JON GIBSON “Relative calm”, 2016, New World records

Se c’è un musicista al cui pensiero le prime parole che mi vengono in mente sono umiltà e professionismo, questi è Jon Gibson.

Compositore e sassofonista, classe 1940, è uno dei componenti cardine del Philip Glass Ensemble praticamente da sempre (ma ha anche suonato con Steve Reich, Terry Riley e Lamonte Young, la crème de la crème del minimalismo).
Lontano dai riflettori e dalla stampa, anche quella specializzata, Gibson da sempre vive una sorta di doppia vita. Orchestrale e musicista perennemente in tour e, quasi privatamente, compositore di eccellente livello.

Sono pochi i dischi realizzati da lui (credo sette ad oggi, nell’arco di oltre 40 anni…), ma tutti più che degni di essere ascoltati.
Compositivamente appartenente alla corrente del minimalismo (o al post-minimalismo… dipende dai punti di vista), per quanto in lui ogni tanto l’indole del sassofonista prenda il sopravvento, sembra essere uno di quei compositori che scrivono musica solo quando i loro lavori facciano pressione per emergere, solo quando la creatività si trasforma in bisogno da soddisfare necessariamente.

Niente mestiere per lui, nessun obbligo con il mercato discografico.

Questo disco, il suo più recente, non posso certo definirlo il suo migliore, da questo punto di vista i suoi primi due lavori pubblicati dalla Chatam Square di Philip Glass negli anni ’70 restano inarrivabili, ma suona così piacevole e fresco che non posso non parlarvene. E suona fresco soprattutto se lo si confronta con i lavori dei suoi colleghi, storicamente più importanti ed influenti, che, dopo tanti anni, tanti dischi e tante composizioni, sembrano invece aver perso la capacità di sorprenderci, vittime di una aurea mediocrità che faticano a scrostare dai loro spartiti.

Relative calm” si struttura su quattro lunghi brani (tutti intorno ai 17-18 minuti), molto diversi tra loro, composti nei primissimi anni ’80 per un balletto di Lucinda Childs, e solo recentemente resi disponibili per la pubblicazione (meglio tardi che mai).

Si inizia con il brano che da il titolo al disco, “Relative calm (rise)“, il pulsare di un telegrafo innesca gli altri strumenti: un pianoforte ripetitivo più una marimba delicata e anch’essa minimale (alle percussioni in tutto il disco troviamo l’eccellente David Van Tieghem) più il drone di un organo, per una composizione che fa della grazia e della iteratività la sua arma principale, cullandoci in una spirale di ascesi ed eleganza.

Q-music (race)” parte con un pianoforte molto glassiano sul quale però si inseriscono le tastiere in maniera molto morbida, ascendendo e discendendo con accordi che sembrano ondeggiare sull’acqua. Anche questo brano non nasconde la sua matrice minimalista, pur deviando verso spiagge più delicate.

Extension (reach)” cambia atmosfera, tutto realizzato per sassofono soprano sovrainciso è caratterizzato da brevi frasi che si susseguono, non si capisce bene quanto ci sia di improvvisato o di scritto, ma il risultato è un lungo dialogare tra sé e sé, piacevolmente libero.

L’ultimo brano, “Return (return)” è il più leggero del lotto, con una ritmica e delle atmosfere che possono ricordare alcuni lavori di Andrew Poppy. Percussioni, tastiere e sassofono per un pezzo solo apparentemente facile e pop, ma in realtà sempre erede della musica minimale (e decisamente il brano più post-minimalista dell’intero CD).

Ribadisco il concetto: questo disco non è un capolavoro, e nemmeno il capolavoro di Gibson, ma la conferma di un artista che meriterebbe maggiore attenzione e maggiori riconoscimenti, perché sarebbe ora che la critica musicale non si facesse troppo condizionare dalle sirene del marketing e dal sapersi mettere in mostra, imparando a valutare gli artisti per le loro oggettive qualità.

Coerenza e costanza.
Forma e sostanza.

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FUTURO ANTICO “Futuro antico”, 1980, Black Sweat records

Quando nei primissimi anni ’90 comprai l’esordio in vinile del gruppo Futuro Antico, intitolato significativamente “Dai primitivi all’elettronica“, rimasi abbastanza deluso (soprattutto in relazione alle ottime recensioni che avevo letto).
Il gruppo, formato da tre musicisti di diversissima estrazione (Riccardo Sinigaglia, compositore di musica elettronica, Walter Maioli, ex-Aktuala e ricercatore di musica molto antica e Gabin Dabirè musicista di origine africana), aveva realizzato un disco nel quale si cercava di fondere le rispettive passioni e stili musicali, ma, almeno questa fu la mia impressione, i brani sembravano risentire di scarsa integrazione tra i tre con, di volta in volta, uno del gruppo a dare personalità ai brani e gli altri a fare poco più che da cornice. Il progetto sembrava mancare di omogeneità e reale integrazione tra i suoi componenti.
Riascoltato recentemente mi è sembrato migliore del ricordo che avevo, ma su questo, caso mai, torneremo nei prossimi mesi.

Quello che all’epoca non sapevo è che, prima del loro LP, era già stata pubblicata una cassetta autoprodotta a nome Futuro Antico contenente registrazioni risalenti addirittura al 1980.
A suonare c’erano solo i due italiani del gruppo: Sinigaglia alle varie tastiere elettroniche e agli effetti speciali più Maioli al ney (il ben noto flauto turco) e altri strumenti antico/primitivi (percussioni, flauti tibetani e armamentari vari).

Recentemente la Black Sweat records ha riproposto (per la prima volta) in CD questo lavoro che mi è, quasi per caso, capitato tra le mani.
E il disco mi è piaciuto davvero tanto.

Strutturato su quattro lunghi pezzi intorno ai 10 minuti, il disco vede interagire i due musicisti in maniera equilibrata e intensa.
Si parte con “Ao – ao“: le tastiere di Sinigaglia suonano ben memori del Riley di “Persian surgery dervishes” mentre il ney di Maioli disegna voli imprevedibili e incisivi. Un pezzo che si muove lentamente e rimane in costante equilibrio tra ipnosi e sprazzi di veglia.
Si prosegue con “Shirak“, stesse sonorità del primo brano e stessi riferimenti musicali (forse seconda parte di una medesima sessione di registrazione), ma una maggiore velocità e qualche momento di pura vertigine. Nelle tastiere qualche spruzzata kosmische sempre assecondata alla grande dal flauto di Maioli.
La terza traccia, “Uata Aka“, cambia mood: una leggera pulsazione elettronica, vagamente alla Cluster, sulla quale si innestano percussioni e flauto. Un pezzo di squisite libertà.
Conclusione in bellezza con il brano che da il titolo al disco (e al gruppo): percussioni, flauti e tastiere evocative in quello che appare come una specie di astratto panorama musicale dove si respira un’aria di bucolica e divertita mancanza di confini e steccati.

Per quello che mi riguarda una bella sorpresa.
Una interessante e meritoria riscoperta.

p.s. Bella la ecologica confezione del CD 🙂

p.p.s. Immagino che la Black Sweat records, e le altre etichette dedite a ristampe in ambito (più o meno) di musiche di avanguardia, abbiano le proprie buone ragioni per avere smesso di stampare le loro pubblicazioni ANCHE in CD, ma sappiano che esiste uno zoccolo duro di appassionati del supporto fisico che NON hanno il giradischi e NON vogliono comprare LP. Se questo disco NON fosse stato pubblicato anche su supporto digitale io NON l’avrei mai comprato. Siete sicuri che valga davvero la pena di non riservare una, magari piccola, tiratura in CD per quelli come me ?

FRANCESCO DE GREGORI “Terra di nessuno”, 1987, CBS

Secondo post dedicato ai dischi in studio di Francesco De Gregori (ma non starò esagerando ?).

Ricapitoliamo la situazione: dopo il trionfale ritorno con “Titanic” (1982), De Gregori si concede nuovamente qualche anno di silenzio per poi regalarci un tris di album che, a mio parere, rappresentano il periodo migliore della sua produzione.
Scacchi e tarocchi” (1985), “Terra di nessuno” (1987) e “Mira mare 19.4.89” (1989) sono tre dischi dove il cantautore romano rivela una vena musicale estremamente felice unita ad una capacità di realizzare liriche in perfetto equilibrio tra personale e sociale, cronaca e metafora, tanto da poter parlare di una vera e propria nuova giovinezza artistica.

Di questi tre dischi quello al quale sono più legato è il secondo, disco che, nonostante la copertina tipicamente degregoriana, cioè poco invitante (con rispetto per Karl Hubbuch, autore del quadro dal quale è tratta), raccoglie nove brani tutti di ottimo livello con alcune eccellenze assolute (anche se, purtroppo, nessuno di questi brani è riuscito a diventare un classico al livello dei vari “Buonanotte fiorellino“, “Generale” o “Viva l’Italia“, ma non è da questi particolari che si giudica una canzone).

Il disco si apre con il rock circolare de “Il canto delle sirene“, lungo brano che, nella struttura senza un vero e proprio ritornello, si ispira dichiaratamente al “Jokerman” di qualche anno prima cantato da Bob Dylan, mentre nel testo, splendidamente ambiguo, evoca sia la necessità di contrastare l’arrembante ascesa dell’ideologia liberista, sempre più affermata e trionfante, sia questioni più strettamente intime e personali. Peccato solo per un arrangiamento pulitino (problema che caratterizza tutto il disco, e gli altri due di cui ho parlato, prodotto in maniera molto professionale, ma senza quegli azzardi e quelle sporcizie sonore che forse avrebbero dato maggior forza alle musiche), con un po’ di birra in più questa canzone sarebbe stata una vera e propria bomba.

Riguardo il resto del disco, mi limito a segnalarvi le canzoni di livello superiore, ad esempio “Pilota di guerra“, ispirata dalla figura di Antoine de Saint-Exupéry, brano malinconico che unisce mirabilmente temi sociali, la guerra e l’orrore, e personali, la solitudine. Chitarra e tastiere per una musica adeguatissima ai testi, lenta e rassegnata.
Pane e castagne” è invece il pezzo che contiene la frase che dà il titolo al disco ed è un’altra canzone che gioca moltissimo con l’ambiguità di un testo che può esser letto sia in chiave sociale (il complicato attraversamento di frontiere da parte di chi vuole andare a vivere e cercare fortuna in un altro paese), sia in chiave introspettiva (il percorso evolutivo/formativo che tutti compiamo). Questa doppia chiave, unita ad una melodia meravigliosa ed un arrangiamento pianocentrico di grande effetto, crea un piccolo miracolo passato troppo inosservato.
Con “Nero” rientriamo più esplicitamente nelle questioni sociali: una canzone che, ascoltata oggi, sembra avere ancora più senso di ieri, con questo ritratto, tutto in levare, di ordinaria emarginazione e ordinaria faticosa ricerca di un pezzetto di felicità. Bello il contrasto tra la musica allegrotta e la storia narrata fatta di sacrifici e umiliazioni (ma la canzone è del tutto priva di retorica). Consigliata a leghisti e a sovranisti.
Mimì sarà” è un altro dei pezzi forti del disco, ancora il pianoforte al centro del pezzo per una amara, molto amara, cronaca di fallimenti e bilanci personali che non tornano mai. Un brano struggente e commovente, aiutato in questo dagli archi arrangiati da Renato Serio (non è chiaro se sia ispirato/dedicato da/a Mia Martini, e non so se sia importante saperlo, anche se è certo che lei lo fece suo).
I matti” è un affettuoso ed empatico (e coraggioso) ritratto di tutte quelle persone che vengono sbrigativamente liquidate come strani o, appunto, matti. Anche qui il pianoforte al centro del brano con una specie di valzerino rallentato e un finale che sembra farli scivolare nel nulla, un brano che se lo si ascolta non può non colpire dove fa più male.

Gli altri brani, tutti comunque validi, sono un gradino sotto, magari solo per una meno perfetta messa a fuoco, ma questo è un disco assolutamente compatto, senza cadute di tono.

Dopo questi LP De Gregori produrrà ancora un lavoro che trovo valido, anche se inferiore a questi tre, “Canzoni d’amore” (1992), per poi scivolare in una aurea mediocrità con occasionali zampate di gran classe.

Purtroppo non tornerà più a questi livelli e a questa perfetta misura.

MAURIZIO BIANCHI (M.B.) “Pharmelodies”, 2012, Silentes minimal edition

Di Maurizio Bianchi (meglio noto universalmente come M.B.), della sua sterminata produzione, conosco quasi esclusivamente lavori del suo primo, pioneristico, periodo (chiusosi nel 1985 con il suo primo, lungo, abbandono dalle scene musicali). Ve ne parlai in questo post.
Solo nel 1998 tornò a pubblicare musica e, di questa seconda fase, conosco pochissime cose.

Quasi casualmente mi è capitato tra le mani questo CD, pubblicato nel 2012, ma i cui materiali dovrebbero risalire proprio al periodo di assenza dalle scene del nostro (nelle note lo definisce “hiatus period“). L’ho preso cogliendo al volo una opportunità economica allettante (un forte sconto, per dirla sinteticamente) e ne sono rimasto molto colpito.

Costituito da 3 lunghi brani (tutti intorno ai 20 minuti abbondanti) è qualcosa di molto più morbido rispetto ai suoni industrial a me tanto cari, ma allo stesso tempo qualcosa di straordinariamente conturbante.

Nelle (come al solito) scarse note l’autore parla di “theocratic suites” (?) rielaborate con l’assistenza di Pharmakustik. Quello che a me pare di sentire è una sorta di musica ectoplasmatica, che sembra derivare direttamente da qualcosa di cui ci trasmette solo una presenza fantasmatica e lontana.

Immaginate dei lavori di musica classica (Richard Strauss ? Debussy ?) filtrati attraverso delle apparecchiature che ne colgano certe frequenze, enfatizzandole al massimo e portandole in evidenza, celandone allo stesso tempo tutte le altre. Quello che ascolterete saranno da un lato i suoni familiari dell’orchestra, ma resi lontani, quasi inaudibili, spesso affogati in un liquido amniotico che li attutisce e deforma, e dall’altro, in primissimo piano, dei suoni apparentemente estranei ma che invece probabilmente sono collegati agli altri più di quanto sembri.

Pharmelody I” ha toni più metallici, stridori intensi che si sovrappongono al fantasma dell’orchestra e di un pianoforte. “Pharmelody II” invece si caratterizza per frequenze che sembrano provenire da certe tastiere dei primi ’70, questa sezione deve qualcosa a “Zeit” dei Tangerine dream, e da disturbi radiofonici che creano un gorgo sonoro che tutto acchiappa e tutto fa lentamente sprofondare dentro sé.
L’ultimo brano, “Pharmelody III“, si muove su coordinate ancora più lente, più lugubri, più profonde. Toni cupi e abissali che evocano circolari e spaventose discese nel profondo del pianeta, sempre con questa presenza spettrale dell’orchestra che cerca di chiamarci da un’altra epoca, da un’altra occulta dimensione (lo definirei, se mi viene consentito, un brano molto lovecraftiano).

Un lavoro ammaliante e ipnotizzante, capace di cullarci con suoni che dovrebbero invece avere tutt’altro effetto. E un applauso alla piccola ma combattiva Silentes il cui catalogo meriterebbe attenzione da parte di tutti gli appassionati della musica d’avanguardia (o sperimentale, o chiamatela come vi pare).

Un autore che è estremamente vivo, ben oltre le frontiere del rumore.

p.s. Un punto di penalizzazione per la confezione, esageratamente spartana, della quale capisco il senso (non solo economico), ma che risulta troppo scomoda (il CD è in una bustina trasparente contenuta in un “packaging” che consiste solamente in un foglio in cartoncino leggero piegato in due, il tutto avvolto in una bustina di plastica leggerissima con una dannata chiusura adesiva che rischia sempre di rovinare la copertina vera e propria).

DIAMANDA GALÁS “The divine punishment”, 1986, Mute

Quando si è dedicato tanto tempo all’esplorazione di mondi musicali estremamente variegati, diventa sempre più rara l’esperienza di un ascolto che ci suoni diverso da ciò che abbiamo imparato a conoscere. Ancora più rara l’esperienza di un’opera che suoni alle nostre orecchie nuova e contemporaneamente riuscita. Estremamente rara (soprattutto se confrontata con quanto spesso ci succedeva da adolescenti e post-adolescenti) l’esperienza di qualcosa che ci risulti allo stesso tempo diverso da quanto conosciuto e porti con sé le stimmate del capolavoro.

Il disco di cui mi voglio occupare appartiene a quest’ultima, rarissima, specie.

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Primo capitolo di una trilogia dedicata all’AIDS (intitolata globalmente “Masque of the Red Death“), conseguenza del lutto che colpì direttamente la musicista statunitense, cui questa malattia portò via il fratello Philip-Dimitri, questo disco si caratterizza per due lunghe suite, una per lato, dove a dominare è la camaleontica voce della Galás assistita da effetti e suoni elettronici.
Con l’eccezione dell’ultima traccia, tutti i testi cantati sono estratti da alcuni passi della Bibbia (della quale, come sapete, non sono certo un esperto).

La suite che occupa il lato A, intitolata “Deliver me from mine enemies” è a sua volta divisa in sei sezioni (alcune strumentali) che cercherò di raccontarvi per descrivervene la incredibile forza e intensità.

I “This is the law of plague”

Il disco si apre utilizzando parte del testo contenuto nel capitolo 15 del Levitico. Debbo premettere che, ovviamente, non sono in grado di valutare la fedeltà del testo in inglese utilizzato dalla Galás (così come dei testi tradotti in italiano che si trovano in rete), quello che posso dirvi con certezza è che trattasi di una serie di obblighi riguardanti chi ha contratto la gonorrea (in italiano, mentre in inglese si utilizza una espressione, “plague“, forse più generica e più angosciante). La parola di Dio ci tiene a puntualizzare come l’ammalato sia impuro (“unclean“, aggettivo che viene ripetuto fino allo sfinimento), come lo sia chi lo tocchi o chi tocchi oggetti che lui ha toccato, e vengono sciorinate una serie di espressioni tutte tese a separare puri e impuri secondo una logica che, calata nel contesto cui si riferisce la Galás, non può non risultare aberrante e discriminatoria.
Musicalmente sovrappone voci artificialmente abbassate, a creare una specie di coro infernale, messe a  sostegno della voce naturale della Galás che canta/declama i testi in questione con l’aggiunta di percussioni ossessive e via via più aggressive, in un crescendo che ci afferra alla gola e stringe sempre più forte.

II “Deliver me from mine enemies”

Qui si utilizza un estratto dal Salmo 59, un testo nel quale il credente implora la protezione da parte del Signore e gli chiede, esplicitamente, di non avere alcuna pietà per i propri nemici e di annientarli, chiamando tutto questo “misericordia”.
La Galás, sopra un leggero drone elettronico, legge il testo sfruttando tutta la sua capacità di rendere il dolore e la infinita stanchezza di chi soffre da troppo tempo, aggiungendoci una serie di acuti di grande efficacia e bellezza.

III “We shall not accept your quarantine”

L’artista ripete il testo della seconda sezione, ma lo esegue riportandolo in tutt’altre atmosfere, più simili a quelle della prima sezione. Con una accelerazione che toglie letteralmente il fiato e spaventa per intensità e orrore.

IV “Liberami” (titolo scritto in greco)

Sezione sostanzialmente strumentale nella quale il cantato orientaleggiante (e tecnicamente superbo) della Galás mostra altre possibili invocazioni per la propria salvezza, un barlume di luce nell’oscurità delle sezioni precedenti.

V “Perché, o Dio” (titolo scritto in greco)

Torna subito l’oscurità, e la sofferenza, con la Galás in versione gutturale (e senza supporto alcuno, se non le sovrapposizioni della sua stessa voce) a riportarci in basso, lì dove della salvezza si è perso anche il ricordo.

VI “Psalm 22 (excerpt)”

Qui tocchiamo il fondo dell’assenza di qualunque forma di speranza. La voce biascicata della Galás recita il testo appenna affiancata da una tastiera delicata, in una atmosfera di innocenza tradita e di sincera disperazione.
Nel testo si invoca la presenza di Dio, che sembra essere assente e del quale si afferma un imprescindibile bisogno, una mancanza insopportabile nel contesto dato.

“È arido come un coccio il mio palato,
la mia lingua si è incollata alla gola,
su polvere di morte mi hai deposto.”

E i sospiri affannosi, le grida strozzate, che sottolineano il recitato servono a meglio rendere l’idea di un inferno vissuto qui sulla Terra.


La seconda parte di questo lavoro, ovvero il lato B dell’LP, è costituita da un’altra suite, intitolata “Free among the Dead“, divisa in tre sezioni:

I “Psalm 88”

Il Salmo 88 (“Preghiera dal profondo dell’angoscia“), più o meno si muove nel solco del Salmo 22 sopraindicato, si esprime il bisogno di un Dio alla luce di una vita piena di dolore e sofferenza, un Dio che sembra essere altrove e del tutto disinteressato a noi. Tanto per rendervi l’idea vi riporto la sua parte conclusiva:

“Perché, Signore, mi respingi,
perché mi nascondi il tuo volto?
Sono infelice e morente dall’infanzia,
sono sfinito, oppresso dai tuoi terrori.

Sopra di me è passata la tua ira,
i tuoi spaventi mi hanno annientato,
mi circondano come acqua tutto il giorno,
tutti insieme mi avvolgono.

Hai allontanato da me amici e conoscenti,
mi sono compagne solo le tenebre”.

Musicalmente ripartiamo da dove ci eravamo fermati, voce biascicata e atmosfera disperata. Ma piano piano cambiano il tono della voce, che diventa man mano più arrabbiata ed aggressiva, con l’aiuto di un pianoforte percussivo e di qualche accenno di tastiera, con continue vorticose accelerazioni fino ad una sorta di implosione rabbiosa.
La disperazione è infine diventata furia.

II “Lamentations chapter 3”

Recitato, ma anche gridato e disperatamente urlato, in un discreto italiano (scelta misteriosa, forse per meglio disegnare atmosfere religiose, forse per meglio introdurre il brano che conclude l’opera, brano che si muove sulle medesime atmosfere musicali), con tastiere estremamente angoscianti di sottofondo, anche questo pezzo rende benissimo la disperazione di chi si sente abbandonato da Dio e ci avvolge in una tempesta buia, uno spazio dove la luce è negata.
Testo, ovviamente, proveniente dal terzo capitolo delle Lamentazioni, incredibilmente espressivo e pertinente, tanto da concludersi con il grido accorato:

“È scomparsa la mia gloria, la speranza che mi veniva dal Signore”,

segnando così la inevitabile cesura tra l’uomo e la divinità.
Un brano che, proprio per essere direttamente in italiano, risulta essere, per me, uno dei momenti più forti dell’intero disco.

III “Sono l’antichristo” (scritto proprio così, non è un mio errore)

Annunciato da oscuri rintocchi di pianoforte, questo pezzo violentissimo si caratterizza per il testo (ancora in italiano) recitato dalla Galás sotto il quale si ammucchiano tastiere, registrazioni di urla sovrapposte l’una sull’altra, ed è una pura e inevitabile discesa negli inferi, o, se preferite, la definitiva liberazione da una fede tradita.
Unico testo scritto dalla Galás stessa (caratterizzato da una serie di affermazioni tutte del tipo “Sono la carne macellata“, “Sono la pestilenza” e culminante con l’apoteosi “Sono l’anticristo“), questo pezzo è l’unico finale possibile per i presupposti creati dai brani precedenti, l’unica possibile fuga da una vita di dolore. L’unico possibile punto d’arrivo.


L’idea di raccontare il percorso della malattia (sia subita, sia vissuta indirettamente da coloro che sono affettivamente legati al malato) attraverso le parole delle Sacre Scritture permette alla Galás da un lato di evitare qualunque forma retorica e dall’altro di dare una incredibile forza alle sue parole e alla sua musica, osando coinvolgere in questo mare di sofferenza la religione e la religiosità.
Scalino dopo scalino si scende in un abisso di emarginazione, sofferenza e morte con una chiarezza comunicativa e una energia fuori dal comune (e che la stessa autrice non riuscirà più a raggiungere, neanche dei capitoli seguenti della trilogia dedicati a questo tema).

Questo è un disco che, se lo si ascolta VERAMENTE (e seguendo le istruzioni che specificano “correct playback possible at maximum volume only“), risulta tanto bello (musicalmente si assiste ad una serie di performance vocali di eccellente livello, e tutta la scrittura musicale basterebbe da sola a far di questo lavoro un ottimo lavoro) quanto insostenibile,
ed è proprio questa pesantissima insostenibilità a renderlo speciale, a renderlo capace di esprimere l’inesprimibile e a mostrarcelo con una forza e una intensità spaventose e, letteralmente, inaudite.

Qualcosa di incredibilmente potente e incredibilmente affascinante, ma da maneggiare con estrema cura, perché attraverso i solchi ci arrivano emozioni, positive e negative, così chiaramente definite e veicolate da poterle quasi toccare con mano.

Un oscuro capolavoro, insuperabile ed inimitabile.

MIKEL ROUSE BROKEN CONSORT “A walk in the woods”, 1985, Crammed discs

Ancora un lavoro post-minimalista (si è capito che ho un debole per questo genere musicale ?).

Mikel Rouse è un compositore americano che, almeno inizialmente, con il suo gruppo, denominato Tirez tirez, realizza alcuni dischi vicini a certa post-wave tipicamente newyorkese (giro Byrne/Eno, tanto per capirci). In particolare segnalo l’LP “Story of the year“, pubblicato nel 1983 dalla Les Disques du Crépuscule (incredibile il ruolo di cerniera tra musica pop e musica sperimentale effettuato da questa etichetta negli anni ’80), dove già si potevano ascoltare alcune piccole avvisaglie della sua musica a venire.

Questa familiarità con la musica (cosiddetta) leggera si riverserà nei suoi dischi più ambiziosi, realizzati sotto il marchio del suo progetto denominato Mikel Rouse broken consort, dischi nei quali l’insegnamento minimalista (soprattutto quello di Philip Glass e Steve Reich) viene adulterato con una squisita sensibilità rock e funk e con una strumentazione che occhieggia a quella tipica della musica pop.

Durante gli anni ’80 realizza diversi dischi interessanti, il migliore dei quali, probabilmente, è questo “A walk in the woods“, 7 pezzi genericamente di media durata con un paio di brani che superano i 9 minuti.
L’organico di questo disco vede da un lato strumenti della tradizione colta (oboe, tromba, clarinetto, sassofono, violino, viola, fagotto) uniti con strumenti decisamente più moderni (basso elettrico, sintetizzatori, batteria elettronica), una scelta che sposa teoria e pratica di queste composizioni.

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Si parte con “Friendship ’84“, archi a dettare il tema principale, tastiere e fiati a ricamarci sopra (vaghi echi dei coevi Soft Verdict) in un brano che sembra precipitare in una serie di spirali infinite.

Big pine II” gioca invece su rapide tastiere e allegre percussioni elettroniche in un continuo stop & go dove non si parte mai davvero e non si arriva mai da nessuna parte (è un complimento, sia chiaro).

Airland 2000” si caratterizza per svariati strumenti acustici che si rincorrono l’un l’altro per poi rallentare e poi accelerare nuovamente in un insistito (e ambizioso) gioco di contrappunti. “Hardfall” spicca per toni lunghi e sostenuti sui quali i fiati disegnano melodie ipnotiche e decadenti (e dissonanti), forse il brano più atipico del lotto. Segue “Winter in Wyoming“, una delle due composizione particolarmente lunghe, brano lento col violino in bella evidenza, tastiere ripetitive e melodia malinconica, per una specie di versione depressa (ma molto intrigante) di Wim Mertens.
The eloquent dissenter” nuovamente gioca con i contrappunti tra tastiere, basso elettrico e fiati, in una giostra di grande divertimento. Il disco si chiude con il brano che da il titolo all’album: tastiere glassiane estremamente ripetitive, violino e fiati a danzargli intorno, basso a segnare il ritmo per 9 minuti di magica apnea.

Alla fine degli anni ’80 Rouse abbandona queste sonorità per riavvicinarsi a dimensioni post-wave o comunque più vicine alla sua anima pop, per qualche disco lo seguo, ma poi, scontento della sua produzione, lo perdo di vista (non posso però escludere che nella sua ricca produzione recente o semi-recente ci possano anche essere cose interessanti).

Questo disco resta un lavoro interessantissimo, ancor di più nell’edizione CD, curata dalla stessa Crammed, nella quale viene accoppiato con un mini-LP realizzato insieme a Blaine L.Reininger che è un altro lavoro delizioso.

Peccato per come questo autore si sia poi indirizzato verso tutt’altre musiche, avrebbe potuto sicuramente regalarci altre perle.

ROBERTO DONNINI “Tunedless”, 1980, Lynx records

Altro lavoro molto interessante realizzato in Italia e (purtroppo) alquanto dimenticato.

Tunedless“, come ben specificato nelle note di copertina, è l’insieme di quattro composizioni di Roberto Donnini (figura poliedrica: architetto, ma anche molte altre cose) la prima delle quali, intitolata semplicemente “T“, è presente in questo disco in due diverse esecuzioni.

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T” sembra essere un brano che lascia ampio spazio all’improvvisazione, pur nei limiti circoscritti dall’autore, e, all’ascolto, sembra caratterizzato da una breve melodia insistentemente ripetuta dal piano elettrico, con piccole variazioni (vagamente glassiana), sulla quale i musicisti che partecipano alla realizzazione sovrappongono strati di suoni (non melodie, ma tendenzialmente toni lunghi e prolungati).

Nella versione presente sul lato A del disco, intitolata “T 1 A“, sono presenti lo stesso Donnini (piano elettrico, armonica), Maurizio Montini (Sinthi A), Carlo Bonomi (violoncello), Sauro Albisani (sax alto) e Albert Mayr. Registrata nel ’78 questa performance mi ricorda alcuni lavori di David Behrman, ma, forse, con una maggiore carica emozionale, più cuore, con questo piano elettrico che crea il fondale sul quale gli altri musicisti possono aggiungere le loro sonorità profonde e il loro respiro.

La performance presente sul secondo lato, questa volta intitolata “T 2 A“, vede cambiare completamente la line-up che interagisce con Donnini. Troviamo quindi Stefano Fiuzzi (pianoforte), Jacqueline Darby (voce), Roberto Buoni (sax alto), Aldo de Bono (sitar), Michele Losappio (trombone) e Mino Vismara (violoncello). Come vedete la composizione non prevede un numero fisso di musicisti, né l’utilizzo sempre degli stessi strumenti.
Questa seconda esecuzione, datata 1979, rispetto all’altra suona più variata e meditativa al tempo stesso, con il violoncello più dinamico e la splendida voce della Darby a ripercorrere le magie che furono, in altri luoghi e qualche anno prima, di Joan La Barbara.
Va sottolineato come le due versioni suonino molto diverse l’una dall’altra, pur mantenendo una sostanziale identità di fondo, e siano entrambe assolutamente convincenti.

Due parole sulla piccola Lynx records (pochi dischi ma tutti di alto livello, basti fare i nomi di Lino Capra Vaccina e Arturo Stalteri), l’etichetta personale di Donnini che pubblicò questo lavoro (edizione numerata, pochissimi esemplari…) con una cura e attenzione rara nell’industria discografica, anche in quella cosiddetta indipendente, e un ricordo di Maurizio Pieri, tecnico del suono e del missaggio di questo disco, che, tantissimi anni fa, conosciuto per altre ragioni, mi convinse, fortunatamente, ad acquistare questo e gli altri dischi della Lynx.

Peccato che, a quanto pare, non ne uscirà mai una versione digitale, perché la qualità della musica lo richiederebbe.

Un’altra oscura perla della ricerca musicale italiana.

p.s. per altre informazioni www.robertodonnini.com