KRAFTWERK in concerto a Soest, 1970

Negli ultimi tempi ho avuto poco tempo da dedicare a questa pagina, vuoi per il tempo che mi rubano gli altri miei blog (incominciano ad essere troppi…), vuoi per la difficoltà a trovare tempo da dedicare alla scrittura. L’estate e le mie prossime vacanze faranno si che questa pagina resti ulteriormente bloccata per parecchie settimane.

Per non lasciarvi troppo senza far niente vi propongo, in via del tutto eccezionale per le mie consuetudini, la visione di un live d’epoca dei Kraftwerk, filmato dalla televisione nel lontano 1970.
Ci sono diverse ragioni per cui ve lo raccomando:

  • per iniziare immagino che per molti di voi possa risultare sorprendente vedere come fosse il gruppo PRIMA di assumere sembianze robotiche ed estremamente rigorose (ebbene si, furono anch’essi dei fricchettoni purosangue) come altrettanto sorprendente dovrebbe risultare  l’ascolto della loro proposta sonora (siamo tra il primo e il secondo album del gruppo, in un momento molto delicato caratterizzato da una, anche confusa ma molto vitale, ricerca di una direzione chiara)
  • la seconda ragione è un omaggio, che non credo di aver ancora fatto, alla memoria di Klaus Dinger (qui alla batteria), che, con i Neu! prima e i La Düsseldorf poi, scriverà importantissime pagine del rock (e non solo) tedesco (e non solo); la sua presenza in “Ruckzuck” nobilita ulteriormente il pezzo (chi conosce la versione in studio non potrà non notarlo)
  • la terza ragione è di natura socio-antropologica perché la visione di queste immagini racconta benissimo, per chi sa osservare, molti aspetti importanti e peculiari di quegli anni incredibili

Per cui buona visione e buona estate 🙂

gustatevi l’acre profumo dei primi anni ’70

GAETANO e TOMANGELO CAPPELLI “Minimal, trance music e elettronica incolta”, 1982, Sconcerto

Spesso accenno a questo librettino (175 pagine per un formato iper-tascabile di 17×12 cm) definendolo “il mio personalissimo libro della formazione“, ed effettivamente questo libro è stato per me fondamentale nella mia formazione di ascoltatore seriale risultando il principale strumento di orientamento in anni fondamentali per la mia crescita musicale (e non solo).

Siamo nella parte centrale degli anni ’80, non solo ancora non esiste internet (e tantomeno Wikipedia), ma l’editoria musicale italiana è ancora estremamente provinciale e i libri e gli studi che si possono incontrare in libreria riguardano in gran parte artisti indigeni o alcune star del pop e del rock anglosassone. Se si è interessati a musiche altre, un po’ fuori dai canoni che vanno per la maggiore, ci sono solo alcune ottime riviste mensili (ma le riviste hanno il difetto di scomparire mese dopo mese dalle edicole, e per chi non ha notato che in un certo numero si è parlato di qualcosa di interessante è complicato recuperare informazioni) o il tam-tam tra amici unito ai consigli di quei negozianti, all’epoca ce n’erano, che sanno far bene il proprio mestiere.

Questo libro arriva in questo scenario desolato con la forza di un meteorite. Non solo per la prima volta in Italia si parla diffusamente (e con competenza) di tanti musicisti di cui normalmente si tace, ma il libro, coraggiosamente, suggerisce inediti legami e connessioni tra Glass e i Popol Vuh, tra Reich e i Kraftwerk. Il tentativo è quello di raccontare e collegare tra loro musiche del tutto diverse ma legate da un approccio al suono e alla stessa idea di composizione lontano sia dalle semplicità del pop e del rock così come dalle ingessature della musica contemporanea. Non tanto una via di mezzo tra le due opzioni quanto uno sguardo del tutto alternativo e ugualmente scandaloso per gli adepti dell’uno o dell’altro universo.
Musica non allineata che si è fatta da sola, partendo dal basso, ma che in quegli anni iniziava ad avere visibilità e dignità (e anche un minimo di fama e seguito).

A parlarci di tutto questo sono i fratelli Gaetano e Tomangelo Cappelli che caratterizzano tutto il libro con una prosa ardita ed estremamente affascinante, tutt’altro che tecnica. Strutture degne di un romanzo prestate all’analisi musicale, come se anche nelle modalità di realizzazione questo libro avesse cercato di somigliare all’argomento trattato cercando di scavalcare le consuetudini più retoriche normalmente utilizzate per parlare di musica.

CappelliCoverIl libro è diviso sostanzialmente in tre parti. Una prima parte introduttiva che si occupa del suono e della sua liberazione dalle costrizioni occidentali (e quindi, inevitabilmente Stockhausen, ma anche Cage e gli altri americani) per poi aprirsi ad uno sguardo sulla musica classica dell’India.

A questa introduzione che cerca di stabilire da dove vengano gli autori (e la loro visione del mondo musicale e non solo) dei quali si parlerà più avanti segue la prima parte vera e propria intitolata “Minimal e trance music” dove si racconta di tutti quei compositori che hanno scelto di lavorare sulla riduzione e semplificazione del materiale musicale per permetterci davvero di aprire le orecchie e ascoltare il nuovo udibile. Oggi i nomi di La Monte Young, Philip Glass, Terry Riley e Steve Reich suonano scontati, quasi ovvi, ma all’epoca erano ancora roba da carbonari, e ancor di più lo erano i nomi a loro avvicinati (Jon Gibson, Charlemagne Palestine, Alvin Curran, Roberto Laneri, Joan La Barbara, David Behrman e altri). Per noi giovani di belle speranze si apriva un universo di enorme interesse e dalla complicata reperibilità (altro che Spotify…) fatto di lunghe ricerche, spesso anche all’estero, raramente premiate da successo. Ma ciò nonostante le parole dei Cappelli, così convincenti e ammalianti, ci spronavano a non mollare. Perché ne valeva davvero la pena, e ogni volta che, per fortuna o per cocciuta determinazione, riuscivamo nell’impresa di riuscire a trovare/comprare/ascoltare qualcuno di questi dischi misteriosi, la magia che emergeva dai solchi del vinile era un più che sufficiente premio a tanto impegno.

Il soffio fragoroso dei grandi corni indiani rana sringa, la vibrazione sorda dei ragdun tibetani, risuonano in un tono lungo, continuo, che ondeggia nell’etere oltre l’estensione naturale del respiro il cui ritmo è forse la prima scansione temporale. Un suono oltre il tempo, puro, immateriale, scaturigine del prana, esso si congiunge all’energia creativa dell’Universo. Già Cage aveva mostrato che il silenzio in sé non esiste, La Monte Young compie il grande passo. Ricongiungimento con la Musica Eterna del Cosmo.

La seconda parte del libro, “Elettronica incolta“, era a sua volta divisa in alcune sottosezioni: “Kosmische musik” (Tangerine dream, Klaus Schulze, Ash Ra tempel, Popol Vuh…), “Machinisme e science fiction” (Kraftwerk, Neu!, Lou Reed, Tony Conrad…), “L’arte del tono” (Cluster, Brian Eno…) e “In Italia” (Franco Battiato, Roberto Cacciapaglia, Claudio Rocchi…). A seguire trovavamo una coraggiosa e singolare sezione, sorta di postilla in negativo ai materiali trattati in precedenza, intitolata “La macchina delle mistificazioni“, che metteva in guardia da artisti solo apparentemente vicini a quelli elogiati e consigliati nelle sezioni precedenti (e quindi si potevano leggere roboanti stroncature relative ad artisti quali Mike Oldfield, Vangelis, Jean Michel Jarre…).

Per ogni artista c’era un esauriente capitolo (dedicato esclusivamente alla sua produzione vicina alle tematiche del libro, ad esempio Lou Reed era citato solo per il suo “Metal machine music“) arricchito da una discografia consigliata (e di quanti dischi dei quali non immaginavo neanche vagamente l’esistenza ho saputo da queste discografie…).

Veramente è altro che si ascolta tra i solchi illuminanti di In den Garten, Zeit, Irrlicht, che risuonano di toni lunghi e misteriosi, ritmi cellulari, movenze sospese; né si tratta di rock: di essa si può solo dire che è musica senza nome, deliziosamente marginale, eppure capace di segnare una direzione affascinante per quanti in quegli anni cominciavano a sentirsi stretti addosso i panni della pop star, ad avvertire limitanti, schemi che si ripetevano uguali da troppi anni. In più in Germania – e non è poco per il luddismo generazionale – sembrò si trasformasse, attraverso una strana ma efficace alchimia, la macchina nel suo perfetto contrario, ora veicolo sonoro, tramite flessibile alla realtà in movimento che si osserva nel procedere dal finito verso l’infinito del dilatarsi del suono“.

Questo libretto mi ha seguito fedelmente in giro per l’Europa, e non ho idea di quante volte l’ho ripreso in mano per consultarne alcune voci. E’ stato il fidato oracolo al quale chiedere informazioni su di un acquisto possibile o su un artista da approfondire. E’ stato utilizzato fino allo sfinimento e le sue pagine oggi ingiallite e, in qualche caso, strappate, sono la testimonianza migliore di quanta fatica, tempo e dedizione servano per soddisfare una curiosità, un desiderio di qualcosa che allora non sapevo cosa fosse, ma che stavo cercando convinto di essere in grado di riconoscerlo (cosa poi puntualmente accaduta).

Per altri questa funzione è stata data da libri, come dire, più nobili (Gibran, Hesse, Marcuse, Musil, Proust o chissà quali altri), per me, che sono solo quello che sono, è stato questo il libro che mi ha aperto porte fondamentali per la mia crescita, il libro che mi ha schiuso universi inaspettati, ma affascinanti, nei quali perdermi.

Questo post è quindi, innanzitutto, un doveroso ringraziamento ai due autori.

KRAFTWERK “The telephone call”, 1986, EMI

Ancora un video dei Kraftwerk, ancora tratto da “Electric Café“.
A differenza dell’altro video propostovi (“Musique Non-Stop“, lo potete vedere cliccando qui), in questa occasione la realizzazione non fu caratterizzata da particolari sforzi tecnologici (anzi…). Ciò nonostante il video è perfettamente aderente all’estetica del gruppo e fu l’ennesimo mattone nel muro di una costruzione davvero certosina e curatissima in ogni dettaglio.

Brano minore, video pochissimo visto con uno strano (a volte impercettibile) senso dell’umorismo che governa l’evidente omaggio al cinema espressionista tedesco… tutte ottime ragioni per riproporvelo.

KRAFTWERK “Musique Non-Stop”, 1986, EMI

Voi sapete che adoro i Kraftwerk innanzi tutto per la loro musica, ma sapete anche che adoro il loro rigore estetico e la loro maniacale attenzione per tutti gli aspetti legati alla loro immagine (dai vestiti indossati sul palco, alle copertine dei dischi passando per le foto del gruppo).
Naturalmente anche nei loro video questo rigore è presente.

Questa canzone, “Musique Non-Stop” appartiene ad “Electric Café” (poi ribattezzato “Techno pop“, ma questa volta non starò a riepilogarvi la rava e la fava), l’album che chiude l’esperienza della classica formazione a quattro con Wolfgang Flür e Karl Bartos ad affiancare gli storici Ralf HütterFlorian Schneider, e di fatto sigilla per molti anni il percorso della band tedesca.

Il video (ricordatevi che siamo nel 1986) è interamente realizzato con animazioni digitali e davvero innovativo. Non potevano che essere loro i primi a portare nella musica un certo tipo di immagine.

E comunque io questa canzone la adoro.

Opera incerta

Nell’attesa di riprendere a pubblicare con regolarità su queste pagine, vi segnalo che nel numero dicembrino (l’89°) della web-rivista OperaIncerta, dedicato alla Radio, potete trovare due miei articoletti uno dei quali dedicato a “Radio-activity“, lo splendido disco dei Kraftwerk (articolo del tutto inedito per questo blog).

Chi fosse interessato a leggerlo (o a leggere gli altri articoli della rivista) può cliccare qua.

Tra qualche giorno sarà disponibile anche la versione in pdf gratuitamente scaricabile, nel frattempo potete leggere gli articoli on-line.