VALERIO MATTIOLI “Superonda”, 2016, Baldini & Castoldi

Questo libro, non a caso sottotitolato “storia segreta della musica italiana“, è, per l’appunto, un libro di storia. Un libro di storia della musica che affronta un periodo che va, grosso modo, dalla metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’70.

L’idea è quella di narrare una stagione straordinardia della musica italiana (e, in realtà, delle arti tutte) particolarmente influente, ma, soprattutto, seminale, sia nel nostro paese che all’estero, attraverso la ricostruzione di cosa accadde e l’individuazione di coloro che ebbero un ruolo determinante nello svolgersi degli eventi.
Non si racconta di un particolare genere musicale, o di una scena comunque ben definita, quanto di una attitudine che, pur agendo in ambiti relativamente distanti e scollegati, segnerà in maniera personalissima l’evoluzione della musica in Italia.

A narrare il tutto il giornalista e musicista Valerio Mattioli, classe 1978.

Verrebbe subito da chiedersi come mai una tale complessa ricostruzione ed interpretazione degli eventi sia stata realizzata da qualcuno che in quegli anni neanche era nato, piuttosto che da qualcuno che c’era (i Bertoncelli, gli Assante…) o che almeno ne avesse annusato le fasi conclusive, ma, leggendo il libro, uno degli aspetti migliori e più interessanti che saltano all’occhio è proprio come la distanza temporale dagli eventi e l’estraneità dell’autore a quanto accaduto, permettano a Mattioli di affrontare i fatti narrati senza scivolare mai nella nostalgia di anni mitici (o di musicisti mitici). Lo spazio che separa l’autore dai fatti garantisce uno sguardo libero da pregiudizi (positivi o negativi che fossero), inevitabili per chi quei momenti li ha vissuti, ed è proprio il tono dell’autore, spesso ai limiti di un cinismo figlio della propria onestà intellettuale, ad essere uno dei punti di forza della narrazione.
Mattioli dimostra di non avere timore di cadere nel delitto di lesa maestà e non si fa problemi a sottolineare l’ingenuità di certi lavori o i loro limiti, e questo rafforza significativamente le sue parole quando invece esprimono meraviglia e apprezzamento per altri, o gli stessi, lavori. Si parla di artisti che l’autore ama (altrimenti questo libro non sarebbe neanche nato), ma lo sguardo di chi scrive è lo sguardo di chi ama anche la musica del nuovo millennio e non ignora come e quanto le cose siano, se non progredite, perlomeno cambiate.

Altro punto di forza di questo libro, a mio parere diretta conseguenza di quanto scritto sopra, è lo sforzo e la capacità di contestualizzare quanto narrato. Mattioli non ci parla solamente di un certo musicista e dei suoi lavori, ma ogni volta realizza una doppia contestualizzazione:
relaziona l’opera al contesto sociale nel quale è stata prodotta (sotto i nostri occhi scorrono con dovizia di dettagli e riferimenti, sia l’Italia della “Dolce vita” che quella dei cosiddetti “anni di piombo“) e, in parallelo, al contesto musicale nazionale e internazionale nel quale gli artisti si muovevano (nessuna musica nasce dal nulla). In questo modo ci permette di comprendere (da vero storico) nella maniera migliore possibile cosa sia successo e perché sia successo.

A questo punto vi chiederete quali siano i protagonisti di queste oltre 600 pagine, fitte fitte e senza apparato iconografico. Sono tanti, alcuni famosissimi, altri misconosciuti, altri ancora conosciuti ma mai narrati da questo punto di vista. Tutti, secondo Mattioli, hanno in comune qualcosa che rese speciali tutte queste musiche che si muovevano in uno spazio enorme, esterno sia alla musica (cosiddetta) commerciale che a quella (cosiddetta) colta, musiche che spiccavano per originalità conservando tutte un qualcosa di speciale che non possiamo chiamare italianità, ma certo era legato alla cultura (magari solo alla sua parte migliore) italiana.

Cercando di sintetizzare per macro-categorie posso dire che qui si parla di musica contemporanea, musica di (più generica) avanguardia (spesso “incolta“), musica elettronica, rock progressivo nelle sue varie, e spesso contraddittorie, forme e declinazioni, psichedelia, musiche che guardano alle tradizioni, cantautorato (meglio se borderline), colonne sonore, library music (e musiche per sonorizzazioni varie) e (più o meno free) jazz.
Ma si parla anche dei luoghi dove queste musiche sono germogliate (il Piper, il Beat 72, L’Attico, lo Studio di Fonologia Musicale della RAI…), di “non musicisti” che, a vario titolo, hanno permesso a queste musiche di svilupparsi (Gianni Sassi, Mario Schifano, Fabio Sargentini, Diego Carpitella…). Il tutto mostrando come spesso i protagonisti di questa epopea saltassero da un genere all’altro in un ricco florilegio di relazioni e contaminazioni reciproche.

Difficilissimo fare un elenco degli artisti di cui si parla, sono davvero tanti. Vi basti sapere che, nonostante l’enormità della materia affrontata, ci sono tutti quelli che ci devono essere (e anche qualcuno di più). Ovviamente non a tutti è concesso lo stesso spazio: per alcuni basta una mezza paginetta, su altri l’autore zoomma con grande interesse, dedicandogli anche più di un capitolo (Franco Battiato, Claudio Rocchi, Ennio Morricone, Piero Piccioni, Piero Umiliani, Alvin Curran…).

Proprio perché il libro ricostruisce una storia, i vari capitoli che si susseguono affrontando le varie scene che interessano Mattioli, sono raccontati in ordine cronologico (per quanto possibile). Capite bene quindi perché il percorso, ad esempio, di Battiato sia stato suddiviso in più capitoli artisticamente diversi e temporalmente separati (uno sul primo periodo Bla…Bla…, “Fetus e Pollution“, uno sui restanti dischi per l’etichetta di Massara ed uno per il periodo Ricordi). In questo modo il procedere della vicenda e degli artisti si segue non solo in maniera più chiara, ma soprattutto meglio contestualizzata con quella degli altri protagonisti di queste pagine.

Da sottolineare, tra i tanti meriti di questo lavoro, lo spazio dedicato a veri e propri unsung heroes dell’epoca, passati sostanzialmente (Pietro Grossi, Luciano Cilio, Franca Sacchi, Bruno Nicolai…) o completamente (Mario Nascimbene, Amedeo Tommasi…) inosservati. Personaggi le cui storie meriterebbero ancora più spazio.

Tra i capitoli più riusciti, nel senso di più chiari ed efficaci, ma anche di più innovativi nei contenuti, segnalo quello dedicato al Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza (il GINC, la loro storia meriterebbe un film, o almeno una fiction di RAI 1), quello dedicato ai musicisti che cercarono di recuperare aspetti delle tradizioni popolari (Nuova Compagnia di Canto Popolare, Canzoniere del Lazio…) nel quale, giustamente, si esaltano i loro meriti, ma vengono anche segnalate le loro ambiguità e quelle che potremmo definire ipocrisie concettuali, quello dedicato alla library music (in assoluto la scena dove la differenza tra la conoscenza e l’apprezzamento odierno diverge in maniera clamorosa con la percezione che se ne ebbe allora, quando nessun critico si degnò di occuparsene e quasi nessun ascoltatore le dedicò attenzioni, a dispetto della quantita enorme di dischi che vennero prodotti in quegli anni).

Tra quelli meno riusciti invece quello dedicato ai cantautori e al loro boom, forse l’unico capitolo a risultare abbastanza superficiale (troppo vasta la quantità di lavori ascrivibili a questa scena per parlarne diffusamente e in maniera esaustiva, nonostante le dovute citazioni per alcuni cantautori minori come Juri Camisasca e Francesco Currà). E’ forse l’unico capitolo che poteva essere escluso, tanto che sembra avere soprattutto il compito di introdurre quello dedicato al Battisti di “Anima latina“.

La pretesa di essere un lavoro storico non impedisce a Mattioli di dare il suo personale punto di vista sugli artisti raccontati. Emergono spesso, e chiaramente, le sue preferenze, a volte condivisibili (Claudio Rocchi, Alvin Curran…), a volte meno (Sensations’ fix, Osanna…), ed è giusto che sia così, ma questo non impedisce a “Superonda” di essere immediatamente diventato un classico nel suo genere, un libro che sorprenderà chi quegli anni li ha vissuti e amati, e ancor di più interesserà chi non c’era e fosse curioso di sapere cosa è successo in quello che probabilmente rimarrà come il periodo storico recente nel quale la musica italiana è stata più capace di produrre musiche, non solo innovative, ma, soprattutto, capaci di lasciare una traccia importante nel solco di tutta la produzione occidentale.

Spaghetti sound forever.

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MAURIZIO MARINO “Gianni Sassi – Fuori di testa”, 2013, Castelvecchi

Cominciamo col dire che questo era, ed è, un libro assolutamente necessario.
Necessario perché era (a dir poco) uno scandalo che in Italia ancora non esistesse una monografia dedicata ad una delle figure culturali più importanti apparse in questo paese nei gloriosi e vituperati anni ’70.

Gianni Sassi è stato tante cose, Marino lo definisce, ottimamente, “focus culturale della Milano anni Settanta e Ottanta” ed è certo che tutte le sue qualità di grafico, discografico, pensatore, buongustaio, catalizzatore, intellettuale vero, contribuirono in maniera determinante a definire (almeno) un decennio di cultura italiana attraverso una incredibile sequenza di attività, la più celebre delle quali, da queste parti, resta la creazione di una etichetta discografica qualitativamente eccelsa come fu la irripetibile Cramps records.
Il fatto che ora, entrando in una libreria, chi voglia possa trovare questo libro è già ragione necessaria e sufficiente per giustificarne l’esistenza, e di questo sono grato a Marino che si è preso la responsabilità di colmare un vuoto inspiegabile quanto profondo.

sassimarinoSottotitolato “l’uomo che inventò il marketing culturale“, il libro segue il percorso di Sassi attraverso il suo rapporto con la musica (a partire dalla sua presenza attiva prima coi Giganti di “Terra in bocca“, poi con alcuni progetti della Bla…Bla… per poi dedicarsi quasi esclusivamente alle produzioni Cramps). Lo si racconta sia attraverso un resoconto di cosa accadde, sia attraverso il tentativo di cogliere l’essenza del metodo Sassi tramite un minimo di interpretazione e analisi critica del suo operato. Nella seconda parte del libro ci sono poi una serie di eccellenti ricordi di Gianni Sassi, opera di alcuni dei tanti artisti ed intellettuali che hanno condiviso con lui questo percorso unico e rigorosamente in diagonale (come direbbe Battiato). Tra questi segnalo quelli dello storico sodale Sergio Albergoni, quello, privo di ipocrisie e per questo particolarmente rispettabile, del “rivale” Marcello Baraghini, quelli di Patrizio Fariselli, Eugenio Finardi e Claudio Rocchi (tutti musicisti i cui ricordi aiutano moltissimo a comprendere come funzionassero le cose in casa Cramps) e quello, come sempre lucidissimo, di Franco Fabbri, all’epoca musicista negli Stormy six, oggi eccellente studioso di popular music.

Nel libro convivono sezioni ottimamente riuscite insieme ad altre che io trovo invece fuori bersaglio (almeno dal mio punto di vista). L’autore sceglie di non approfondire più di tanto la biografia di Sassi, specialmente quella che precede il suo ingresso nel mondo musicale. Scelta legittima, sia chiaro, ma che in me lettore ha lasciato un senso di vuoto perché si fatica ad afferrare attraverso quale percorso formativo e quale storia personale Sassi sia arrivato ad essere Sassi.

Al contrario nelle molte pagine dedicate alla Cramps in molte occasioni il discorso scivola direttamente da Sassi ai dischi da lui prodotti in maniera forse troppo pronunciata.
Mi chiedo, ad esempio, se fosse necessaria una scheda (per quanto sintetica) per ognuno dei dischi della collana Nova musicha o se fosse necessario spiegare, sempre un esempio fra i tanti possibili, chi fosse il compianto Robert Ashley e come fosse caratterizzato il suo disco pubblicato dalla Cramps. Da lettore mi sarei aspettato sicuramente una riflessione sull’importanza e sulle caratteristiche di questa fondamentale collana di dischi, ma senza arrivare ad un tale grado di dettaglio (essendo il libro, lo ricordo, su Sassi e non sulla Cramps).

Va detto, en passant, che personalmente sento anche la mancanza di un libro dedicato esclusivamente alla Cramps e al suo percorso così ricco e variegato.

Tutte le prime 60 pagine soffrono, a mio parere, di questa tendenza a privilegiare la Cramps rispetto a Sassi, togliendo ossigeno alla narrazione dell’intellettuale e delle sue opere per raccontare altri intellettuali ed altre opere (fermo restando che in ogni disco della Cramps la presenza, a vario livello, di Sassi era sempre avvertibile: vuoi per la copertina, vuoi per l’impianto ideologico che lo permeava, vuoi per l’atmosfera che lo attraversava). Molto più riuscite le pagine seguenti dedicate agli eventi immaginati e creati da Gianni Sassi e ad un analisi molto interessante degli elementi caratteristici le sue copertine o le sue pubblicità.

Altro punto che mi trova in disaccordo è l’insufficiente spazio dedicato alle immagini. In un libro dedicato ad un grafico e nel quale in più occasioni si raccontano e descrivono le copertine dei dischi che ha curato (e le sue pubblicità, i suoi manifesti, le sue riviste…), la mancanza di immagini relative a ciò di cui si parla è particolarmente grave. Il libro si limita a 16 pagine a colori situate al centro del volume (e quindi distanti dalle pagine di cui sono argomento), nelle quali trovano spazio alcune foto di Sassi, una ventina di piccole copertine e retrocopertine di dischi di cui ha curato la parte grafica, alcuni dei loghi creati da lui e poco altro. Troppo poco per una figura come la sua.

Sono però abbastanza certo che su questo punto le responsabilità siano più dell’editore che dell’autore (che, immagino, sarebbe stato ben felice di un apparato iconografico più ricco e più adeguato allo spessore del personaggio). E chi conosce Sassi sa anche che per apprezzare le sue copertine non basta una piccola foto, tanto ricche esse erano di dettagli (e non solo sulla copertina e retrocopertina, ma anche negli interni delle copertine, sulle buste dei dischi…).

Infine reputo altamente insufficiente lo spazio dedicato alle attività, diciamo così, extra-musicali di Sassi. Penso, ad esempio, alla sua partecipazione alla realizzazione di riviste come Alfabeta o La Gola, che credo avrebbero meritato maggiore spazio sia nel testo del libro che nell’apparato iconografico.

Per cui, riassumendo: un libro necessario, ma migliorabile, che ci fa sperare in una nuova edizione, magari tra qualche anno, che tra integrazioni biografiche e una attenzione maggiore alla presenza di immagini legate a Sassi renda merito alla grandezza di questo intellettuale la cui figura dovremmo tutti ricordare con orgoglio.

E se non sapete di chi sto parlando correte SUBITO a leggervi questo, comunque indispensabile, saggio.

DON CHERRY “Organic music society”, 1972, Caprice records

I vituperati anni ’70 sono stati anche anni in cui si è tentato, con un discreto gusto per l’azzardo, di inseguire ideali alti e utopie difficili anche solo da immaginare. In musica ci sono stati artisti che hanno provato a sintetizzare quanto di meglio aveva da offrire la musica tutta alla ricerca di una musica nuova che fosse unione e armonia delle tante musiche conosciute, una musica nuova per un mondo nuovo immaginato come pacificato e armonico.
Fricchettonerie, certamente, ma anche sinceri tentativi di andare oltre l’orticello di casa propria e giocarsi la carta dell’incontro con l’altro (oggi sempre meno perseguito, all’epoca considerato da molti una sorta di obbligo morale).

In Italia chi forse ha meglio tentato di realizzare musiche siffatte sono stati gli Aktuala (prima o poi gli dedicherò un articolo), ma in questa sede mi piace parlarvi di questo disco di Don Cherry (del quale è soprattutto maestro di cerimonie, più che autore), dal titolo decisamente esplicativo, ricco di questa tensione verso l’unità del genere umano di cui accennavo sopra.

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L’idea di fondo fu quella di radunare intorno a sè musicisti di varia estrazione (geografica e musicale) e di realizzare con loro una musica che vedesse confluire al suo interno modalità provenienti da generi lontani e magari spesso considerati antitetici.
Per quello che riguarda i musicisti già scorrendo l’elenco si inizia ad avvertire la trasversalità dell’operazione: alle percussioni abbiamo il brasiliano Nanà Vasconcelos, il turco Okay Temiz e lo svedese Bengt Berger, la tromba è suonata dagli, a me sconosciuti ma dai nomi inequivocabili, Achmed Falay e H’suan… Cherry si circonda di sensibilità diverse e costruisce un gruppo che utilizza strumenti non necessariamente abituali per l’universo del jazz, dal quale lui proviene, e quindi abbiamo in organico, oltra agli usuali basso, batteria, tromba, pianoforte e flauto strumenti quali il berimbau, il sarangi, le tamburas e la misteriosa guitar doussn’gouni.

I riferimenti musicali cercano di attingere a diverse radici, per cui troviamo ovviamente il jazz, ma anche la tradizione africana, le ritmiche sud-americane, la musica classica indiana e, addirittura, il minimalismo americano (compare infatti due volte nel disco il brano “Terry’s tune” scritto da Terry Riley, in quegli anni spesso compagno di Don Cherry in concerti e session in studio).

Ma in concreto cosa si ascolta in questo (originariamente) doppio LP ?

Lunghe invocazioni a qualche dio pagano in un misto di atmosfere hippy-afro-indianeggianti (“North brazilian ceremonial himn“), soliloqui per flauto seguiti da un’ostinato arpeggio di tastiera contrappuntato da una voce (“Elixir“) o la stessa voce appoggiata su di un ossessivo ritmo di berimbau (“Relativity suite part 1“), entrambi a disegnare una singolare forma di minimalismo africaneggiante, improvvisazioni per sarangi+voce tipicamente indiane (“Manusha raga kamboji“), Africa+spoken poetry su una base di ricche percussioni (“Relativity suite part 2“), minimalismo bucolico che subito sfocia in free jazz (“Terry’s tune“, presente in due versioni la seconda delle quali con una sorprendentemente introduzione dai fiati celestiali), aperture piano-centriche fricchettone in gioiosa libertà sorrette da un drumming imprevedibile per poi aprirsi a suoni jazz vagamente brubeck-iani (“The creator has a master plan“, “Hope“, “Utopia & Visions“) o classico-indiani (“Sidharta“, “Resa“).

Questo è un disco largamente imperfetto (e neanche inciso troppo bene, frutto com’è di diverse registrazioni live e di una unica session in studio), non certo un capolavoro. Ma è la testimonianza di un anelito, di un desiderio, che nei decenni successivi si è andato, purtroppo, perdendo.
Come dice giustamente Giorgio Gabermolti avevano aperto le ali senza essere capaci di volare… come dei gabbiani ipotetici“, e questo disco cercava di spiccare un volo sicuramente aldilà delle possibilità dei protagonisti (nel disco non c’è la reale fusione delle musiche dalle quali si attinge, piuttosto una giustapposizione a volte forzata, la musica non riesce a scorrere via fluida come dovrebbe), ma cio’ nonostante ascoltarlo significa provare un forte rimpianto per quei tempi perché oggi, cito sempre (e sempre impropriamente) Gaber, abbiamo “il gabbiano senza neanche più l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito“.

Perché alla fine della fiera forse è stato più importante sognare certe musiche che realizzarle.

SKIANTOS “Mono tono”, 1978-2003, Latlandide

L’Italia ha perso un’altra figura rara: intelligente, ironica, lucida, scomoda. Freak (al secolo Roberto) Antoni ci ha lasciati davvero troppo presto ed ora si è creato un altro vuoto nel mare della cultura nostrana che sarà impossibile colmare.
Per ricordarlo voglio raccontarvi di quello che per me è il capolavoro degli Skiantos e probabilmente il lavoro più riuscito in cui lui ha messo lo zampino.

Gli anni ’70 stavano finendo e alla Cramps records, dove stavano sempre con le orecchie ben dritte a cogliere l’evoluzione della società italiana, non sfuggì che un’epoca si stava chiudendo e dalle macerie dell’epopea progressiva stava sorgendo qualcosa di imprevisto e imprevedibile.
Quando nel 1978 licenziano il secondo disco degli Skiantos (seguito del non troppo notato “Inascoltable“, licenziato dalla Italian records l’anno prima) molti dei suoi adepti si chiedono cosa ci facciano questi ragazzi sboccati, stonati e orgogliosamente demenziali nella stessa casa discografica degli Area, di Stratos, Finardi, John Cage e tanti altri.
Il tempo (che è sempre galantuomo) darà ragione alla scelta di Sassi e soci, anche perché “Mono tono” è un disco bellissimo pieno di momenti felici e figlio di una ispirazione singolarmente efficace.

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Come sapete in quegli anni in Inghilterra l’onda lunga del punk faceva proseliti lanciando nuove sonorità e seppellendo quelle ormai ritenute morte. In Italia probabilmente non eravamo ancora pronti per certa musicalità (dovremo aspettare qualche anno perché pure da noi si sviluppi una convinta genìa di musicisti capaci di fare proprio quel vocabolario e realizzare dischi che saranno apprezzati lungo tutto il continente, mi sto riferendo a tutto l’hard-core punk di metà anni ’80 che lascerà, a partire dalle scene dei Centri Sociali italiani, una importante traccia di sé nella storia musicale di questo specifico genere).
Il risultato dei filtri che le nostre peculiarità culturali eserciteranno sulla matrice musicale proveniente dalle terre anglosassoni sarà una serie di produzioni che brilleranno per singolarità e consapevolezza. Saranno gli Skiantos, in particolare, ad attirare l’attenzione di pubblico e critica con il loro mix sapiente di melodie dirette, suoni ruvidi e testi dada-situazionisti completamente oltre qualunque pretesa poetica (alla faccia dei cantautori e dei tanti testi iper-lirici tipici dei gruppi progressive).
Veri stranieri in terra straniera.

Con “Inascoltable” (1977) abbiamo ancora un gruppo troppo acerbo, sotto ogni punto di vista, mentre già nel 1979 con “Kinotto” gli Skiantos si scoprono capaci di arrangiamenti variati e (per quanto possibile) raffinati.
Il disco dell’equilibrio perfetto è questo “Mono tono” dalla copertina più-che-esplicativa dove accanto a Godzilla troviamo i nomi (?) dei componenti del gruppo, e se in Inghilterra avevano Sid Vizioso e Johnny Marcio a noi toccavano Freak Antoni, Jimmi Bellafronte, Stefano Sbarbo, Frankie Grossolani, Dandy Bestia, Andy Bellombrosa e Leo Tormento Pestoduro.
E già questa scelta dei nomi d’arte la dice lunga sulle differenze con i punk inglesi.

Il disco è una compilation di confusioni e assurdità suonate alla meno peggio, troviamo punkettoni ad alto tasso di energia come l’iniziale, ed epocale, “Eptadone“, che lanciata dal classico (e stra-cult) “uno, due, sei, nove” sviluppa un riff killer con Freak Antoni a declamare di furti di eptadone con rime improbabili e la chitarra addirittura ad accennare un assolo, troviamo la politicamente scorretta “Panka rock” (“brucia le banche bruciane tante calpesta le piante“) e l’urlatissima “Io me la meno“, forse quanto di più vicino al concetto di no future siamo riusciti a fare in quegli anni, ed è tutto dire.
Ci sono poi brani più lenti: il plagio dichiarato di “Pesto duro (I kunt get no satisfucktion)” che oggi verrebbe immediatamente cassato su YouTube, il manifesto ideologico “Diventa demente (la kultura poi ti cura)” e l’altro manifesto altrettanto scoordinato “Io sono uno skianto“, un blues elettrico e implacabile dove il punto centrale è innanzitutto la rima con skianto.
Infine ci sono alcune canzoni scombinatissime come “Vortice” che alterna momenti tiratissimi alle lamentazioni stonate di un amante non si sa quanto coinvolto, la stra-citata “Largo all’avanguardia“, manifesto attualissimo e onestissimo dedicato al pubblico, qualunque pubblico, e addirittura una specie di beat, anzi di bitt, davvero inaspettato intitolato “Ehi, ehi, ma che piedi che c’hai“, per non parlare del funky immotivato e inspiegabilmente ridanciano di “Io ti amo da matti (sesso & karnazza)“.
I brani si reggono soprattutto su di un basso regolare e chitarre sporche e cattive con le voci in libertà a urlare qualunque cosa, possibilmente in rima baciata, (dal meraviglioso “ridammi i soldi“, che conclude la storia di “Vortice” al celebre “largo all’avanguardia siete un pubblico di merda“).

Mi piace consigliarvi l’ottima edizione del disco curata da Latlantide insieme agli stessi Skiantos che oltre ai pezzi del disco originale aggiunge i due brani di un singoletto coevo (lo sgangheratissimo “Karabigniere blues“, e la geniale “Io sono un autonomo“), alcuni demo sempre dell’epoca (tra i quali il mio adorato “Skarrafato“) e una traccia cd-rom contenente foto e scritti utilissimi a contestualizzare il tutto.

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Gli Skiantos hanno avuto, in quegli anni, una consapevolezza e una lucidità disarmanti, e l’hanno tradotta in musica nella maniera migliore possibile. Hanno cantato perfettamente e appropriatamente la fine delle ideologie, lo smarrimento verso un passato che non aveva mantenuto le promesse ed un futuro che prometteva rampantismo e individualismo, la voglia di rompere tutto per una fine della storia che ci privava di una reale prospettiva di emancipazione.
E l’hanno fatto con uno sghignazzo convinto.

Io vado controcorrente perché sono demente