AES DANA “Far coasts… & lost tracks”, 2008, FolkClub Ethnosuoni

Certi dischi ci entrano nel cuore in maniera ineffabile, riascoltarli ogni volta ci produce una strana sensazione a metà tra meraviglia e commozione. Ritrovandoli dopo tanti anni ci chiediamo come è stato possibile dimenticarli. Magari non sono capolavori assoluti, forse sono semplicemente dischi che fanno vibrare le nostre corde più intime, dischi che, per ragioni speciali, che noi non comprendiamo e che chi ha scritto e interpretato queste musiche non è detto debba conoscere, sono capaci di regalarci attimi di serenità e di piacere assoluti.

Nel 1987 l’etichetta Hi Folks! records, legata all’omonima rivista specializzata in quella che oggi si chiama world music e che allora veniva etichettata come folk, neo-folk, etnica (e a sua volta veniva poi organizzata in moltissimi sottocategorie), pubblicò un LP antologico intitolato “Acoustics in Italy” tramite il quale far conoscere i propri gioielli.
Di quel disco mi impressionarono i brani di due gruppi: La ciapa rusa (di loro vi ho parlato in questo post) e gli Aes Dana. Nordici e legati alla loro tradizione i primi, meridionali e affascinati dalla tradizione celtica i secondi.
Da lì a comprare il loro disco “The far coasts of Sicily” (siamo sempre nel 1987) il passo fu breve e l’amore fu a prima vista.

Gli Aes Dana si muovevano nel solco di quella “musica celtica” che tanto affascinò gli italiani nei primi anni ’70 quando anche da noi personaggi come Alan Stivell, i Chieftains o i Pentangle erano delle vere e proprie star capaci di riempire i teatri (se non gli stadi). La loro interpretazione di queste musiche era rotonda e raffinata, senza le asperità e certe ruvidezze tipiche della musica popolare, con una eleganza naturale, una pulizia ed una morbida musicalità alla quale, probabilmente, le radici e la cultura musicale del belpaese non sono affatto estranee.

Il gruppo era capitanato da Giuseppe Leopizzi (che purtroppo ci ha lasciato nel 2007), anche autore degli arrangiamenti, e si caratterizzava per una strumentazione quasi esclusivamente acustica (rari gli spruzzi di tastiere all’interno dei brani) che univa strumenti della tradizione anglosassone (arpa celtica, cittern dulcimer, bodhran…) a strumenti classici occidentali (flauto traverso, contrabbasso, oboe…), il tutto legato da quegli strumenti che appartengono ad entrambe le tradizioni (l’immancabile chitarra, centro di gravità del disco, e il violino). In molti dei brani vengono anche realizzati interessanti impasti vocali con particolare spazio per le voci femminili.

Il disco presenta due tipologie di brani:
da un lato ci sono i brani tradizionali rielaborati e riarrangiati da Leopizzi (la classica ed impeccabile ballata “Farewell Nancy“, la chitarra strappacuore di “The rights of man“, l’allegra e trascinante “Two sisters“, la solenne “The hielan laddie” dalle impervie melodie vocali, l’intensa eleganza della danza di “Kesh jig/Port ui muirgheasa” strutturata, come ogni tanto Leopizzi sceglieva di fare, in forma di mini-suite).

e dall’altro le composizioni originali (sempre di Leopizzi) che, per quello che mi riguarda, sono la parte più interessante e, all’epoca, promettente per la capacità di unire l’amore per queste musiche con la propria creatività e l’aria dei nostri tempi realizzando alcuni brani davvero superbi (la bellissima “The clouds beyond the curtains” dalla melodia che unisce con rara perfezione complessità e orecchiabilità per uno dei brani più belli che io abbia mai ascoltato nell’universo delle musiche moderne ispirate alla tradizione, “Lasciando la città” che musicalmente potrebbe essere un brano rubato al Branduardi anni ’70 con il suo unire gli stilemi medioevaleggianti con una batteria pop-rock, ma con un impasto di voci femminili di prima qualità, “Musica per N.” dall’arpa struggente e le atmosfere assonnate da prime ore del giorno).

Le due anime del disco sono perfettamente sintetizzate dalla prima traccia che si apre con “The far coasts of Sicily“, creazione di Leopizzi con arpa e chitarra a dialogare con immensa dolcezza per poi aprirsi ad archi e flauti in un crescendo che non lascia indifferenti e cede poi naturalmente il passo al traditionalFarewell to Erinn” dall’andamento rapidissimo ad aprire idealmente le danze

Questo disco è stato recentemente ristampato dai coraggiosi ragazzi di FolkClub Ethnosuoni con l’aggiunta di 3 bonus tracks e un’accurato ed essenziale libretto (peccato per un piccolo audiodifetto, probabilmente dovuto al nastro del master rovinato, proprio sulla traccia più bella…).

Se siete interessati a questa ora abbondante di musica acquistare il CD è un dovere e un gesto di civiltà.

Musiche che parlano direttamente alla nostra essenza migliore.

www.folkclubethnosuoni.com

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LOREENA MCKENNITT “An ancient muse”, 2006, Quinlan road

Negli ultimi anni avevo messo un po’ da parte questa autrice e musicista canadese dalle radici (non solo musicali) ben piantate nei territori anglo-celtici. Ero rimasto relativamente deluso dal suo “The book of secrets” (1997) e solo recentemente mi è tornata un po’ di sana curiosità verso i suoi lavori. Sono così inciampato in questo “An ancient muse” (da Mel Bookstore a Roma, in via Nazionale, a meno di 9 euri) che ripropone in toto i pregi e i difetti del suo predecessore. Ma 10 anni non passano invano e, come spesso capita, mi sono ritrovato a non più condividere il concetto di difetto che io stesso avevo espresso a suo tempo.
Provo a spiegarmi meglio.

La McKennitt è musicista sopraffina, di lei amo molto lo stile con il quale ha riarrangiato vecchi brani della tradizione inglese e irlandese. Amo lo stile delle sue composizioni che, pur muovendosi nel solco delle tradizioni da lei amate, sviluppano e portano avanti un discorso che scorre da secoli. Amo il suo circondarsi di strumenti tradizionali appartenenti alle sue culture di riferimento mischiati senza problemi, e con rara intelligenza musicale, con strumenti di culture altre che portano i profumi di terre lontane e meno lontane. Amo la ricchezza dei suoi arrangiamenti, la sua squisita musicalità che spazia oltre le frontiere ed oltre il tempo. Amo lo spessore dei musicisti ai quali si accompagna, anch’essi provenienti da luoghi distanti e meno distanti, che spesso colpiscono per capacità tecniche e senso della musica.
Cosa non mi andava bene nei suoi lavori ? Preda dell’ansia nuovista tipica di noi occidentali faticavo ad accettare il fatto che la McKennitt, bene o male, si muovesse sempre sulle stesse coordinate musicali e non innovasse abbastanza le sue composizioni.
Non ho bene idea di cosa pretendessi da lei, ma resta il fatto che ascoltando un suo disco più che badare alle sue qualità intrinseche mi perdevo ad analizzare le differenze con i lavori precedenti e non trovandone abbastanza finivo per ridurre il mio giudizio (e soprattutto la mia percezione della sua musica) ad un superficiale “è sempre la solita minestra”.
Ascoltando oggi invece questo lavoro mi si sono (finalmente) riaperti i padiglioni auricolari e invece di badare al tasso di innovazione mi sono goduto queste lunghe 9 composizioni alcune delle quali (pur muovendosi, come è giusto che sia, nel solco tracciato in questo ultimo quarto di secolo dalla McKennitt) sono pregevolissime e autentica goduria per orecchie pure.
Sia chiaro: in ogni suo disco si coglie chiaramente il tentativo di crescere, di ampliare i propri orizzonti, di portare avanti il proprio progetto (qui, ad esempio, si circonda, tra gli altri, di alcuni musicisti greci che donano alla sua musica sapori inediti) cercando di non ripetersi. Quello che bisogna assolutamente imparare a non confondere è la specifica cifra artistica di un autore con il banale ripetere sempre le stesse cose.
Libretto ricco, confezione elegante, tra i vari brani mi piace segnalarvi “The gates of Istanbul” speziatissima di umori mediorientali dove la lyra, gli oud, il bouzouki greco e quello celtico si rincorrono in una lenta danza infinita, “Caravanserai” e “Penelope’s song” classicissime e morbide ballate tipicamente mckennittiane, “Kecharitomene” dove le tantissime percussioni si confrontano con gli hurdy gurdy e gli strumenti a corda in una sarabanda dal maestoso crescendo, la seducente e sinuosa “Beneath a phrygian sky” con le uillean pipes mirabilmente unite alla chitarra elettrica sotto un cielo disegnato da una sezione d’archi incantatori. Nota speciale per la conclusiva “Never-ending road (Amhran duit)” in cui le uillean pipes riescono ad essere incredibilmente evocative e toccano davvero il cuore (e non solo quello).

Questo è un gran bel disco.
Tutto il resto è (para)noia.

www.quinlanroad.com

p.s. Spero che il Mullah Nasrudin non se la prenda a male per questo post 🙂

ALAN STIVELL “Un dewezh ‘barzh ‘ger”, Rounder, 1978

Questo è un disco al quale sono legatissimo, forse perchè mi ricorda i pomeriggi giovanili passati con cari amici ad esplorare il mondo, allora decisamente misterioso, della musica, con tantissima curiosità e continue sorprese che apparivano sui nostri orizzonti musicali. O forse perchè, più semplicemente, è stato il primo disco di Stivell che ho davvero amato e questa primogenitura gli regala una luminosità sulla quale i veri appassionati potrebbero non concordare (e probabilmente non avrebbero torto).

Ma resta il fatto che a riascoltarlo oggi lo trovo musicalmente profetico (un misto di musiche tradizionali e composizioni di Stivell stesso con arrangiamenti che strizzano l’occhio ad altre culture senza per questo rinnegare le radici breton-celtiche), musica che oggi si chiamerebbe senza fatica world music, ma che allora era semplicemente la ricerca di un valentissimo arpista e musicista. Lo trovo ancora estremamente godibile e vario con alcune perle forse poco conosciute ma che ai miei occhi brillano di luce intensa a partire dall’allegro strumentale posto in apertura del CD (“Trinquons nos verres“) nel quale perfettamente si miscelano i vari strumenti solisti. Trovo sempre bellissima, intensa e di grande dolcezza la lunga ed evocativa “An try marrak“, ballata che lentamente racconta di tre cavalieri ed una dama, con una splendida coda ricca di improvvisazione nella quale le arpe, prima solitarie, presto raggiunte ed aiutate dai flauti, disegnano caleidoscopiche trame sonore

Bellissimi anche i brani basati sulle classiche polifonie bretoni (“Ar wezenn awalou“, “Tambud kemper“…) quasi sempre seguiti da code strumentali pronte a sottolinearne le atmosfere (meditative o festaiole che siano) attraverso il libero dialogare dei musicisti.

Tutto il lavoro sembra teso verso la ricerca di arrangiamenti non-ortodossi nei quali la scelta della strumentazione si disimpegna dalle consuetudini tradizionali e non si vergogna di mischiare violoncello, accordion, sitar e tampura con le cornamuse scozzesi, la bombarda o l’arpa celtica.
La sensazione è che si voglia privilegiare la voglia di suonare e di contaminare piuttosto che il muoversi sui binari della (cosiddetta) tradizione, e in questo Stivell è stato davvero un precursore e un musicista coraggioso.

>>> www.alan-stivell.com