FRANCESCO DE GREGORI “Terra di nessuno”, 1987, CBS

Secondo post dedicato ai dischi in studio di Francesco De Gregori (ma non starò esagerando ?).

Ricapitoliamo la situazione: dopo il trionfale ritorno con “Titanic” (1982), De Gregori si concede nuovamente qualche anno di silenzio per poi regalarci un tris di album che, a mio parere, rappresentano il periodo migliore della sua produzione.
Scacchi e tarocchi” (1985), “Terra di nessuno” (1987) e “Mira mare 19.4.89” (1989) sono tre dischi dove il cantautore romano rivela una vena musicale estremamente felice unita ad una capacità di realizzare liriche in perfetto equilibrio tra personale e sociale, cronaca e metafora, tanto da poter parlare di una vera e propria nuova giovinezza artistica.

Di questi tre dischi quello al quale sono più legato è il secondo, disco che, nonostante la copertina tipicamente degregoriana, cioè poco invitante (con rispetto per Karl Hubbuch, autore del quadro dal quale è tratta), raccoglie nove brani tutti di ottimo livello con alcune eccellenze assolute (anche se, purtroppo, nessuno di questi brani è riuscito a diventare un classico al livello dei vari “Buonanotte fiorellino“, “Generale” o “Viva l’Italia“, ma non è da questi particolari che si giudica una canzone).

Il disco si apre con il rock circolare de “Il canto delle sirene“, lungo brano che, nella struttura senza un vero e proprio ritornello, si ispira dichiaratamente al “Jokerman” di qualche anno prima cantato da Bob Dylan, mentre nel testo, splendidamente ambiguo, evoca sia la necessità di contrastare l’arrembante ascesa dell’ideologia liberista, sempre più affermata e trionfante, sia questioni più strettamente intime e personali. Peccato solo per un arrangiamento pulitino (problema che caratterizza tutto il disco, e gli altri due di cui ho parlato, prodotto in maniera molto professionale, ma senza quegli azzardi e quelle sporcizie sonore che forse avrebbero dato maggior forza alle musiche), con un po’ di birra in più questa canzone sarebbe stata una vera e propria bomba.

Riguardo il resto del disco, mi limito a segnalarvi le canzoni di livello superiore, ad esempio “Pilota di guerra“, ispirata dalla figura di Antoine de Saint-Exupéry, brano malinconico che unisce mirabilmente temi sociali, la guerra e l’orrore, e personali, la solitudine. Chitarra e tastiere per una musica adeguatissima ai testi, lenta e rassegnata.
Pane e castagne” è invece il pezzo che contiene la frase che dà il titolo al disco ed è un’altra canzone che gioca moltissimo con l’ambiguità di un testo che può esser letto sia in chiave sociale (il complicato attraversamento di frontiere da parte di chi vuole andare a vivere e cercare fortuna in un altro paese), sia in chiave introspettiva (il percorso evolutivo/formativo che tutti compiamo). Questa doppia chiave, unita ad una melodia meravigliosa ed un arrangiamento pianocentrico di grande effetto, crea un piccolo miracolo passato troppo inosservato.
Con “Nero” rientriamo più esplicitamente nelle questioni sociali: una canzone che, ascoltata oggi, sembra avere ancora più senso di ieri, con questo ritratto, tutto in levare, di ordinaria emarginazione e ordinaria faticosa ricerca di un pezzetto di felicità. Bello il contrasto tra la musica allegrotta e la storia narrata fatta di sacrifici e umiliazioni (ma la canzone è del tutto priva di retorica). Consigliata a leghisti e a sovranisti.
Mimì sarà” è un altro dei pezzi forti del disco, ancora il pianoforte al centro del pezzo per una amara, molto amara, cronaca di fallimenti e bilanci personali che non tornano mai. Un brano struggente e commovente, aiutato in questo dagli archi arrangiati da Renato Serio (non è chiaro se sia ispirato/dedicato da/a Mia Martini, e non so se sia importante saperlo, anche se è certo che lei lo fece suo).
I matti” è un affettuoso ed empatico (e coraggioso) ritratto di tutte quelle persone che vengono sbrigativamente liquidate come strani o, appunto, matti. Anche qui il pianoforte al centro del brano con una specie di valzerino rallentato e un finale che sembra farli scivolare nel nulla, un brano che se lo si ascolta non può non colpire dove fa più male.

Gli altri brani, tutti comunque validi, sono un gradino sotto, magari solo per una meno perfetta messa a fuoco, ma questo è un disco assolutamente compatto, senza cadute di tono.

Dopo questi LP De Gregori produrrà ancora un lavoro che trovo valido, anche se inferiore a questi tre, “Canzoni d’amore” (1992), per poi scivolare in una aurea mediocrità con occasionali zampate di gran classe.

Purtroppo non tornerà più a questi livelli e a questa perfetta misura.

MAURIZIO BIANCHI (M.B.) “Pharmelodies”, 2012, Silentes minimal edition

Di Maurizio Bianchi (meglio noto universalmente come M.B.), della sua sterminata produzione, conosco quasi esclusivamente lavori del suo primo, pioneristico, periodo (chiusosi nel 1985 con il suo primo, lungo, abbandono dalle scene musicali). Ve ne parlai in questo post.
Solo nel 1998 tornò a pubblicare musica e, di questa seconda fase, conosco pochissime cose.

Quasi casualmente mi è capitato tra le mani questo CD, pubblicato nel 2012, ma i cui materiali dovrebbero risalire proprio al periodo di assenza dalle scene del nostro (nelle note lo definisce “hiatus period“). L’ho preso cogliendo al volo una opportunità economica allettante (un forte sconto, per dirla sinteticamente) e ne sono rimasto molto colpito.

Costituito da 3 lunghi brani (tutti intorno ai 20 minuti abbondanti) è qualcosa di molto più morbido rispetto ai suoni industrial a me tanto cari, ma allo stesso tempo qualcosa di straordinariamente conturbante.

Nelle (come al solito) scarse note l’autore parla di “theocratic suites” (?) rielaborate con l’assistenza di Pharmakustik. Quello che a me pare di sentire è una sorta di musica ectoplasmatica, che sembra derivare direttamente da qualcosa di cui ci trasmette solo una presenza fantasmatica e lontana.

Immaginate dei lavori di musica classica (Richard Strauss ? Debussy ?) filtrati attraverso delle apparecchiature che ne colgano certe frequenze, enfatizzandole al massimo e portandole in evidenza, celandone allo stesso tempo tutte le altre. Quello che ascolterete saranno da un lato i suoni familiari dell’orchestra, ma resi lontani, quasi inaudibili, spesso affogati in un liquido amniotico che li attutisce e deforma, e dall’altro, in primissimo piano, dei suoni apparentemente estranei ma che invece probabilmente sono collegati agli altri più di quanto sembri.

Pharmelody I” ha toni più metallici, stridori intensi che si sovrappongono al fantasma dell’orchestra e di un pianoforte. “Pharmelody II” invece si caratterizza per frequenze che sembrano provenire da certe tastiere dei primi ’70, questa sezione deve qualcosa a “Zeit” dei Tangerine dream, e da disturbi radiofonici che creano un gorgo sonoro che tutto acchiappa e tutto fa lentamente sprofondare dentro sé.
L’ultimo brano, “Pharmelody III“, si muove su coordinate ancora più lente, più lugubri, più profonde. Toni cupi e abissali che evocano circolari e spaventose discese nel profondo del pianeta, sempre con questa presenza spettrale dell’orchestra che cerca di chiamarci da un’altra epoca, da un’altra occulta dimensione (lo definirei, se mi viene consentito, un brano molto lovecraftiano).

Un lavoro ammaliante e ipnotizzante, capace di cullarci con suoni che dovrebbero invece avere tutt’altro effetto. E un applauso alla piccola ma combattiva Silentes il cui catalogo meriterebbe attenzione da parte di tutti gli appassionati della musica d’avanguardia (o sperimentale, o chiamatela come vi pare).

Un autore che è estremamente vivo, ben oltre le frontiere del rumore.

p.s. Un punto di penalizzazione per la confezione, esageratamente spartana, della quale capisco il senso (non solo economico), ma che risulta troppo scomoda (il CD è in una bustina trasparente contenuta in un “packaging” che consiste solamente in un foglio in cartoncino leggero piegato in due, il tutto avvolto in una bustina di plastica leggerissima con una dannata chiusura adesiva che rischia sempre di rovinare la copertina vera e propria).

DIAMANDA GALÁS “The divine punishment”, 1986, Mute

Quando si è dedicato tanto tempo all’esplorazione di mondi musicali estremamente variegati, diventa sempre più rara l’esperienza di un ascolto che ci suoni diverso da ciò che abbiamo imparato a conoscere. Ancora più rara l’esperienza di un’opera che suoni alle nostre orecchie nuova e contemporaneamente riuscita. Estremamente rara (soprattutto se confrontata con quanto spesso ci succedeva da adolescenti e post-adolescenti) l’esperienza di qualcosa che ci risulti allo stesso tempo diverso da quanto conosciuto e porti con sé le stimmate del capolavoro.

Il disco di cui mi voglio occupare appartiene a quest’ultima, rarissima, specie.

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Primo capitolo di una trilogia dedicata all’AIDS (intitolata globalmente “Masque of the Red Death“), conseguenza del lutto che colpì direttamente la musicista statunitense, cui questa malattia portò via il fratello Philip-Dimitri, questo disco si caratterizza per due lunghe suite, una per lato, dove a dominare è la camaleontica voce della Galás assistita da effetti e suoni elettronici.
Con l’eccezione dell’ultima traccia, tutti i testi cantati sono estratti da alcuni passi della Bibbia (della quale, come sapete, non sono certo un esperto).

La suite che occupa il lato A, intitolata “Deliver me from mine enemies” è a sua volta divisa in sei sezioni (alcune strumentali) che cercherò di raccontarvi per descrivervene la incredibile forza e intensità.

I “This is the law of plague”

Il disco si apre utilizzando parte del testo contenuto nel capitolo 15 del Levitico. Debbo premettere che, ovviamente, non sono in grado di valutare la fedeltà del testo in inglese utilizzato dalla Galás (così come dei testi tradotti in italiano che si trovano in rete), quello che posso dirvi con certezza è che trattasi di una serie di obblighi riguardanti chi ha contratto la gonorrea (in italiano, mentre in inglese si utilizza una espressione, “plague“, forse più generica e più angosciante). La parola di Dio ci tiene a puntualizzare come l’ammalato sia impuro (“unclean“, aggettivo che viene ripetuto fino allo sfinimento), come lo sia chi lo tocchi o chi tocchi oggetti che lui ha toccato, e vengono sciorinate una serie di espressioni tutte tese a separare puri e impuri secondo una logica che, calata nel contesto cui si riferisce la Galás, non può non risultare aberrante e discriminatoria.
Musicalmente sovrappone voci artificialmente abbassate, a creare una specie di coro infernale, messe a  sostegno della voce naturale della Galás che canta/declama i testi in questione con l’aggiunta di percussioni ossessive e via via più aggressive, in un crescendo che ci afferra alla gola e stringe sempre più forte.

II “Deliver me from mine enemies”

Qui si utilizza un estratto dal Salmo 59, un testo nel quale il credente implora la protezione da parte del Signore e gli chiede, esplicitamente, di non avere alcuna pietà per i propri nemici e di annientarli, chiamando tutto questo “misericordia”.
La Galás, sopra un leggero drone elettronico, legge il testo sfruttando tutta la sua capacità di rendere il dolore e la infinita stanchezza di chi soffre da troppo tempo, aggiungendoci una serie di acuti di grande efficacia e bellezza.

III “We shall not accept your quarantine”

L’artista ripete il testo della seconda sezione, ma lo esegue riportandolo in tutt’altre atmosfere, più simili a quelle della prima sezione. Con una accelerazione che toglie letteralmente il fiato e spaventa per intensità e orrore.

IV “Liberami” (titolo scritto in greco)

Sezione sostanzialmente strumentale nella quale il cantato orientaleggiante (e tecnicamente superbo) della Galás mostra altre possibili invocazioni per la propria salvezza, un barlume di luce nell’oscurità delle sezioni precedenti.

V “Perché, o Dio” (titolo scritto in greco)

Torna subito l’oscurità, e la sofferenza, con la Galás in versione gutturale (e senza supporto alcuno, se non le sovrapposizioni della sua stessa voce) a riportarci in basso, lì dove della salvezza si è perso anche il ricordo.

VI “Psalm 22 (excerpt)”

Qui tocchiamo il fondo dell’assenza di qualunque forma di speranza. La voce biascicata della Galás recita il testo appenna affiancata da una tastiera delicata, in una atmosfera di innocenza tradita e di sincera disperazione.
Nel testo si invoca la presenza di Dio, che sembra essere assente e del quale si afferma un imprescindibile bisogno, una mancanza insopportabile nel contesto dato.

“È arido come un coccio il mio palato,
la mia lingua si è incollata alla gola,
su polvere di morte mi hai deposto.”

E i sospiri affannosi, le grida strozzate, che sottolineano il recitato servono a meglio rendere l’idea di un inferno vissuto qui sulla Terra.


La seconda parte di questo lavoro, ovvero il lato B dell’LP, è costituita da un’altra suite, intitolata “Free among the Dead“, divisa in tre sezioni:

I “Psalm 88”

Il Salmo 88 (“Preghiera dal profondo dell’angoscia“), più o meno si muove nel solco del Salmo 22 sopraindicato, si esprime il bisogno di un Dio alla luce di una vita piena di dolore e sofferenza, un Dio che sembra essere altrove e del tutto disinteressato a noi. Tanto per rendervi l’idea vi riporto la sua parte conclusiva:

“Perché, Signore, mi respingi,
perché mi nascondi il tuo volto?
Sono infelice e morente dall’infanzia,
sono sfinito, oppresso dai tuoi terrori.

Sopra di me è passata la tua ira,
i tuoi spaventi mi hanno annientato,
mi circondano come acqua tutto il giorno,
tutti insieme mi avvolgono.

Hai allontanato da me amici e conoscenti,
mi sono compagne solo le tenebre”.

Musicalmente ripartiamo da dove ci eravamo fermati, voce biascicata e atmosfera disperata. Ma piano piano cambiano il tono della voce, che diventa man mano più arrabbiata ed aggressiva, con l’aiuto di un pianoforte percussivo e di qualche accenno di tastiera, con continue vorticose accelerazioni fino ad una sorta di implosione rabbiosa.
La disperazione è infine diventata furia.

II “Lamentations chapter 3”

Recitato, ma anche gridato e disperatamente urlato, in un discreto italiano (scelta misteriosa, forse per meglio disegnare atmosfere religiose, forse per meglio introdurre il brano che conclude l’opera, brano che si muove sulle medesime atmosfere musicali), con tastiere estremamente angoscianti di sottofondo, anche questo pezzo rende benissimo la disperazione di chi si sente abbandonato da Dio e ci avvolge in una tempesta buia, uno spazio dove la luce è negata.
Testo, ovviamente, proveniente dal terzo capitolo delle Lamentazioni, incredibilmente espressivo e pertinente, tanto da concludersi con il grido accorato:

“È scomparsa la mia gloria, la speranza che mi veniva dal Signore”,

segnando così la inevitabile cesura tra l’uomo e la divinità.
Un brano che, proprio per essere direttamente in italiano, risulta essere, per me, uno dei momenti più forti dell’intero disco.

III “Sono l’antichristo” (scritto proprio così, non è un mio errore)

Annunciato da oscuri rintocchi di pianoforte, questo pezzo violentissimo si caratterizza per il testo (ancora in italiano) recitato dalla Galás sotto il quale si ammucchiano tastiere, registrazioni di urla sovrapposte l’una sull’altra, ed è una pura e inevitabile discesa negli inferi, o, se preferite, la definitiva liberazione da una fede tradita.
Unico testo scritto dalla Galás stessa (caratterizzato da una serie di affermazioni tutte del tipo “Sono la carne macellata“, “Sono la pestilenza” e culminante con l’apoteosi “Sono l’anticristo“), questo pezzo è l’unico finale possibile per i presupposti creati dai brani precedenti, l’unica possibile fuga da una vita di dolore. L’unico possibile punto d’arrivo.


L’idea di raccontare il percorso della malattia (sia subita, sia vissuta indirettamente da coloro che sono affettivamente legati al malato) attraverso le parole delle Sacre Scritture permette alla Galás da un lato di evitare qualunque forma retorica e dall’altro di dare una incredibile forza alle sue parole e alla sua musica, osando coinvolgere in questo mare di sofferenza la religione e la religiosità.
Scalino dopo scalino si scende in un abisso di emarginazione, sofferenza e morte con una chiarezza comunicativa e una energia fuori dal comune (e che la stessa autrice non riuscirà più a raggiungere, neanche dei capitoli seguenti della trilogia dedicati a questo tema).

Questo è un disco che, se lo si ascolta VERAMENTE (e seguendo le istruzioni che specificano “correct playback possible at maximum volume only“), risulta tanto bello (musicalmente si assiste ad una serie di performance vocali di eccellente livello, e tutta la scrittura musicale basterebbe da sola a far di questo lavoro un ottimo lavoro) quanto insostenibile,
ed è proprio questa pesantissima insostenibilità a renderlo speciale, a renderlo capace di esprimere l’inesprimibile e a mostrarcelo con una forza e una intensità spaventose e, letteralmente, inaudite.

Qualcosa di incredibilmente potente e incredibilmente affascinante, ma da maneggiare con estrema cura, perché attraverso i solchi ci arrivano emozioni, positive e negative, così chiaramente definite e veicolate da poterle quasi toccare con mano.

Un oscuro capolavoro, insuperabile ed inimitabile.

MIKEL ROUSE BROKEN CONSORT “A walk in the woods”, 1985, Crammed discs

Ancora un lavoro post-minimalista (si è capito che ho un debole per questo genere musicale ?).

Mikel Rouse è un compositore americano che, almeno inizialmente, con il suo gruppo, denominato Tirez tirez, realizza alcuni dischi vicini a certa post-wave tipicamente newyorkese (giro Byrne/Eno, tanto per capirci). In particolare segnalo l’LP “Story of the year“, pubblicato nel 1983 dalla Les Disques du Crépuscule (incredibile il ruolo di cerniera tra musica pop e musica sperimentale effettuato da questa etichetta negli anni ’80), dove già si potevano ascoltare alcune piccole avvisaglie della sua musica a venire.

Questa familiarità con la musica (cosiddetta) leggera si riverserà nei suoi dischi più ambiziosi, realizzati sotto il marchio del suo progetto denominato Mikel Rouse broken consort, dischi nei quali l’insegnamento minimalista (soprattutto quello di Philip Glass e Steve Reich) viene adulterato con una squisita sensibilità rock e funk e con una strumentazione che occhieggia a quella tipica della musica pop.

Durante gli anni ’80 realizza diversi dischi interessanti, il migliore dei quali, probabilmente, è questo “A walk in the woods“, 7 pezzi genericamente di media durata con un paio di brani che superano i 9 minuti.
L’organico di questo disco vede da un lato strumenti della tradizione colta (oboe, tromba, clarinetto, sassofono, violino, viola, fagotto) uniti con strumenti decisamente più moderni (basso elettrico, sintetizzatori, batteria elettronica), una scelta che sposa teoria e pratica di queste composizioni.

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Si parte con “Friendship ’84“, archi a dettare il tema principale, tastiere e fiati a ricamarci sopra (vaghi echi dei coevi Soft Verdict) in un brano che sembra precipitare in una serie di spirali infinite.

Big pine II” gioca invece su rapide tastiere e allegre percussioni elettroniche in un continuo stop & go dove non si parte mai davvero e non si arriva mai da nessuna parte (è un complimento, sia chiaro).

Airland 2000” si caratterizza per svariati strumenti acustici che si rincorrono l’un l’altro per poi rallentare e poi accelerare nuovamente in un insistito (e ambizioso) gioco di contrappunti. “Hardfall” spicca per toni lunghi e sostenuti sui quali i fiati disegnano melodie ipnotiche e decadenti (e dissonanti), forse il brano più atipico del lotto. Segue “Winter in Wyoming“, una delle due composizione particolarmente lunghe, brano lento col violino in bella evidenza, tastiere ripetitive e melodia malinconica, per una specie di versione depressa (ma molto intrigante) di Wim Mertens.
The eloquent dissenter” nuovamente gioca con i contrappunti tra tastiere, basso elettrico e fiati, in una giostra di grande divertimento. Il disco si chiude con il brano che da il titolo all’album: tastiere glassiane estremamente ripetitive, violino e fiati a danzargli intorno, basso a segnare il ritmo per 9 minuti di magica apnea.

Alla fine degli anni ’80 Rouse abbandona queste sonorità per riavvicinarsi a dimensioni post-wave o comunque più vicine alla sua anima pop, per qualche disco lo seguo, ma poi, scontento della sua produzione, lo perdo di vista (non posso però escludere che nella sua ricca produzione recente o semi-recente ci possano anche essere cose interessanti).

Questo disco resta un lavoro interessantissimo, ancor di più nell’edizione CD, curata dalla stessa Crammed, nella quale viene accoppiato con un mini-LP realizzato insieme a Blaine L.Reininger che è un altro lavoro delizioso.

Peccato per come questo autore si sia poi indirizzato verso tutt’altre musiche, avrebbe potuto sicuramente regalarci altre perle.

ROBERTO DONNINI “Tunedless”, 1980, Lynx records

Altro lavoro molto interessante realizzato in Italia e (purtroppo) alquanto dimenticato.

Tunedless“, come ben specificato nelle note di copertina, è l’insieme di quattro composizioni di Roberto Donnini (figura poliedrica: architetto, ma anche molte altre cose) la prima delle quali, intitolata semplicemente “T“, è presente in questo disco in due diverse esecuzioni.

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T” sembra essere un brano che lascia ampio spazio all’improvvisazione, pur nei limiti circoscritti dall’autore, e, all’ascolto, sembra caratterizzato da una breve melodia insistentemente ripetuta dal piano elettrico, con piccole variazioni (vagamente glassiana), sulla quale i musicisti che partecipano alla realizzazione sovrappongono strati di suoni (non melodie, ma tendenzialmente toni lunghi e prolungati).

Nella versione presente sul lato A del disco, intitolata “T 1 A“, sono presenti lo stesso Donnini (piano elettrico, armonica), Maurizio Montini (Sinthi A), Carlo Bonomi (violoncello), Sauro Albisani (sax alto) e Albert Mayr. Registrata nel ’78 questa performance mi ricorda alcuni lavori di David Behrman, ma, forse, con una maggiore carica emozionale, più cuore, con questo piano elettrico che crea il fondale sul quale gli altri musicisti possono aggiungere le loro sonorità profonde e il loro respiro.

La performance presente sul secondo lato, questa volta intitolata “T 2 A“, vede cambiare completamente la line-up che interagisce con Donnini. Troviamo quindi Stefano Fiuzzi (pianoforte), Jacqueline Darby (voce), Roberto Buoni (sax alto), Aldo de Bono (sitar), Michele Losappio (trombone) e Mino Vismara (violoncello). Come vedete la composizione non prevede un numero fisso di musicisti, né l’utilizzo sempre degli stessi strumenti.
Questa seconda esecuzione, datata 1979, rispetto all’altra suona più variata e meditativa al tempo stesso, con il violoncello più dinamico e la splendida voce della Darby a ripercorrere le magie che furono, in altri luoghi e qualche anno prima, di Joan La Barbara.
Va sottolineato come le due versioni suonino molto diverse l’una dall’altra, pur mantenendo una sostanziale identità di fondo, e siano entrambe assolutamente convincenti.

Due parole sulla piccola Lynx records (pochi dischi ma tutti di alto livello, basti fare i nomi di Lino Capra Vaccina e Arturo Stalteri), l’etichetta personale di Donnini che pubblicò questo lavoro (edizione numerata, pochissimi esemplari…) con una cura e attenzione rara nell’industria discografica, anche in quella cosiddetta indipendente, e un ricordo di Maurizio Pieri, tecnico del suono e del missaggio di questo disco, che, tantissimi anni fa, conosciuto per altre ragioni, mi convinse, fortunatamente, ad acquistare questo e gli altri dischi della Lynx.

Peccato che, a quanto pare, non ne uscirà mai una versione digitale, perché la qualità della musica lo richiederebbe.

Un’altra oscura perla della ricerca musicale italiana.

p.s. per altre informazioni www.robertodonnini.com

JURI CAMISASCA & ROSARIO DI BELLA “Spirituality”, 2016, C.A.M.

1974, 1988, 1991, 1999, 2016.

Sono gli anni in cui Juri Camisasca ha pubblicato dischi, e, come potete vedere, non si tratta di uno di quegli artisti che intasano il mercato discografico (vuoi per adempiere un contratto, vuoi per sfruttare il momento magico, vuoi per una supposta prolificità). Ogni disco di Camisasca è stato un piccolo evento, una necessità, qualcosa arrivato a maturazione che, con la giusta congiuntura astrale, poteva essere finalmente diffuso. Ed ognuno dei suoi dischi è caratterizzato, nella diversità dei climi musicali, da livelli qualitativi altissimi.

Non fa eccezione il suo ultimo lavoro, per la prima volta in partnership con un altro musicista: Rosario Di Bella (e metto subito le mani avanti: di Di Bella ho una conoscenza limitatissima, e se il disco ha attirato la mia attenzione è stato innanzitutto, per non dire esclusivamente, per la presenza del suo ascetico compagno di avventure).

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Questo disco ha diverse facce: brani in cui la collaborazione tra i due è più spinta rispetto ad altri in cui il partner ha un’influenza marginale (ma mai ridotta a zero), brani più ritmati e (almeno musicalmente) più leggeri rispetto ad altri più solenni e che richiedono un ascolto più attento, testi a volte più immediati, a volte meno. Tutto gira intorno alla ricerca interiore (e da questo punto di vista il titolo è decisamente esemplificativo).

Non possiamo non partire da due eccellenze camisaschiane perfetta unione, come nella tradizione di questo autore, di testi molto curati e musiche che benissimo uniscono un gran gusto per la melodia senza mai essere scontate: “Il canto della beatitudine” (incredibile testo sincretico tra Oriente e Occidente) e “Suprema identità” (capolavoro, uno dei vertici assoluti della poetica di Camisasca, testo miracolosamente in bilico tra puntuale descrizione e illuminante metafora, musica che, come direbbe Branduardi, fa accapponare la pelle, puro brivido), brani in cui la voce, sempre mostruosamente espressiva di Camisasca, è lasciata libera di stagliarsi nello spazio acustico, appena supportata dalle tastiere in un caso e dagli archi più il pianoforte elegante di Carlo Guaitoli nell’altro.
Due canzoni che già da sole basterebbero a fare di questo disco un gioiello.

Rimanendo in orbita-Camisasca troviamo anche una splendida e trascinante versione de “Il sole nella pioggia” (finalmente incisa dal suo autore, pezzo bellissimo, ma lo sapevate già, in una versione dagli archi insistenti, l’elettronica suggestiva e la magia della voce), una “Luce dell’India” tra autobiografismo ed esotismo (ancora il piano come contraltare principale della voce, con le tastiere sullo sfondo e un namastè conclusivo che fa stringere il cuore), “Se incontri il Buddha” (mai come in questo disco si manifestano chiaramente i profondi legami tra Camisasca e l’estremo oriente) con le tastiere profumate (ovviamente) di India, un’altra interpretazione vocale di impressionante qualità e con un testo che va molto (molto!) oltre una piccola lezione di buddhismo (tra l’altro mi sa che il nostro abbia accorciato il titolo originale, che doveva essere “Se incontri il Buddha uccidilo“, per evitare polemiche e/o fraintendimenti).

Sul fronte Di Bella segnaliamo invece le interessanti “Gabriel” (chitarra e piano in bella evidenza con un ritornello emozionante), “Uriel” (tappeto di tastiere e ritmica delicata per una canzone affascinante ed evocativa) e “Il mondo è costruito sull’amore” (queste tre canzoni vedono ai testi Adriano Buldrini), ancora il piano al centro della canzone con un uso (anche qui) intelligente ed equilibrato dei suoni elettronici (mai fini a sé stessi).

In generale dispiace per le prove vocali di Di Bella che (seppure assolutamente all’altezza) di fronte a una voce di livello clamoroso come quella di Camisasca subiscono il confronto e appaiono meno belle di quanto non siano.

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Chiudiamo con le canzoni in cui c’è stata maggiore interazione nella coppia, singolarmente i brani più leggeri di tutto il disco (non è un pregio né un difetto, solo una constatazione):
dal singolo, interpretato da entrambi, “Pace” (un reato non farlo circolare nelle radio, bella ritmica, elettronica calda e avvolgente, testo semplice ma diretto ed efficace), a “Space and flowers” (piacevole pastiche elettronico ricco di campionamenti, testo in inglese di Camisasca con Di Bella alla voce), passando per “Cogli l’essenza” (altro duetto), sorprendente e davvero singolare reggaettino con echi gregoriani (eppure musicalmente funziona, credetemi, anche se, forse, la frase reiterata che chiude il pezzo, e da il titolo al brano, poteva essere un tantino più sviluppata e meno didascalica, parere personale), fino allo strumentale “Spirituality” (scritto da entrambi), un po’ kosmische, un po’ Joe Patti, tutto tastiere e atmosfera, sottolineato, in chiusura, dalla voce di Camisasca con la brevissima “Shlom lech Mariam“.
Qualche perplessità invece su “Deus meus“, davvero troppo vicina alle atmosfere degli Enigma (Christian Zingales non condividerà, spero non se ne avrà a male).

Storicamente nei dischi di Camisasca il suono che si ascolta deve moltissimo ai suoi collaboratori (Franco Battiato, Filippo Destrieri, Mauro Pagani, i Bluvertigo in quelli precedenti), e viene quindi naturale pensare che l’atmosfera generale, quasi sempre caratterizzata da un’elettronica con personalità, ma mai invadente, sia merito soprattutto di Di Bella. In ogni caso le scelte sonore sono vesti perfetti per i brani che si susseguono e aggiungono bellezza alla qualità, già molto buona, delle canzoni.

Solo il disinteresse degli italiani per la buona musica impedirà a questo disco di dominare le classifiche 2016.

Canzoni che sanno far vibrare intensamente chi le ascolta.

p.s. A dispetto della scarsissima promozione e distribuzione fatta dalla Sugar (anche questo un film già visto in casa Camisasca), segnalo agli interessati di averne viste diverse copie da Mediaworld.

DANIEL LENTZ “On the leopard altar”, 1984, Icon records

Torniamo a parlare di post-minimalismo.

Daniel Lentz è un autore inspiegabilmente sottovalutato e poco noto. Poco più giovane dei soliti noti del minimalismo, ha sviluppato un suo stile molto personale nel quale la ripetizione riveste sempre un ruolo importante, anche se non l’ha mai praticata con la benedetta rigidità di un Glass o di un Reich, né l’ha mai aperta all’improvvisazione come Riley. La sua sembra essere una musica che utilizza alcuni degli insegnamenti del minimalismo all’interno però di una poetica straordinariamente personale e tendenzialmente libera dalle (benedette) gabbie della process music.

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Forse non ha un suo disco perfettamente riuscito, ma tra la sua produzione ci sembra questo l’album più rappresentativo del suo stile e che meglio ne fotografa le qualità. Questa raccolta spicca per un lavoro sui testi e sui fonemi, che associa le classiche tecniche minimaliste additive o sottrattive anche ai versi cantati e non solo alle cellule musicali, del tutto peculiare e di grande fascino.

Per quello che riguarda la strumentazione il disco poggia fondamentalmente su svariate tastiere elettroniche (da un lato) e sulle voci umane (dall’altro): è su di loro che si fondano il brano di apertura, “Is it love ?“, brano di ispirazione reich-ana che risuona di una sfiziosissima cantabilità all’interno di strutture minimaliste che potrebbero ricordare una “Music for large ensemble” asciugata ed addolcita (non che ne avesse bisogno, anzi… mi premeva solo sottolineare una certa somiglianza nelle sonorità), e i dieci minuti abbondanti di “Wolf is dead…” (ma ne esiste anche una versione di doppia lunghezza) che si muovono su incastri e sovrapposizioni di tastiere e voci in maniera (anche qui) ispirata al miglior Reich, ma con una leggerezza e un divertimento che, forse, solo al sole delle coste del Pacifico era possibile sviluppare.

Tutt’altra atmosfera invece per “Lascaux“, caratterizzato dal suono ipnotico e ammaliante dei wine glasses (sì, bicchieri più e meno riempiti), dove i ritmi serrati degli altri brani lasciano il posto ad una sorta di ambient acustica davvero riuscita.
On the leopard altar” (nuovamente tastiere e voci) abbandona certi climi alla Reich per rifugiarsi in una musica che sembra ricamare delicatamente le note con una attenzione e cura particolarissime, quasi una canzone estremamente dilatata.
Chiude il disco “Requiem“, una breve composizione che sembra dire semplicemente “me ne vado“, suggellando il lavoro in maniera del tutto adeguata.

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Di Lentz non si parla mai nelle riviste di settore, non l’ho mai visto in concerto né mi è capitato di ascoltare sue musiche eseguite in qualche concerto dedicato alla contemporanea o al minimalismo, eppure nei suoi dischi (mai facili da trovare) si nascondono composizioni di grande qualità e bellezza. Forse il fatto di essersi stabilito in California gli ha negato la vetrina riservata, ad esempio, ai newyorkesi, o forse è uno di quegli artisti che poco si interessano di promuovere il proprio lavoro, ma, se vi capita qualcuno dei suoi lavori, provate ad assaggiarlo, vedrete che non sarà tempo perso.

Minimalismo on the beach.