani inediti, ad un progetto dedicato ai manicomi, “La nave dei folli” (1988)

Come potete notare non ci sono due supporti utilizzati allo stesso modo, perché la cifra stilistica (musicale, letteraria, iconografica…) dei Gronge è sempre stata quella di una enorme libertà mentale, con nessun interesse per le abitudini e le consuetudini, unita ad una consapevolezza rarissima nella musica italiana.
Analogamente nella strumentazione dei brani troviamo ovviamente basso, batteria e chitarra elettrica, ma anche tastiere, violino, sitar e, di volta in volta, strumenti non sempre scontati per il tipo di musica che facevano (in “Creme” c’è un utilizzo geniale della voce di una, credo, bambola parlante).
Già, perché voi vi starete ancora chiedendo cosa suonassero questi ragazzi. Diciamo che il gruppo è stato capace di declinare la forma-canzone in maniera originalissima, lontanissimi dalla consuetudine strofa/ritornello come da certi eccessi free. Sono sempre stati in grado di mantenere una musicalità, oserei dire una cantabilità, fatta non di melodie classiche, quanto di ritmi e note che viaggiano avanti e indietro, si accartocciano su se stesse, si fermano e ripartono per poi fermarsi ancora, in uno scenario che ad un primissimo sguardo può sembrare caotico, ma che facilmente svela una sua bellezza e originalità di primissimo livello, con un uso delicato della dissonanza spesso sorprendente.
Ad influenzarli ovviamente il post-punk e la new-wave a loro contemporanei, ma anche il jazz, la musica elettronica, l’universo canterburyano, la musica contemporanea… tanta carne al fuoco spesso splendidamente miscelata senza mai cadere nel difficile o nel famolo strano fine a sé stesso, ma sempre legata alla necessità di voler esprimere con precisione le proprie idee e la propria arte. Sempre rigorosamente utilizzando un punto di vista “dal basso” (citando Lou X) senza mai tagliare le proprie radici ben affondate in quel quadrante della periferia di Roma est che, con tutti i suoi limiti e le sue miserie, tanto ha dato allo spessore culturale di questa dannata città.

I testi. Scontato dire che non fossero mai banali, ma forse sarà più utile ricordarne la struttura spesso a cut up, l’utilizzo a volte di versi non letterari (regolamenti di condominio, indicazioni sull’utilizzo di insetticidi, scritte sui muri), sempre con una capacità di colpire al cuore l’ascoltatore che a volte ha del miracoloso. Hanno sempre avuto quest’odio per la retorica (qualunque retorica) e questa capacità di toccare temi enormi con una intelligenza acuminata e sottile.

Tra i tanti pezzi presenti in questa antologia (che raccoglie, val la pena ricordarlo, tutto quanto pubblicò il gruppo nel periodo selezionato) vi segnalo i brani che ho trovato più riusciti (ma il livello è sempre altissimo):

brani dalle strutture più, relativamente, canoniche (“La torre del silenzio” che mirabilmente unisce elettroniche e sax, i tamburi asfissianti e le grida del violino nell’ottima “Prigioniero politico“, la classica “Walter“, uno dei pezzi più amati del gruppo, dal basso ricchissimo di personalità) e brani dall’originalità addirittuta debordante (la frenetica “S.A.D.C. (Salvo Approvazione Della Casa)“, dalle molte facce e dai molti umori, “Graffiti (1985)” dal testo memorabile e dalle improvvise accelerazioni e decelerazioni, la marziale e straziante “Grido chimico“, le percussioni in libertà della esplosiva “Frutti finti“, le alternanze di tono e ritmo di “Dinosauri in farmacia“, il Weill arrugginito di “Radio“).

Tra i molti componenti del gruppo che si sono succeduti in questi dischi una parola speciale va per Tiziana Lo Conte, voce principale del gruppo, straordinario talento che, per quanto mi riguarda, è la vocalità più importante e interessante emersa qui in Italia negli anni di cui ci stiamo occupando, musicista dotata di una tecnica sopraffina messa al servizio di una capacità non comune di essere espressivi, non possiamo poi non citare almeno il basso nervoso e incisivo di Vincenzo Caruso, il ruolo del tutto originale delle tastiere di Alessandro Denni, le percussioni, la voce e l’incredibile energia di Marco Bedini.

Concludo segnalando il buon (a tratti ottimo) lavoro di rimasterizzazione (non era facile ottenere questa qualità partendo, come credo sia avvenuto, non dai nastri originali), il libretto che poteva invece essere fatto meglio (magari con maggiore presenza dell’iconografia originale, sempre splendidamente artigianale, con i testi meglio evidenziati e qualche dettaglio in più sulle varie formazioni del gruppo presenti nel doppio cd), ma globalmente questo è un lavoro molto ben fatto che rende onore ad un gruppo che meritava questa ripubblicazione e di tornare sotto la luce dei riflettori in questa sua prima indimenticabile incarnazione (attualmente ha cambiato forma, inevitabilmente, date le coordinate sulle quali si è sempre mosso, e l’ultimo disco è di pochi mesi fa, ma questa, come si dice, è un’altra storia).

Un imprescindibile pezzo di storia (che non finisce certo qui).

p.s. Chi volesse comprare il doppio cd può cliccare qua

MASSIMO VOLUME “Cattive abitudini”, 2010, La Tempesta

Iniziamo dicendo che Emidio Clementi è il miglior autori di testi della sua generazione, intendendo per ‘sua generazione’ quella di coloro che si sono affacciati nel mondo delle produzioni musicali italiane all’inizio degli anni ’90.
E detto questo dovrei solo invitarvi ad ascoltare le sue canzoni.

Ma i Massimo volume sono stati molto di più del semplice accompagnamento ai testi di Clementi, sono stati il gruppo che ha creato una originalissima via al rock in italiano, unendo a testi di altissima qualità musiche libere da costrizioni, lontanissime dai clichè della strofa/ritornello/strofa, e da qualunque consuetudine. Ho sempre considerato le loro musiche (batteria, basso, chitarre elettriche) più vicine al cosiddetto post-rock che all’universo post-punk tipico dell’universo indie al quale appartengono.
Sono musiche che sanno essere sia delicate che aggressive, musiche che iniziano senza avere un inizio e spesso finiscono senza avere una fine. Ma sono tarate perfettamente per i versi recitati (ecco l’altra scelta caratteristica del gruppo) con convinzione e grande espressività dallo stesso Clementi.
Prima di questo disco il gruppo aveva realizzato ottimi lavori ricchi di brani bellissimi e con qualche passaggio a vuoto. Poi il mezzo palso falso di “Club privé” (1999) e lo scioglimento del gruppo.

Quando ho saputo, dopo anni di separazione, che erano nuovamente in studio per registrare un album di inediti, ho temuto che fosse una scelta opportunistica e che non avessero la forza di rimanere ai livelli che conoscevo. E invece hanno realizzato questo splendido lavoro che è addirittura migliore dei loro lavori precedenti: maturo, intenso, ispirato.

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Sarà forse merito dell’ingresso come membro stabile di Stefano Pilia che si aggiunge alla line-up storica composta da Emidio Clementi, Egle Sommacal e Vittoria Burattini, ma questo disco suona sempre perfetto e perfettamente equilibrato, sia quando i brani vanno giù duri (la superba “Litio“, l’appello urlato “Fausto“, la sofferta “Robert Lowell” dalle chitarre in alternanza tra asperità e suoni luminosi…), sia quando i brani risultano più atmosferici e rilassati (“Avevi fretta di andartene” che parte come fosse uscita da un disco di Alva Noto coi suoi glitch per poi saltare in braccio a chitarre 4AD a dipingere cieli stellati e psichedelici, “Invito al massacro” che parte con chitarre lancinanti e poi ci trasporta in una specie di locale buio e fumoso, le atmosfere oscure di “Via Vasco De Gama“, l’evocativa “Coney Island” dalla bellissima e iridescente coda finale).
Drumming mai banale e sempre al servizio della musica, chitarre che sanno cosa e come farlo e il recitarcantando di Clementi a legare il tutto.

E i testi… Storie marginali, piccoli momenti di vita quotidiana, quadri generazionali, amore e morte, raccontate con precisione chirurgica da una mano felicissima che ha bandito dai suoi scritti banalità e retorica. Perle rare all’interno di un panorama italiano che fa spesso fatica ad affrancarsi dall’ovvietà e riuscire a spiccare il salto verso la realtà. Con un pensiero particolare per la lunga “Mi piacerebbe ogni tanto averti qui” (classicamente Massimo volume), ennesima canzone sulla mancanza che mi trafigge il cuore, per l’onestà intellettuale de “Le nostre ore contate” e per le aperture, sia nel testo che nella musica, della conclusiva “In un mondo dopo il mondo“.

Tutta la loro discografia merita attenzione: della loro prima incarnazione il lavoro forse più equilibrato e riuscito è “Da qui” (1997) contenente diversi brani più che eccellenti, ma il consiglio e di affrontarli senza paura, perché questa è musica imperdibile.

Io non ti cerco, io non ti aspetto, ma non ti dimentico“.

CLAUDIO ROCCHI, “Claudio Rocchi”, 1994, Mercury

Con una improvvisa accelerazione della sua malattia il 2013 si è portato via anche Claudio Rocchi. E’ una perdita grande per tutti noi. Non solo per le sue qualità musicali e artistiche (il suo percorso musicale è stato molto originale, ricchissimo, qualitativamente superbo) ma anche per le sue doti umane (chi l’ha conosciuto sa di cosa sto parlando: grande intelligenza, umiltà, simpatia, ottimismo, iper-attività, coraggio…). Sul suo sito (nel frattempo scomparso…) o sulla sua pagina wikipedia troverete informazioni sul suo percorso, qui mi piace ricordarlo attraverso un suo disco tra i meno considerati e che invece occupa nel mio cuore un posto speciale.

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Fu con sorpresa di molti che nel lontano 1994 comparve nei negozi questo disco di Rocchi. Erano passati tantissimi anni dal suo ultimo LP diffuso attraverso i canali tradizionali (era il 1979 quando la Cramps gli pubblicò “Non ce n’è per nessuno“). Nel frattempo il nostro era entrato nel movimento induista noto in Italia come “Hare Krishna” e, pur avendo prodotto anche lì alcuni dischi nei primi anni ’80, era di fatto scomparso dalla scena musicale italiana.

D’improvviso ce lo ritroviamo in gran forma, non più monaco, riaffacciato alla vita “normale” e portatore sano di un bel pacchetto di canzoni di alta qualità, forse scritte durante i 15 anni di assenza o forse frutto della sua nuova condizione.

Il disco si intitola “Claudio Rocchi” come ad affermare con forza che si tratti proprio di lui, che è tornato (va detto che su molti siti viene titolato “Lo scopo della Luna“, ma sulla mia copia non c’è traccia di questa intitolazione, forse adottata da Rocchi stesso in un secondo momento…) e si apre iper-programmaticamente con “Tutto passa (volo magico n.3)” che, fin dal titolo, riallaccia il discorso con l’epoca e le sonorità dei ’70 (quando produsse gli altri due voli magici) e liquida l’ennesimo cambiamento nel suo status (Rocchi non è mai stato fermo a lungo sugli stessi lidi) con un indiscutibile “tutto passa e va“.
E, come a ristabilire amicizie, relazioni e traiettorie, si fa accompagnare (in questo pezzo, ma la cosa caratterizza tutto il disco) da illustri compagni di viaggio degli anni ’70. Qualche nome ?
Lucio Fabbri, Walter Calloni, Paolo Tofani, Alberto Camerini, Walter Maioli, Donatella Bardi, Eugenio Finardi… (se non sapete chi siano informatevi, perché sono tra i tanti, spesso grandi, protagonisti dell’epopea italiana anni ’70, epopea della quale Rocchi fu una delle figure più rappresentative ed originali).
La canzone si apre con un arpeggio di chitarra che dialoga con un flauto (forse proprio ad unire le 2 anime principali di Rocchi fino a quel momento, rock-ballads e India), poi entrano gli altri strumenti introducendo la voce che arriva dopo un paio di minuti. Il testo è un manifesto programmatico cantato con la schiettezza e la sincerità che sono sempre state la cifra stilistica di Rocchi. Il mood di questo pezzo, e di gran parte del CD, è quello di morbide rock-songs dove l’elettricità e la ritmica dialogano con leggerezza e rispetto con le sezioni acustiche (qui oltre al flauto ci sono il violino e il pianoforte). La lunga canzone, oltre 10 minuti, si divide in due sezioni, la prima, che è la canzone vera e propria, alla sua chiusura cede il passo ad una coda di circa 2 minuti nella quale viene ripreso con vigore il tema dello storico e bellissimo “Volo magico n.1” (e il cerchio si chiude del tutto).

Se doveva essere un ritorno, con un brano così fu un ritorno ai massimi livelli.

Gli altri brani del disco sono tutti riusciti con applausi a scena aperta per “L’umana nostalgia” (brano lento e piano-centrico con ospiti Alice, alla voce, e Vincenzo Zitello all’arpa, uno di quei pezzi strappa-emozioni che non possono lasciare indifferenti) e per l’immensa “E’ come è” (voce e chitarra per una ballatona, che se l’avessero scritta i Pink Floyd sarebbe stata un successone planetario, dal testo di inequivocabile forza e sensatezza).

Altri brani degni di menzione sono il robusto rock orientato verso la west-coast di “La musica è sacra” e di “Buona fortuna“, l’intrigante “Proviamo un po’ a scioglierci” dalle eccellenti parti strumentali con l’armonica di Fabio Treves e l’Hammond di Lucio Fabbri ad incrociarsi alla grandissima (e l’indimenticata voce di Donatella Bardi a duettare con Rocchi), “Sto con me” profumata di India (ancora con Finardi e Zitello), la conclusiva “Fuoco“, ancora un pezzo dai forti echi indiani, con Terra Di Benedetto ai vocalizzi e Walter Maioli a fare magie con i suoi strumenti bizzarri.

Un disco musicalmente (ma anche per i testi) di straordinaria apertura e rinnovamento, uno slancio entusiasta verso il futuro senza rinnegare una sola oncia del proprio passato, un disco la cui scarsissima promozione ha impedito di assurgere tra i classici di Rocchi, ma che classico, almeno per me, lo è comunque diventato.

“La musica è come il respiro
ha ritmo e da vita.
La musica esiste comunque,
va solo cercata.
La musica riempie lo spazio,
la musica è sacra”

Ed è stato un onore per me averlo su queste pagine in un commento puntuale ad un mio post su di un disco suo con Paolo Tofani. E’ stato un piacere immenso invece conoscerlo e scambiare qualche frase in occasione di quello che credo sia stato il suo ultimo concerto a Roma.
Claudio Rocchi ci lascia un patrimonio artistico da ascoltare, leggere, guardare di grande qualità che non ci stancheremo di approfondire.

SIMEON TEN HOLT, “Canto ostinato”, 2005, Brilliant classics

Lo scorso 25 novembre è morto Simeon ten Holt, una figura poco nota, ma, a mio parere, uno tra i più importanti compositori (più o meno) minimalisti europei.

Olandese, nato nel 1923, è di una decina d’anni più anziano dei minimalisti americani che diedero il via ad un movimento musicale dirompente e innovativo. Vive la propria evoluzione musicale relativamente appartato e solo negli anni ’70 abbraccia, e fa sua con grande personalità, la musica minimalista.

Il suo lavoro più famoso, e quello con il quale lo voglio ricordare, si intitola “Canto ostinato“. E’ un lavoro concepito in maniera tale da poter essere suonato da svariati ensemble (generalmente di sole tastiere) e la cui durata non è stata prevista dall’autore. Similmente allo storico “In C” di Terry Riley, e certamente ispirato a lui, è strutturato per cellule melodiche (ten Holt le chiama sezioni o oggetti) che l’esecutore può ripetere quante volte vuole e sulle quali ha la possibilità di intervenire con un certo grado di libertà.
Tanto per darvi un’idea vi posso dire che io ne possiedo alcune incisioni a partire da quella storica, per 4 pianoforti, risalente al 1988, la prima pubblicata su CD, che dura circa 2 ore e 40 minuti, occupando 3 dischi, e le due, di cui parlerò sotto, che occupano rispettivamente un solo CD (versione per 2 pianoforti, durata poco meno di un’ora e venti minuti) e 2 CD (versione per 4 pianoforti per un total timing intorno alle 2 ore e 20 minuti).
Quindi un brano molto flessibile che unisce la sua grande bellezza e piacevolezza all’ascolto con una alta dose di indeterminatezza (e già solo per avere tutte queste caratteristiche merita l’applauso). Ho anche assistito ad un concerto in cui è stato eseguito (2 pianoforti per poco più di un’ora) in una versione sprint (ma sempre apprezzabile).

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Va anche detto che ne esistono versioni per 3 pianoforti e un organo, per pianoforti preparati, per due pianoforti e due marimbe e probabilmente anche per altri strumenti.

La forza di questo brano risiede nella maniera con cui riesce ad unire una struttura relativamente rigida e ripetitiva, che si muove in uno spazio a volte tonale e a volte no, con un lirismo ed una capacità espressiva incredibile. E’ come se ten Holt sia riuscito a legare al meglio il gusto per l’iterazione e la trance musicale tipico dei minimalisti americani con i secoli di storia musicale europea. “Canto ostinato” riesce, verrebbe da dire miracolosamente, ad essere allo stesso tempo un pezzo strutturalmente minimalista pur contenendo al suo interno un senso per la melodia e una capacità di parlare dritto al nostro cuore ai limiti della commozione. Una doppia anima che il compositore riesce a coniugare con una compiutezza ed efficacia mai ascoltata precedentemente (e forse neanche dopo) in ambito musicale.

Va forse specificato che durante l’esecuzione delle più di 100 sezioni che compongono l’opera si passa da atmosfere struggenti ad altre più matematiche sfiorando in alcuni momenti anche situazioni quasi-caotiche. Ma ascoltarlo significa affidarsi ad un flusso sonoro di incessante bellezza, continua mutevolezza (anche di intensità) all’interno di una ritmica costante che funge da àncora a tutto il lavoro.

In Italia non è mai stato facile trovare i dischi con la sua musica, attualmente dobbiamo ringraziare la Brilliant classics (alla quale prima o poi dovrò dedicare uno dei miei post) per aver inserito tra le sue pubblicazioni, che hanno una buona diffusione, questi due cofanetti:

  • Minimal piano collection, vol. X-XX“, seguito del cofanettone di cui vi parlai in questo post, composto da 11 CD (ed un CD-rom) strapieni di buona minimal music (tutte composizioni per 2 o più pianoforti) tra le quali una versione fast di “Canto ostinato“, per 2 pianoforti, che occupa il primo disco del box,
  • oppure il più esclusivo “Simeon ten Holt: complete multiple piano works” (sempre 11 CD) che oltre a “Canto ostinato” (una versione che occupa 2 CD), ospita gli altri suoi lavori minimalisti quali “Horizon” (2 CD), “Incantatie IV” (2 CD), “Lemniscaat” (2 CD), “Meandres” (2 CD) e “Shadow nor prey” (un solo CD), tutti lavori di altissima qualità e che non sfigurano accanto agli altri capolavori del minimalismo.

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Non è un caso che al centro di tutte queste esecuzioni ci sia Jeroen van Veen, un valido pianista, e compositore, olandese, devoto al verbo minimal, testimonianza di come, almeno in Olanda, l’eredità di ten Holt sia stata raccolta da musicisti e compositori (prima o poi ve ne parlerò) che fanno si che la fiamma accesa dal loro maestro non si spenga con la sua morte.

Un grande misconosciuto della musica del secondo ‘900.
(cliccate qui per andare sul sito ufficiale a lui dedicato)

PHILIP GLASS & RAVI SHANKAR “Passages”, 1990, Private music

La fine del 2012 ha portato, tra gli altri, due lutti piuttosto importanti per la musica. Di uno si è parlato diffusamente, dell’altro se n’è trovata qualche vaghissima traccia in giro per la rete. Dedicherò un post ad entrambi i musicisti iniziando da quello più famoso e celebrato.

Con Ravi Shankar non è scomparso soltanto un musicista, un ottimo interprete del sitar, un autore di tanta musica nuova e moderna fortemente radicata nella tradizione classica indiana. Con lui scompare un formidabile divulgatore della musica indiana ed il principale responsabile della notorietà che ebbe questa musica in Occidente negli anni ’60 (e che continua ancora ai giorni nostri).

Oggi può sembrare incredibile, ma ancora negli anni ’60 la musica indiana era nota solo ad una piccolissima élite di musicologi ed esperti di musiche non-occidentali, mentre il grosso dei consumatori di musica e degli stessi musicisti occidentali non la conosceva affatto. Fu questo signore ad imporla all’attenzione di noi tutti tramite un’incessante opera di divulgazione effettuata sia attraverso concerti ed apparizioni televisive, in Europa e in America, sia “conquistando” l’attenzione e l’interesse di musicisti celebrati (su tutti, inevitabilmente, George Harrison ed i Beatles). Se oggi è possibile con relativa facilità comprare dischi di musica indiana, se oggi posso pronunciare la parola raga senza venire guardato come un marziano, gran parte del merito è di questo autentico ambasciatore della cultura musicale dell’India. E, retrospettivamente, è un merito enorme (come è merito enorme quello di tutti quei tanti musicisti che hanno cercato di costruire ponti tra culture diverse, promuovendo incroci e meticciati).

Non è un caso che tra i suoi tanti dischi, quelli a me più cari non sono quelli contenenti i tradizionali raga indiani, di cui pure è stato grande interprete, quanto due collaborazioni illustri: quella con Yehudi Menuhin (“West meets East“, un grande violinista classico occidentale e un grande sitarista indiano provano a trovare i punti di contatto tra queste due straordinarie tradizioni già nei lontani anni ’60) e quella con Philip Glass. Ed è di quest’ultima che vi voglio parlare.

Glass e Shankar si incrociano la prima volta quando quest’ultimo sta realizzando la colonna sonora del film di Conrad RooksChappaqua” (film incredibile, psichedelico e molto difuorista). Glass si occupa di trascrivere sullo spartito le composizioni di Shankar, ma per lui questa collaborazione sarà qualcosa di importantissimo, una vera e propria epifania. Vedendo lavorare il maestro indiano incomincia a intravedere un modo completamente nuovo e diverso di comporre e di pensare la musica (rispetto a quanto da lui studiato in Accademia) che lo porterà in tempi rapidissimi ad abbandonare l’approccio fin lì usato per la composizione ed a cambiare stile per produrre i suoi primi lavori ascrivibili a quello che poi verrà chiamato minimalismo.

Passages

Ad un quarto di secolo da questo primissimo incontro Glass e Shankar decidono di realizzare un disco assieme ed escogitano un modus operandi molto particolare: ognuno consegna all’altro due temi affidandogli anche lo sviluppo e l’arrangiamento degli stessi. Le sei tracce del disco conterranno pertanto due composizioni di Glass realizzate a partire dal materiale fornito da Shankar (ed eseguite da musicisti occidentali), due composizioni di Shankar realizzate a partire dal materiale fornito da Glass (eseguiti anche da musicisti indiani), più due tracce realizzate in proprio dai due musicisti.

Il risultato è qualcosa di diverso da tutto quello che i due abbiano mai fatto ed il disco appare davvero come appartenente ad entrambi, senza che nessuno dei due prevalga, in una sintesi potente e affascinante.

Offering” è il primo dei due brani in cui Glass arrangia e interpreta Shankar, ed è subito vertigine. La strumentazione è occidentale (archi e fiati in evidenza), ma l’atmosfera richiama chiaramente l’India mentre certe reiterazioni, soprattutto dei violoncelli, richiamano il Glass più meditativo. Quando il brano accelera e aumentano le ripetizioni davvero non si sa più cosa stiamo ascoltando, rapiti da un suono che ci è familiare e straniero allo stesso tempo. Solo nella terza parte del brano la metamorfosi verso lo stile glassiano si compie pienamente manifestandosi in una sezione dove il modo minimalista prende il sopravvento in quello che è forse un delizioso esercizio di stile pienamente riuscito.
L’altro brano concepito in questo modo è “Meetings along the edge” e anch’esso vede Glass piegare il proprio stile verso un’atmosfera nella quale le complesse melodie di Shankar si insinuano in maniera molto naturale nelle strutture glassiane creando un brano che brilla per la capacità di trascinarci con sé forte dei suoi ritmi rapidissimi e dei suoi contrappunti micidiali.

L’altra faccia della medaglia sono i due brani in cui Shankar, ed i suoi musicisti, lavorano sui temi di Glass ovvero la seconda traccia, “Sadhanipa“, (intro calma ed evocativa che subito lascia spazio al sitar che ripete, molto minimalisticamente, brevi e semplici frasi melodiche con gli altri strumenti che portano presto il brano verso suoni decisamente più vicini all’India che agli USA, in un brano che, pur essendo estremamente godibile, risente solo marginalmente del compositore americano) e la quarta, “Ragas in minor scale” (con, in particolare, il sarod e il sitar piuttosto vicini all’estetica glassiana e i flauti a remare verso il subcontinente indiano, in un pezzo che meglio dell’altro, anche per la presenza degli archi, disegna improbabili quanto affascinanti vie di mezzo tra Oriente e Occidente).

Restano i due brani autonomi, “Channels and winds” di Glass (classicamente suo con in bella vista la voce di Jeanie Gagne) e la conclusiva, bellissima ed inafferrabile, “Prashanti” di Shankar, con un uso delle voci molto interessante nella prima parte (affidata al Madras Choir Orchestral group) e semplicemente entusiasmante nella seconda parte (dove canta lo stesso Ravi Shankar supportato da S.P. Balasubramanyam) prima con le voci che corrono a velocità folle e poi, nella sezione conclusiva, con ritmi molto più lenti intonando melodie di estrema delicatezza.

I due stavano progettando un sequel di questa opera, e non so dirvi se i lavori fossero abbastanza avanti da poterci regalare nuovi passaggi, ma questo disco resta valida testimonianza del valore di due grandi artisti e di come le musiche dovrebbero cercarsi ed inseguirsi, senza rimanere sempre e solo chiuse dietro alti, e fin troppo comodi, steccati.

PIERO MILESI “Within himself”, 2000, Cuneiform records

Lo scorso 30 ottobre Piero Milesi ci ha lasciato. E’ stato un musicista che ha prodotto relativamente pochi lavori, ma tutti di ottima qualità. Vi avevo già parlato di quello che ritengo il suo capolavoro in questo post,
ma mi fa piacere ricordarlo parlandovi di quello che rimarrà purtroppo il suo ultimo lavoro solista, passato, forse, un po’ troppo sotto silenzio.

la copertina del disco

Pubblicato dalla prestigiosa Cuneiform records questo disco raccoglie, come da sottotitolo, “music for films, installations, water and fireworks“, brani in parte commissionati e in parte frutto della libera creatività del nostro, realizzati negli anni ’90.

L’iniziale “So soggy” ci presenta il Milesi della maturità, capace di miscelare le improvvisazioni di pianoforte con un violoncello a metà tra barocco e minimalismo uniti ad un elettronica discreta e mai effettistica. Una musica dove confluiscono tutte le sue grandi passioni in un patchwork di grande personalità e sensibilità, con un tono di malinconia estremamente delicato, e alla quale è splendido abbandonarsi.

Seguono le atmosfere rarefatte di “Volti riflessi“, quelle legate all’immaginario delle ferrovie di “Avanti la tre“, con una elettronica alla base ancora una volta elegantissima ed ardita, con il suo alternarsi di toni lunghi da Glass-organ anni ’70, campionamenti in tema e sequenze minimaliste in rapida alternanza, in quello che suona come un atto d’amore per i treni e i tanti viaggi che abbiamo fatto con questo mezzo di trasporto.

Il cuore del disco è forse “Dentro di sé“, 16 minuti nei quali riecheggiano le atmosfere che furono di Mr.Nanof, il violoncello e l’organo ripetitivo ad incrociarsi con ogni tanto riverberi rumorosi ad insaporire il tutto ed il pianoforte a dare man forte agli altri strumenti con le sue fughe in diagonale.

Un gioiellino post-minimalista dal cuore oscuro.

Il disco si conclude con la sarabanda di “Fuochi sul Tevere“, brano dalle tastiere funamboliche e spettacolari che, semplicemente, mozzano il fiato.

Piero Milesi

Che di un autore di queste qualità resti così poca memoria, e quasi esclusivamente grazie alla collaborazione con Fabrizio De Andrè, è una delle tante dimostrazioni di quanto questa società e questo sistema culturale siano lontane da ciò che rende umano l’uomo.

Ad alcuni invece resterà un vuoto ed il rimpianto per un artista schivo che ci ha dato tanto, ma tanto ancora avrebbe potuto darci.