ROBERTO MUROLO ” Napoli e le sue canzoni “, 2007, Recording Arts

Tra le tante cose di cui NON sono esperto c’è la musica napoletana e i suoi interpreti. Mi affaccio perciò su figure quali Roberto Murolo con la consapevolezza di sapere poco o nulla della scena alla quale è appartenuto così come della sua storia personale.

Questo doppio CD, dalla copertina esageratamente ed inutilmente retorica, ha il pregio di essere assai economico (come sempre in casa Recording Arts) e di raccogliere una lunga serie di brani celeberrimi appartenenti alla recente tradizione partenopea. Anche i difetti sono i soliti, tipici dei prodotti di questa casa discografica, registrazioni non sempre di buon livello e libretti spartani (tra le altre cose in questa edizione manca qualunque informazioni sulle registrazioni dei brani, non sappiamo quando siano stati registrati, chi ci abbia suonato, ecc.).

Ma ciò che fa scintillare questo cofanetto e lo rende prezioso è, ovviamente, la voce di Murolo e le sue straordinarie capacità interpretative.
Lontanissimo da tutti quei moduli tenorili che hanno ridotto la canzone napoletana a divertissement per voci possenti, Murolo affronta brani con una così ricca storia dietro le loro spalle forte di una sensibilità fuori dal comune, una intonazione perfetta, una eleganza e una gentilezza da togliere il fiato.
Quindi tra questi solchi non aspettatevi di trovare un simil-Enrico Caruso ne, tantomeno, una vocalità dallo stile effervescente come quella di un Peppe Barra. In un’epoca nella quale le voci muscolate erano servite e riverite Murolo si rifiuta di urlare e schiamazzare e si affida a quella che è la dote più rara nei cantanti: la capacità di interpretare, la capacità di comunicare emozioni a chi ascolta invece di stupirlo con effetti speciali, la capacità di commuovere e di vivere in prima persona ciò che si canta, la capacità di valorizzare ogni singola nota che viene cantata.
Non credo di esagerare nel dire che ascoltando “Scalinatella” si viene travolti dalle pene d’amore del protagonista provando la sua stessa tristezza e il suo stesso sconforto, mentre “Lacreme napulitane” (canzone, purtroppo, tremendamente attuale) ci materializza fin dentro le viscere la durezza della vita dell’emigrante e il suo difficilissimo status psicologico.
Ma sono tantissimi i titoli (strafamosi) che Murolo rende meravigliosi ed è impossibile farne un elenco.
Peccato che tanta capacità non sia affiancata da un accompagnamento di pari valore. Perché se la semplicità di una solitaria chitarra evita di rubare la scena alla delicatissima voce di Murolo è anche vero che si poteva azzardare qualcosa in più e, soprattutto, la chitarra poteva essere affidata a musicisti più valenti.
Ma questi sono peccati veniali per l’opera di un artista il cui ruolo nella storia della canzone italiana non è stato ancora sufficientemente esaltato.

Puro velluto.

SHANGHAI LOUNGE DIVAS, 2004, EMI

Doppio CD curato da tale Ian Widgery che mi aveva molto incuriosito e il cui ascolto, dalle alterne qualità, mi spinge ad un paio di riflessioni.

Tutta l’operazione gira attorno ad alcune registrazioni risalenti agli anni ’30 di cantanti cinesi (le divas del titolo) che incisero, all’epoca, per la Pathe Marconi e delle quali, evidentemente, si è riusciti a recuperare parte della produzione d’epoca (siano sempre ringraziati i collezionisti di 78 giri e vinili vari e il loro cocciuto quanto infantile entusiasmo).

Il primo disco contiene quelli che vengono definiti, con formula che fa drizzare i peli della schiena, remix for today. Fortunatamente non si tratta di appoggiare le voci altissime di queste chanteuses orientali sul classico ritmo ossessivo da discoteca, piuttosto Widgery tenta una operazione ESTREMAMENTE simile a quella fatta qualche anno fa da Moby. Costui prese alcuni frammenti vocali di musicisti che oggi si definirebbero di pre-war folk (registrazioni storiche di cantanti di blues e dintorni) e ci costruì attorno delle canzoni elettro-pop di buona fattura, senza maltrattare troppo gli originali e soprattutto trovando un buon equilibrio tra la creatività propria e l’uso delle melodie originali.
In buona sostanza Moby si limitò a rubare alcune melodie essenziali e ad utilizzarle all’interno di brani suoi. L’operazione, seppur discutibile e in parte blasfema, ebbe un grande successo (specie tra i pubblicitari che cercavano musiche per i loro spot) e buone critiche, ed era naturale producesse degli epigoni.
Qui, purtroppo, mancano sia le capacità musicali di Moby sia la chiarezza del suo progetto, e quelle che ascoltiamo sono solo versioni modernizzate dei brani originali, neanche troppo dissimili, e solo raramente apprezzabili (la battuta bassa di “Plum blossom“, la techno dolce di “The pretender“). Widgery le rende appena appena più moderne (e più banali) aggiungendoci di suo molto poco (e quel poco suona molto di maniera). Tra l’altro tra tutti i campionamenti aggiuntivi che poteva inserire in queste versioni moderne sfrutta ogni occasione possibile per metterci frammenti di brani dei Kraftwerk che, francamente, hanno troppa personalità per passare inosservati e suonano completamente fuori posto.

Per moltissimi versi è più interessante il secondo cd contenente le original recordings. Inutile dirvi che nulla sapevo di questo estremo Oriente canterino di inizio secolo scorso, mi aspettavo quindi qualcosa di molto cinese e invece mi sono sorpreso ad ascoltare brani non molto dissimili da quelli che nella stessa epoca venivano cantati in Europa, Stati Uniti e Sud America.
Evidentemente già allora, grazie alla radio, alla neonata industria del vinile e, ovviamente, a tutto l’enorme fenomeno del colonialismo, il mondo era già molto globalizzato (sicuramente molto più di quanto immaginassi io) e pure in un paese lontanissimo come la Cina si potevano ascoltare canzoni fortemente debitrici alla musica nera e alle sue evoluzioni nord-americane (soprattutto al jazz e al blues come in “Waiting for you” o “The pretender“, ma si può ascoltare anche lo straniante swing exotico-tribale di “Beautiful spring night“, il quasi-country di “Rose rose I love you” o il Broadway-musical di “Shangri-la“). Naturalmente la vocalità acuta di queste artiste (tra quelle che ho apprezzato di più vi cito Bai Kwong, Li Xiang-Ian e Chang Loo) restava giustamente condizionata da secoli di storia musicale cinese, ma se vi capiterà di ascoltare qualcuno di questi brani non potrete non notare la vicinanza tra queste musiche e quelle, ad esempio, del coevo Trio Lescano.

Il disco si ascolta con grande piacere e contiene diversi brani di cristallina bellezza con interpretazioni da brivido. E’ il caso dello pseudo-boleroPlum blossom” dove Li Xiang-Ian si supera in una performance semplicemente perfetta, o del Cotton Club made in China di “All the stars in the sky” e di “Listen up“.

Spiccano anche, qui e la, echi della tradizione melodico-operistica italiana ed europea (il violino strappacuore di “You in my dream“, le nacchere spagnoleggianti di “Intoxicating lip rouge“), e imbarazzanti somiglianze con famosissimi brani occidentali (“The Blossom Youth” dall’inizio molto simile al classicone “Happy birthday/Tanti auguri a te” o “Without you” una polka non lontana dalla nostrana “Reginella campagnola“)

Era un (sorprendentemente) piccolo mondo già 80 anni fa…


p.s. Scusatemi per i titoli impropriamente in inglese, ma questo passa il convento (solito vizio di noi occidentalocentrici)
p.p.s. Di questa antologia esiste anche un “volume 2” che, per quello che riguarda i remix, è ancora peggio del primo, mentre la qualità dei brani originali è alterna e mediamente inferiore (e secondo me anche contaminata da cose molto più recenti e meno interessanti).

PREWAR FOLK

Qualcuno avrà forse notato che da qualche mese nella colonnina dei link (sulla vostra sinistra) ne compare uno collegato al sito dove la mia rivista di riferimento (Blow Up) ospita una serie di podcast relativi alle musiche di cui si occupano nei loro (spesso interessanti) articoli. Tra i tanti già resi disponibili mi fa piacere segnalarvi 3 corposi mp3 da un’oretta l’uno in cui si ripercorrono, per sommi capi e poche chiacchiere, le vicende legate a quello che oggi si usa chiamare prewar folk (la musica popolare americana incisa a cavallo tra le due guerre mondiali dello scorso secolo). Li trovate nella sezione “Other sounds“.

Detto grossolanamente: trattasi delle radici degli stili che saranno chiamati country e blues e che, a loro volta, sono alla base di gran parte della musica pop moderna.
Ad accompagnarci in questo viaggio c’è Stefano Isidoro Bianchi, direttore della rivista e recente autore di un libro che approfondisce proprio queste musiche e tutti questi musicisti ormai entrati nel mito come veri e propri padri fondatori della musica di oggi.
Chi mi conosce e segue questo blog sa che sono abbastanza allergico alla musica nera. Ciò nonostante ho trovato queste 3 ore di ascolto molto stimolanti, piene di curiosità e utilissime a meglio comprendere il modo in cui si è evoluta la musica popolare del ‘900 smentendo anche alcuni diffusi luoghi comuni (interessantissima la parte dedicata all’influenza che la neonata industria discografica, codificando i generi musicali, ha avuto su una realtà che era molto più complessa e razzialmente indistinta deformandola e modificandola).
Credo ci siano più cose interessanti e sorprendenti in queste 3 ore che in un anno di programmazione musicale di Radio DJ o di RadioRai2.

Dall’ascolto di questi che sono, a tutti gli effetti, dei veri e propri programmi radiofonici (seppur diffusi attraverso un canale diverso dalla radio) mi sono nate alcune riflessioni che voglio condividere con voi (sperando di riuscire ad essere comprensibile).

Nel sentire SIB parlare di questi musicisti e penetrando in questo universo che mi era quasi completamente sconosciuto mi è venuto naturale pensare che quello che fa Blow up (oltre, ovviamente, alla legittima promozione della rivista e dei suoi libri) è vero e proprio SERVIZIO PUBBLICO. Quello che la RAI non ci da più, o non ci da in maniera adeguata.

Le grandi case editrici di musica (peraltro ormai dirette da personaggi emblematici come Eric Nicoli, presidente della EMI dal 1999 al 2007, che proveniva dalla United Biscuits e che nella sua vita aveva lavorato esclusivamente nel settore alimentare, il suo più grande successo fu la barretta di cioccolato Lion….) continuano con la loro caccia alle streghe contro i cosiddetti pirati informatici e il download selvaggio (identificati ipocritamente come unica vera e indiscutibile causa del crollo delle vendite dei CD) e non si rendono minimamente conto che quella che ormai manca in tutto il mondo occidentale, e particolarmente nei giovani, è una vera cultura della musica unita ad una appropriata educazione all’ascolto della stessa.

Negli ultimi 20 anni le major si sono sforzate di vendere la musica come fosse una merce qualsiasi CERCANDO DI PERSUADERE i ragazzini ad appassionarsi a divi e divetti di plastica (vedi le tante boy-band o le tante nuove ed ennesime strafiche della musica nera). In questo hanno avuto anche un discreto successo ma non si sono resi conto che si trattava di una vittoria di Pirro. Non hanno pensato/provato a fare musica di qualità con la quale far crescere i propri “clienti” portandoli ad avere passione ed interesse REALI per la musica. No.
Li hanno persuasi a correre appresso alla moda del momento senza mai appassionarli al contenuto dei dischi che venivano venduti (contenuto al quale i ragazzini sono, alla fine della fiera, fondamentalmente indifferenti, non a caso con la stessa rapidità con la quale si entusiasmano per Tizio altrettanto rapidamente se lo dimenticano per passare al nuovo “artista” trendy).
In questo modo hanno cresciuto generazioni di fanciulli che una volta adulti si sono inevitabilmente disinteressati alla musica smettendo, logicamente, di comprare dischi.
Non è un caso che sembra siano rimasti solo gli over-40, formatisi oltre due decenni fa, ad essere interessati all’acquisto di musica, ancora convinti che valga la pena spendere qualcosina per avere dei dischi che, essi ritengono, li possano accompagnare piacevolmente per anni facendo parte stabilmente delle loro giornate.
Non rapide fiamme di passioni ormonali ma veri amori adulti che durano tutta una vita.

Una strada seria per riacciuffare per i capelli il mercato dei dischi potrebbe essere quella implicitamente indicata da Blow Up. La RAI dovrebbe, a parer mio, preparare decine di programmi dedicati a tutta la storia della musica. Da quella antica a quella classica, dal rock alla techno, dal folk sud-americano a quello asiatico e così via. Ma invece di limitarsi a trasmetterli una tantum per radio dovrebbe creare un archivio facilmente consultabile in cui conservare queste trasmissioni, dall’esplicito intento didattico/enciclopedico, rendendole liberamente scaricabili da chiunque. Ovviamente questi programmi dovrebbero essere fatti da esperti (e possibilmente appassionati) della materia in maniera tale da risultare il più possibile appropriati (da un lato) e coinvolgenti (dall’altro).

Mi piace immaginarmi un ragazzo che, incuriosito chissà come sulla musica di Verdi, si va a scaricare un’oretta di estratti dalle sue opere liriche per decidere se approfondirlo o meno, o un altro che avendo sentito parlare del rock progressivo inglese degli anni ’70 (oppure del krautrock, o della dodecafonia, o del tango argentino, o della musica pop etiope degli anni ’60 e ’70…) va in rete e con un paio di click ha subito la possibilità di farsi una idea (approssimativa, sbrigativa, generalissima, forzatamente schematica, ma, comunque, una prima accettabile e condivisibile idea) di quello che nasconde quel genere (o quell’autore).
Ancor di più mi entusiasmo al pensiero delle singole scuole (elementari, medie, superiori) dove i docenti potrebbero ogni anno scegliere alcuni temi, fornire ai ragazzi gli ascolti (sempre pescando dall’archivione RAI), darglieli come compito a casa (oh yeah !) per poi integrarli con lezioni, dibattiti, approfondimenti, ulteriori ascolti, libri e quant’altro.
La rinascita di una cultura musicale in Italia degna di questo nome passa obbligatoriamente per l’istituto scolastico (sulle tanto mitizzate famiglie meglio non contare…). E’ quello il luogo e il momento nel quale si può provare a far nascere nei cuori dei nostri giovani (o almeno in alcuni di loro) un sano interesse verso questa arte ingiustamente ridotta a puro marketing.

In questa maniera si potrebbe (forse) rimettere in moto un meccanismo che porterebbe (parte del)le nuove generazioni ad amare la musica, ad ascoltarla, a comprarla e, soprattutto, a desiderarla come una componente importante e fondamentale della propria cultura e non solamente come qualcosa da usare come tappezzeria o per avere compagnia in automobile.

Costerebbe poco. Basterebbe organizzarsi.

Ma naturalmente la RAI avrà altre cose da fare (tipo inseguire l’audience delle radio commerciali), mentre il parlamento italiano continuerà a voler credere che è tutta colpa del P2P e persisterà nel fare leggi assurde in difesa del diritto d’autore (mito moderno dai piedi di argilla) compiacendo non tanto i cittadini del belpaese quanto l’industria discografica.

Ecco com’è che va il mondo.

CARLOS GARDEL “Déjà vu golden collection”, 2006, Recording arts

Non sono un esperto di tango, incomincio solo adesso a scoprire questo universo che tanti amanti annovera. Di Gardel so solo che è da sempre considerato l’uomo che ha incarnato il tango alla massima potenza. Sono rimasto folgorato, casualmente, da questa musica ascoltata in un negozietto berlinese visitato durante la mia vacanza del luglio scorso e non appena tornato a casa sono corso ad approfondire la questione.

Il tango è una musica allo stesso tempo conosciuta e ignota, familiare ed esotica.
Conosciuta perché fa parte della nostra cultura musicale in maniera profondissima (da “La cumparsita” al “Tango delle capinere” è uno stile che non si può non avere nel nostro DNA di ascoltatori italiani, lo si incontra facilmente anche in alcune canzoni di cantautori nostrani, da Guccini a Morgan per non parlare delle pubblicità strapiene di temi di Piazzolla).
Ma è anche ignota perché da noi non si è colto che qualcosa di molto superficiale, e non abbiamo sviluppato che in minima parte il culto, la dedizione, che in Argentina circonda questo ritmo appassionato ne tantomeno ci siamo interessati della raffinatezza che ha raggiunto questa musica e delle tante articolazioni che ormai la compongono.

Questo mega-cofanetto (4 cd più un dvd) raccoglie 80 canzoni (3 ore e mezzo di musica) cantate da Gardel nel breve arco di un quindicennio (1920-1935) e la sensazione principale che si prova ascoltandole è quella di uno straordinario e particolarissimo coinvolgimento emotivo. La voce di Gardel è abilissima nel caricare di enfasi le interpretazioni di brani che sembrano parlarci di amori lontani, non corrisposti o finiti male (l’intenso odio espresso in “Rencor” è qualcosa di strano e inusuale per una canzone), più raramente di amori felici e sereni, incrociando questi amori con il rapporto struggente con la terra natia. Siamo al limite della teatralità con l’espressività vocale molto pronunciata e che, di volta in volta, veste i personaggi protagonisti delle vicende cantate dalle canzoni (a volte ricoprendo contemporaneamente più di un ruolo).
Il rischio di cadere nella macchietta o nell’avanspettacolo è sempre presente (per tacere dell’incubo sceneggiata-strappacuore nascosto dietro l’angolo), ma lui sempre, e con grande abilità, riesce a rimanere vero e credibile con il risultato di commuoverci e far risuonare le corde dell’empatia con precisione quasi scientifica. La dizione è attenta e curata, il cantante accelera o rallenta ad arte i versi cantati in maniera da renderli meglio aderenti alla storia raccontata, insomma c’è una capacità interpretativa di tutto rispetto (e non ci volevo certo io a scoprirlo).
Naturalmente non tutti i brani sono riusciti allo stesso modo, alcuni si appoggiano su melodie affascinanti che ti entrano in testa e non ti abbandonano per giorni e giorni mentre altri scivolano via abbastanza distrattamente. Ma resta lo stupore per una musica che sembra comunicare con parti di noi straordinariamente intime, che raramente riescono ad essere sollecitate dall’universo musicale tutto.

Difficile citare qualche titolo, tra i tanti, forse, posso segnalare “Por una cabeza“, dagli archi e coro struggenti come non mai, la drammaticissima “Sus ojos se cerraron“, “Almagro“, piena di rimpianto per il quartiere della giovinezza e appoggiata su di una melodia maschia e nostalgica allo stesso tempo, o ancora le classicissime “Volver“, “Clavel del aire” e “Mi Buenos Aires querido” fino alla divertente deriva anglofona di “Cheating muchachita” dove sembra di ascoltare un Dean Martin ante-litteram emigrato in Patagonia.
Le canzoni sono spesso arrangiate in maniera essenziale, voce e una o più chitarre, anche se ogni tanto si presentano dei cori di accompagnamento (“Lo han visto con otra“) o altri strumenti (gli archi di “Lejana terra mia“, il violino+fisarmonica di “Senda florida“, dei, presunti, mandolini, come in “Silbando“), dosati sempre con misura e buonissimo gusto, che aggiungono pathos alle canzoni. Com’è naturale che sia non ascoltiamo sempre e solo tango, ogni tanto l’interprete allarga i propri orizzonti eseguendo canzoni di altro genere come la messicaneggianteMi tierra” o “Caprichosa” dall’intenso odore mediterraneo.
Singolare (a dir poco) la scelta della casa discografica di mettere la gran parte dei brani in ordine alfabetico (?) o alfabetico-rovesciato (????). Più interessante sottolineare come questa musica non venga rovinata dalla inevitabile scarsa qualità audio delle incisioni, ma, al contrario, i fruscii e le distorsioni del grammofono sembrino donargli energia emotiva con effetto simile a quello che si prova guardando graffiati film muti in bianco e nero con gli attori che si muovono a scatti.

Il dvd, seppur non fondamentale, contiene oltre un’ora di estratti da film o da proto-video di misteriosa provenienza (forse furono fatti per i cinema dell’epoca ?) nei quali possiamo vedere il nostro eroe cantare e recitare (spesso sopra delle navi…), ed è un utile compendio al materiale prettamente audio che ci regala immagini di una epoca lontana (canonicamente in bianco e nero) che è bello ritrovare.

Dritto al cuore.

Occasioni

Sempre a chi dice che i CD costano troppo segnalo alcune cose viste e/o comprate in questi giorni a prezzi davvero bassi:

  • gran parte della discografia di Alice è in vendita a 5 euro, tra gli altri titoli “Il sole nella pioggia” pieno zeppo di capolavori camisaschiani
  • The sinking of Titanic” di Gavin Bryars nella splendida esecuzione pubblicata dalla Point music a 5,90 euro
  • un mega-cofanetto di 4 CD + 1 DVD “DEJA VU GOLD COLLECTION” (?) dedicato a Carlos Gardel a 10,90 euro contenente musica davvero immortale
  • Minimal piano collection” del pianista Jeroen Van Veen contenente 9 CD con musiche di Glass, Adams, ten Holt, Part, Tiersen, Nyman, Mertens, Riley, ecc. a 23 euro (l’ho preso a Berlino ma si dovrebbe trovare anche qua) che per chi è interessato ad una buona introduzione al rapporto tra minimalismo e pianoforte è davvero un’ottima scelta

Quindi non lamentatevi ed evitate di affermare che siete “costretti” a scaricare la musica !

p.s. Per nuove recensioni ci aggiorniamo a dopo le vacanze 

AA.VV. “Ma cos’è questo vintage ?”, Warner Music, 2005

Sembra incredibile, ma, nell’asfittico panorama odierno, dobbiamo ringraziare Sorrisi e Canzoni TV (si, proprio la rivista…) per aver portato nelle edicole di tutto il paese dischi di qualità e decisamente coraggiosi. E’ bene specificare che normalmente i CD venduti con Sorrisi… sono dischi di successo e non particolarmente originali, ma, ogni tanto, succede che tra i Nek e le Pausini compaiano piccole chicche come il doppio CD sul Gaber giovanile, di cui già scrissi, o come il meritorio doppio CD dedicato a brani di Sergio Endrigo da tempo fuori catalogo.

Questa volta tocca a questo (ennesimo) doppio CD che raccoglie canzoni soprattutto degli anni ’30 e ’40 (ma con puntatine fino ai primissimi ’60) estratte dal catalogo della mitica Fonit Cetra. Un repertorio non ancora sufficientemente apprezzato che ci ha regalato straordinari interpreti e meravigliose canzoni.

Com’era da aspettarsi nel CD compaiono sia interpreti di assoluto valore (Alberto Rabagliati, il Trio Lescano, Natalino Otto, il Quartetto Cetra, l’immenso Rodolfo De Angelis) sia singole canzoni strepitose (“Mambo italiano” di Carla Boni, “Quel motivetto che mi piace tanto” di Pippo Barzizza, “Voglio vivere così” di Ferruccio Tagliavini“), ma non mancano tra i 38 brani che compongono la scaletta alcune tracce la cui presenza è immotivata (per non dire incomprensibile…) come il “Passo di corsa” della Fanfara dei Bersaglieri  (?) o un’aria da “I puritani” cantata da Maria Callas (???).
Altri brani sembrano infilati in mezzo un po’ a forza (la classica Milva di “Milord“, Paolo Poli che canta “La madre dell’alpino“, “Finalmente solo” interpretata da Alberto Sordi…).

La parte più interessante, secondo me, è costituita da alcune splendide canzoni minori (“I ragazzi dello swing” del Duo Fasano, “C’è un’orchestra sincopata” dello straordinario Trio Lescano, “Dammi un bacio e ti dico di si” cantata da Vittorio De Sica) o da alcuni interpreti ingiustamente dimenticati (l’ottimo Ernesto Bonino qui presente con la divertente “A quindici anni” o Elio Lotti e la sua “Che musetto“).

Tra le canzoni che sembrano essere invecchiate peggio figurano le due cantate da Nilla Pizzi (“Bongo bongo bongo“, dal testo di un razzismo imbarazzante e ingiustificabile, e la famigerata “Papaveri e papere“) e certe canzoni esageratamente melodiche (il “Vecchio scarpone” di Gino Latilla) mentre fanno comunque una buona figura gli artisti degli anni ’50 (che io personalmente amo molto meno…) da Domenico Modugno, in versione spiritosa sia ne “La donna riccia” sia nella carosonicaPasqualino Maragià“, ad un Johnny Dorelli iper-confidenziale mentre canta “Boccuccia di rosa” fino al grande Fred Buscaglione qui presente con una raraNon partir” e la non molto conosciuta “Porfirio Villarosa“.

Insomma una raccolta con delle pecche evitabili ma che vale comunque la pena di prendere (anche perchè non va sottovalutato il costo ridotto a soli 10,90 euro).

Restiamo in attesa di un progetto più organico che riporti nella giusta luce un patrimonio molto interessante e purtroppo abbastanza dimenticato, qualcosa che non sia solo per gli addetti ai lavori (come fu, di fatto, l’enciclopedico ed apprezzatissimo “Fonografo italiano” di qualche anno fa) ma capace di risvegliare anche nelle nuove generazioni l’interesse per un’epoca fatta di radio e di orchestre, di cantanti sensibilissimi e di musiche raffinatissime, di testi disimpegnati ma interpretati con attenzione commovente.

NATALINO OTTO “Un nome. La storia”, CGD, 1989

Negli ultimi anni ho scoperto una insana passione per (alcune) canzoni italiane degli anni ’30 e ’40. Un periodo per molti versi rivoluzionario (musicalmente parlando) nel quale, nonostante l’ostracismo del regime fascista per tutto ciò che non fosse autarchico, alcuni straordinari musicisti riuscirono a fare proprie musiche provenienti dagli Stati Uniti realizzando sia splendide cover sia bellissimi brani originali.

Riascoltando oggi queste canzoni mi colpiscono la grande freschezza, l’entusiasmo nel fare propri questi generi musicali (musiche degenerate si diceva all’epoca…), la capacità di innestare su swing, blues, jazz ecc. quel pizzico di melodia italiana che rende questi brani da un lato non pedissequamente conformi agli originali e dall’altro ci impedisce di sentirli alieni e lontani dalla nostra cultura (musicale), infine mi colpisce l’ottima qualità delle interpretazioni sia da parte dei cantanti sia da parte delle orchestre e dei solisti che li accompagnano.
Natalino Otto è uno degli eroi di quest’epoca e in questa raccolta (che in realtà riepiloga meno di un decennio della sua attività, 26 brani che vanno dal 1940 al 1948) ci snocciola una sequenza impressionante di piccoli capolavori.
Si alternano languide ballate (la stupenda “Non ti posso dar che baci“, “Illusione“, “E’ una canzone d’amore“, la morbidissima “Rimpiangerai bambina“),
brani in cui mostra esplicitamente la sua passione per i nuovi ritmi (“Ma cos’è questo ritmo“, “Ritmo per favore“, “La scuola del ritmo“, “Ritmo per cinque“, “Che ritmo, senti che ritmo“),
cover di brani americani puntualmente trasfigurati nei testi per poter essere accettati (“S.Louis blues” che muta in un’inaspettata “Le tristezze di San Luigi“, “Dinah” che diventa una italofona “Daina“, la trascinante “Joseph Joseph” che si trasforma in “Oh Giovannino!“),
brani originali ma fortemente debitori della musica d’oltre oceano (il Goodman alla pummarola di “Natalino studia canto” e di “Mamma voglio anch’io la fidanzata“, lo swing pimpante di “Pinocchio“, il gigioneggiare stile “Cotton club” di “Natalino… canta!“).
E in questo CD si respira un’aria allegra, ma non stupida, si colgono chiaramente l’enorme professionalità dei musicisti e le loro grandi capacità. Nessun virtuosismo inutile, nessuno sfoggio di bravura, ma allo stesso tempo esecuzioni appassionate ed intensissime.
E il fruscìo dei vecchi 78 giri ci restituisce (ahinoi) atmosfere in un bianco e nero sporco e graffiato che non potremo mai vivere direttamente.