PORTISHEAD “SOS”, 2016

I Portishead che coverizzano gli Abba.
E già questo basterebbe.

Poi il video, che non possiamo non definire minimale (e bellissimo, magari ispirato alla lontana dall’epocale “Wavelength” di Michael Snow).
Immobile, o forse no. Un infinito precipitare verso una epifania.

Una epifania giusta.

Abbiamo molto più in comune di quello che ci divide
Jo Cox (1974-2016)

 

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PORTISHEAD “Roseland NYC live”, 1998, Go beat

Come spesso capita ai dischi dal vivo anche questo live dei Portishead è un disco che è passato abbastanza inosservato. E non senza ragione.
Anche qui si segue la regola secondo la quale, in buona sostanza, i dischi dal vivo aggiungono poco o nulla a quanto già detto dagli artisti attraverso i loro dischi in studio.
Certo qui abbiamo un’orchestra vera che li accompagna arricchendo le loro sonorità (ma già nei brani originali potevamo trovarne il simulacro attraverso campionamenti che ne portavano la presenza fantasmatica all’interno delle canzoni) e abbiamo pure alcuni brani che, pur muovendosi sui binari già noti, aprono alcune prospettive nuove e vertiginose (le code con ricchi effetti speciali di “Mysterons” e “Strangers“, “Sour times” che nel finale diventa un urlo di libertà di inaudita potenza, l’inaspettata romantica malinconia di “Roads“). Ma è sicuro che chi conosce e ama questo gruppo inglese non è qui che troverà le principali ragioni per la sua passione.
E’ però altrettanto sicuro che chi dovesse ascoltare questo disco senza pensare troppo ai 2 dischi precedenti (questo CD, che per ora resta l’unica testimonianza live ufficiale del gruppo, segue di poco il loro secondo disco) troverà una impressionante serie di splendide canzoni intensamente interpretate.

 

Perché i Portishead sono bravissimi negli arrangiamenti, nel creare le loro atmosfere notturne, polverose e ricche di pathos, tecnicamente sono tutti all’altezza delle aspettative e suonano ottimamente (e Beth Gibbons interpreta tutti i brani con la sua incredibile voce piena di dolore e sofferenza, capace come nessun’altra di comunicarci il disagio e le difficoltà della vita e delle relazioni umane con una intensità e una profondità rarissima ad ascoltarsi), ma il nodo centrale resta quello di saper scrivere canzoni epocali di una bellezza abbagliante e capaci di colpirci dritti al centro delle emozioni, lì dove dolore e piacere si sommano e confondono.

In questo disco dove si pesca si pesca bene: dall’iniziale “Humming“, dove gli archi aumentano indefinitamente l’atmosfera sospesa che la caratterizza, passando per canzoni che io amo particolarmente quali l’acida e ciondolante “Cowboys“, “Over” che passa con estrema naturalezza dalla delicatezza degli archi iniziali a ritmi decisamente più incattiviti con la voce della Gibbons splendidamente arrabbiata, la straziante”Half day closing“, incredibilmente disperata (si sarà intuito che ho un debole per il loro secondo disco).

Forse sarà un disco inutile, ma anche fosse non sarà certo questo aggettivo a renderlo meno bello e piacevole.

Dimenticavo: l’ho comprato, dopo averlo ignorato per tanti anni, poiché lo si trova nei negozi intorno ai 5 euro (sempre alla faccia di chi dice che i dischi costano troppo).

Quando l’abisso è tentazione.

AIR “Moon safari”, Source, 1998

Ci sono dischi che si impongono alla nostra attenzione con ostinazione nonostante noi non si faccia nulla per venirgli incontro.

Incontrai per la prima volta questo disco su sollecitazione di un amico. Me lo volle prestare a tutti i costi e mi costrinse ad ascoltarlo. Fui subito colpito dalla gradevolezza del CD, ma lo trovai un po’ troppo dolciastro per i miei gusti (di allora) e mi limitai a conservarne alcune tracce strumentali. La visione poi del video del singolo “Sexy boy” (ma con che criterio scelgono i singoli le case discografiche ?) non mi spinse certo ad approfondirli.

Quelle poche tracce conservate, sentite e risentite, scavarono però nel mio orecchio impedendomi di dimenticare questo gruppo, anzi, all’uscita della colonna sonora del film “Il giardino delle vergini suicide” e del loro secondo album chiesi al solito amico di farmeli ascoltare.

Tempo dopo, sempre casualmente, un collega d’ufficio mi ripropinò l’intero album. Riascoltalo oggi, riascoltalo domani, mi sorpresi a notare come il disco quasi non avesse cedimenti. Di come tutte le tracce fossero riuscite (anche quelle cantate). In breve divenne un ascolto così piacevole che quando vidi il CD a 9,90 euro non potei esimermi dall’acquisto.

Insomma: ci ha messo circa 5 anni a conquistarmi, ma alla fine si è sicuramente inserito tra i dischi più godibili degli ultimi anni. Una chicca che consiglio a tutti.

Gli Air sono tra gli alfieri del recupero di sonorità anni ’70 e ’80 (utilizzando strumenti d’epoca, oggi si dice vintage, con particolare attenzione alle tastiere analogiche, dal suono caldo).
Nei loro dischi atmosfere solari e serene si accoppiano con ritmi blandi e sonorità rotonde. Niente ansia, nessun riferimento alla vita reale. Questo duo francese ci porta in un universo delicato fatto di dolcezza e benessere.
Ed è piacevole perdersi nel caldo incantesimo di “Talisman“, de “La femme d’argent” o di “Ce matin la“, così come tra morbide ballate quali “All I need” e “You make it easy“.
Pure ammaliano le atmosfere plastico-pop di “Kelly, watch the stars!” e “Remember“, nobilitate da QUELLA delicatezza e da QUEL tono, semiserio ma non stupido, leggero ma non superficiale.

Non era facile fare un disco così. Bastava un nulla per scadere in suoni melensi e sdolcinati, melodie banali e nostalgia a buon mercato. Agli Air riesce il miracolo di comporre un disco tanto moderno quanto fuori dal tempo, fuori dalle mode ma perfettamente allineato al presente.

Questo, che è il loro esordio sulla lunga distanza, rimarrà un vertice mai più raggiunto né da loro stessi né da altri.
Un disco, a suo modo, perfetto.

Artisti vari “Chill out – L’espresso cafè 4 – Latin mood”, 2005

In queste settimane, quasi per caso, mi sono passate tra le mani moltissime compilation tutte appartenenti alla medesima area musicale (ma forse sarebbe più giusto dire “medesima area culturale”, quella ossessionata dall’essere cool e sempre alla moda).
Si riconoscono da diversi particolari: innanzitutto dai titoli che a partire dalla capostipite “Buddha bar” fanno riferimento a ipotetici locali, molto spesso francesi, dove si ascolterebbe questa musica (e quindi ecco i vari “St.Germain de Pres cafè“, “Hotel costes“, “Cafè lounge“, “Cafè solaire“, “Private lounge“, “Smooth jazz cafè” e chi più ne ha più ne metta). Altre cose che hanno in comune sono le copertine piene di immagini esotiche e/o naturalistiche, la caratteristica di svilupparsi per innumerevoli volumi ciascuno dei quali spesso composto di 2 o anche 3 cd.
Una mole così enorme di musica si giustifica solamente con la facilità nel vendere queste raccolte, e, dato il successo, mi aspettavo di ascoltare chissà quali meraviglie musicali.

Apro una parentesi:
assemblare una compilation permette al curatore di selezionare IL MEGLIO del repertorio dei dischi dai quali può attingere, questo vuol dire che io mi aspetto delle scalette memorabili, senza cedimenti, dove quasi tutti i brani siano degni di attenzione. Se così non fosse, non mi riesce di capire che senso abbia assemblare decine di brani mediocri e/o brutti (lo so, è un concetto lapalissiano ma credo vada specificato).

Orbene: tutte ‘ste raccolte che mi sono sorbito hanno la caratteristica di contenere musiche e brani che definire inutili è poco. Muzak, come si diceva una volta, che non riesce a farsi ascoltare, non lascia alcuna traccia, scivola addosso come acqua senza soffermarsi neanche per un attimo. Musica della quale non riusciamo a mantenere memoria, neppure di un brano tra gli altri o una raccolta dalle altre. Le stesse battute medie, le stesse melodie banali banalmente arrangiate, le stesse interpretazioni professionali ma senza anima…
Sono piene di finto-jazz da piano-bar di provincia, di bossanove buone per ogni occasione, di pseudo-new-age di plastica, di elettronica banalizzata e fatta senza amore, di atmosfere ruffiane e degne al massimo di un aperitivo ipocrita nella Milano-da-bere che fu, di esotismi di maniera senza alcuno spessore con un Brasile o un’India che sono la macchietta di se stessi…

Non ho idea del perché del loro successo, ma per quello che mi riguarda quando, ogni 20 brani, ne trovo uno appena decente, avverto una sensazione di meraviglia e stupore che ogni volta mi lascia più perplesso.

Se almeno fossero brani BRUTTI lascerebbero un segno (come ci insegnano gli amanti del trash anche nell’orrendo si può trovare qualcosa di interessante) e invece sono semplicemente, e drammaticamente, inutili.

La raccolta che titola questo messaggio non ha niente di più o di meno delle altre, ed è utilizzata come esempio e paga per tutto il genere.

D’altra parte, si sa, “i buddha (bar) vanno sopra ai comodini“…

SANGUE MISTO “SXM”, Century Vox, 1994

Ci sono dischi che segnano l’apice di un genere o di un movimento musicale.
Questo è uno di quelli.

Negli anni precedenti c’era stato il fenomeno dell’hip-hop italiano e delle cosiddette posse caratterizzato da grande vitalità, tante uscite interessanti (Assalti frontali, AK 47, Isola Posse All star, 99 Posse, Sud Sound System…), ma con l’attenzione forse troppo rivolta ai testi e meno agli aspetti musicali. Era una scena che, inevitabilmente, pagava pegno al suo essere una novità assoluta per l’Italia, e la tecnica ancora non veniva padroneggiata a dovere.
All’appassirsi del fenomeno seguirà la tendenza ad una sorta di riflusso, con i gruppi e i rappers sempre più interessati ombelicamente alla propria vita, a parlare (e spesso a vantarsi) di se senza la capacità di farsi testimoni di un momento o di un movimento, senza la capacità di farsi portavoce di una fetta di realtà che vada oltre le mura della propria abitazione.

SXM” riesce invece a raggiungere una compiutezza sorprendente e in maniera tecnicamente ineccepibile. Le musiche, o, meglio ancora, le basi costruite da DJ Gruff campionando a destra e a manca, sono di altissima qualità: battuta lenta, bassi profondissimi, atmosfere noir, evidenti similitudine con la Bristol che negli stessi mesi muoveva i suoi primi passi ma evitando rigidamente quella malinconia di fondo, così caratterizzante certo trip-hop, e sostituendola invece con il lucido pessimismo di chi non si fa illusioni ma neanche si arrende (“questione di stile” diceva Speaker Dee Mo’, che qui si limita a curare la grafica e la copertina).
Le rime di Neffa (si, QUEL Neffa) e di Deda raccontano innanzitutto di se stessi e del loro mondo, attraverso l’esposizione delle loro giornate, del loro amore per marijuana e hashish (leit-motiv che ritorna spesso nei brani), del loro sentirsi fuori dal paese e dai quartieri che frequentano. Riescono a fotografare benissimo tutta una serie di modi di pensare e di vivere tipici di certa gioventù urbana e sub-urbana italiana (e la foto è ancora piuttosto attuale), con una attenzione allo stile del linguaggio assolutamente unica, tra l’altro insistendo trasversalmente in vari brani su alcune espressioni-paradigma (“straniero nella mia nazione“, i “cani sciolti” contrapposti alle “iene“, “in dopa“…).
Il risultato sono 10 canzoni, più i due temi strumentali che aprono e chiudono il disco, tutte belle ma con alcuni brani che spiccano e stupiscono: “Clima di tensione“, lucidissima descrizione dell’involuzione dei/nei rapporti umani nelle periferie del nord (grazie alla Lega), il groove irresistibile de “Lo straniero“, constatazione inevitabile del proprio essere estraneo al proprio Stato e alla cultura dominante, “La porra“, fotografia dall’interno del rito della canna su di una lenta ritmica ipnotizzante di grande efficacia, e poi le profondità oscure e ammalate, ma vere, di “Piglia male” e di “Fattanza blu“, quest’ultima un vortice abissale che ci trascina in mondi opachi e amniotici, rilassati e beati.
Peccato che dopo la pubblicazione, di fatto, il trio si sia sciolto, Neffa abbia preso strade che rapidamente lo porteranno verso il mainstream, Deda e DJ Gruff siano scomparsi nell’underground riemergendo più o meno occasionalmente con progetti minori che non riusciranno ad eguagliare questo splendido esordio.
Ma forse era giusto che questo CD rimanesse un evento senza seguito, la perfetta quanto non replicabile unione tra tre menti fatte apposta per essere unite.
Ristampatelo!

ZERO 7 “When it falls”, Elektra/Asylum, 2004

Dopo il folgorante e bellissimo esordio intitolato “Simple things“, di un paio d’anni fa, torna questo duo tanto apprezzato dalla critica (e stra-utilizzato da coloro che scelgono le musiche per gli spot pubblicitari…).

Sempre meno cloni degli Air e sempre più riconoscibili nel loro proprio stile, ci regalano un CD ancora all’insegna di atmosfere morbide, suoni analogici, campionamenti fruscianti, voci sensuali, ritmi lenti e tutto quell’armamentario tipico di certa elettronica moderna che punta più sulle atmosfere e le sonorità che sui ritmi forsennati.

Rispetto al primo lavoro l’impressione è che manchino i singoli, quei 2 o 3 brani splendidi capaci di trascinare il disco in vetta alle classifiche (anche se brani come “Somersault“, dagli archi ariosi sommati all’onnipresente e nostalgico piano Fender, “Speed dial n.2“, dai sorprendenti echi stereolabiani, o la dolcissima “In time“, sono riusciti più che bene), ma è bene specificare che il livello medio è altissimo. Un disco molto gradevole che si ascolta rilassatamente, magari dopo pasto sorseggiando una buona grappa, e che incanta proprio per il suo mood costante e assolutamente piacevole.

Un disco che non fa gridare al miracolo ma che non mi stanco di ascoltare e riascoltare.