PETRA MAGONI & FERRUCCIO SPINETTI “Musica nuda – 55/21”, 2008, Blue Note

Le reazioni e le riflessioni che mi provoca questo disco (e tutto questo progetto) sono di natura decisamente ambivalente.

Iniziamo dagli aspetti positivi.

In un’epoca dove coverizzare brani di altri artisti sembra diventato il principale modo per sopperire alle crisi di vendita (e di ispirazione…) questo duo fa dell’arte di appropriarsi e di rivisitare musiche altrui la propria cifra stilistica con una personalità e un coraggio davvero impressionanti.
Al centro del progetto ci sono due soli strumenti: la voce della Magoni e il contrabbasso di Spinetti. E se è vero che nei tanti dischi fatti finora qui e la compaiono anche altri strumenti e altri collaboratori/ospiti resta il fatto che il centro di gravità permanente della musica nuda sono solo loro due.
L’idea di fondo è di asciugare brani più o meno celebri, ridurli alla melodia (affidata alle ottime doti vocali della Magoni) con il leggero supporto ritmico (e più raramente il contrappunto) delle corde del contrabbasso di Spinetti. Punto.
Un’eresia.
In un mondo musicale dove sembrerebbe che senza lustrini, pailettes, nani, ballerine, video con effetti speciali e coreografie pacchiane non si possa esistere (Dio mio quanto è caduta in basso la musica leggera americana e in generale tutto il pop da classifica !) questi due temerari riducono il tutto a una performance minimalissima affidando a così poco il compito di ricreare il molto. Ed è sorprendente, in primis anche per loro, il buon successo di critica e di vendite che sta accompagnando i loro lavori e (ancor di più) i loro concerti. Segno che, nonostante la decadenza dell’impero, pare ci possa essere ancora un po’ di spazio per progetti controcorrente.
Altro aspetto positivo (almeno per me) è l’eterogeneità delle loro scelte. Non ci si limita ad autori più o meno nobili, più o meno vicini a quella (da me mai amata) canzone jazz che incombe sopra tutto il progetto manifestandosi solo di rado (“The very thought of you“), ma si spazia un po’ ovunque (i Beatles, ovviamente, Battisti, ovviamente, ma anche Gloria Gaynor o i Police o Celentano o la classica canzone napoletana…). Senza farsi ottenebrare dagli inutili steccati che vengono posti tra i vari generi musicali i due scelgono le canzoni (immagino) innanzitutto in base al loro gusto e alla loro voglia di divertirsi.
Ultimo elemento, ma non certo in ordine di importanza, di fronte al quale ci togliamo tanto di cappello sono le assolute qualità tecniche dei due esecutori. E se la lunga militanza presso gli Avion Travel di Spinetti ci garantiva (eccome!) sulle sue doti di musicista, la voce della Magoni è stata per me una piacevole scoperta: intensa, vibrante, spericolata, coraggiosa… una voce dai molti registri dalla quale, data la (relativamente) giovane età, ci aspettiamo ancora molto.
Va anche detto che alcuni arrangiamenti oltre ad essere innovativi riescono ad aggiungere qualcosa ad originali pure molto illustri (le nuove rotondità di “Si, viaggiare“, la severità distante de “La canzone dei vecchi amanti” che ben si contrappone alla versione appassionata realizzata qualche anno fa da Battiato, l’eleganza tranquilla di “Anema e core“, le derive andaluse di “It had better be tonight“).

Passiamo ora ai lati negativi.
Se questo progetto mi trova ideologicamente favorevole è poi nella concretezza delle cose fatte che mi lascia perplesso per più di una ragione. Innanzitutto la scelta delle canzoni: troppo spesso brani che io personalmente trovo minori e non degni di essere recuperati (“Prendila così“, “Io so che ti amerò“, “Una carezza in un pugno“, “Crocodail“) o non sempre adatti ad essere ridotti ad un ensemble così leggero (“Imagine“, “Roxanne“, una “While my guitar gently wheeps” resa in maniera esageratamente rarefatta).
Poi c’è il problema che in una situazione così essenziale è difficilissimo che non ci si lasci andare a virtuosismi fini a se stessi, che non si cerchino difficoltà inutili quanto superabili (l’inspiegabile centrifuga che accelera all’inverosimile “Bocca di rosa“), che non si cada nella tendenza a confondere il bello con il difficile. Da questo punto di vista credo che la Magoni debba ancora maturare molto e debba ancora molto comprendere quanto sia importante in musica la misura e rispettare quella soglia oltre la quale si rischia di precipitare dalla grande interpretazione direttamente nella sfacciata e fastidiosa (e volgare) esibizione tecnico/muscolare.
C’è poi il problema che, se le canzoni più conosciute possono comunque positivamente colpire per l’arrangiamento innovativo, quando il brano è sconosciuto all’ascoltatore si avverte una sensazione di artificiosità, di mancanza di scorrevolezza, come se le canzoni soffrissero proprio della mancanza di tutto ciò che è stato tolto e che è, allo stesso tempo, il senso più vero di questa operazione. Non so se mi sono spiegato, ma il concetto sarebbe che ogni qualvolta il duo si allontana dai lidi di brani molto conosciuti (e a maggior ragione quando presenta brani inediti) rischia di cadere in una innaturalità dell’arrangiamento che ne rende problematico l’ascolto.

Quindi, riassumendo, un’operazione che seppure condivisibile su molti aspetti presenta troppi lati oscuri.

All’interno della loro ormai ricca discografia vi segnalo questo disco che mi sembra quello allo stesso tempo meglio riuscito e più significativo.

Coraggiosi (anche troppo).

http://www.musicanuda.com/

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ALICE “Viaggio in Italia”, 2003, Nun entertainment

Nell’attesa di un nuovo disco di inediti (l’ultimo, altalenante, “Exit” risale ormai al 1998) Alice ci regala un progetto nel quale si mette nuovamente alla prova come interprete del repertorio altrui. Oltre all’omaggio a Battiato datato 1985 (“Gioielli rubati“), dove giocava in casa, c’era stato l’interessante “God is my DJ” del 1999 nel quale metteva in fila brani di autori (anche molto) diversi accomunati però da una certa attenzione alla dimensione del sacro (espressione vaghissima, mi rendo conto, ma nel disco si passa dai Popol Vuh ad Arvo Part a Battiato a Eleni Karaindrou con grande facilità) nel quale comunque non usciva più di tanto dai recinti (per lei) consueti.


In questo nuovo lavoro invece si azzarda un pochino di più reinterpretando brani, in gran parte di autori italiani come si evince dal titolo, scelti, più che per la loro fama planetaria o per una qualche vicinanza estetica, in base al piacere e il desiderio dell’interprete di cantarli.
La magia (e che magia!) principale di questo disco sta nell’aver selezionato brani decisamente eterogenei per genesi, atmosfere, arrangiamenti e sensibilità di autori così diversi riuscendo abilmente a ricondurli, sia musicalmente che dal punto di vista della vocalità, ad un insieme estremamente omogeneo e tipicamente appartenente all’universo della cantante forlivese.
E’ piacevolissimo, ad esempio, passare dal ripescaggio del degregorianoAtlantide” (brano ingiustamente dimenticato e che ho sempre reputato tra i più riusciti del cantautore romano), in origine una ballatona e ora portato a sfiorare atmosfere trip-hop, all’elettronica modernissima e ossessiva di “Cosa succederà alla ragazza” dell’ultimo Battisti senza avvertire la differenza dei due universi poetico/sonori ma anzi trovando il tutto molto naturale (mi si consenta però en passant di sottolineare le enormi capacità interpretative di Alice rispetto a quelle “originali” di Lucio Battisti e dello stesso De Gregori).

Il gruppo che si è radunato dietro ad Alice (su tutti i soliti fedeli-alla-linea Francesco Messina e Marco Guarnerio) è riuscito in un lavoro di cesello assolutamente prezioso. Ogni brano viene preso in cura e dolcemente traslato nell’universo sonoro che caratterizza Alice da alcuni anni a questa parte (come vogliamo definirlo ? elettro-soft ? sylvian-oriented ? ambient-pop ?) e rivestito di arrangiamenti essenziali ma curatissimi, apparentemente fragili ma solidamente sostenuti anche con l’aiuto di alcuni ospiti di assoluto spessore (la tromba, sempre molto ispirata, di Paolo Fresu, la chitarra elegante di Jakko Jakszyk e poi Michele Fedrigotti, Morgan, Tim Bowness…)

Tra i brani che più guadagnano in questa operazione brillano l’iniziale “Come un sigillo“, il cui arrangiamento è molto più curato rispetto all’originale di Battiato e, soprattutto, gode della presenza di musicisti veri a interpretarne lo spartito, l’ottima (e vagamente gaberiana) “La bellezza stravagante” scritta in origine da Ivano Fossati, la celeberrima “Auschwitz” in una versione solenne che sembra aver metabolizzato l’insegnamento dei CSI nel coverizzare Guccini (qualcuno ricorderà la loro “Noi non ci saremo“), l’elegantissima e minimale versione, peraltro già nota, di “E’ stato molto bello” (altro capolavoro misconosciuto recuperato in questo disco), il commovente testamento di Giorgio GaberNon insegnate ai bambini” (forse la prova più difficile del disco dal punto di vista dell’arrangiamento e dell’interpretazione dovendosi confrontare con la possente personalità di Gaber).

Meno riuscite, ma comunque non malvagie, la versione space-ambient di “Un blasfemo” (forse si poteva omaggiare De Andrè con qualcosa di più affine alle atmosfere generali del disco) e una interlocutoria, e forse un pizzico fuori luogo, “Islands“.

Nota di demerito per la foto di copertina che raffigura una Alice finto-giovane e smagrita accennare un sorriso inquietante verso l’obiettivo. Mi auguro che, da donna intelligente qual’è, non cada nella trappola (terrificante) del dover apparire bella e giovanile a tutti i costi (now and forever).

Infine una piccola nota sui due brani (“Al principe” e “Febbraio“) in cui Mino De Martino mette in musica, con la classe che lo caratterizza, dei testi, splendidi, di Pier Paolo Pasolini. Sono gli unici inediti veri e propri e fanno rimpiangere il ruolo che poteva (e può) avere nella nostra musica un autore come De Martino ingiustificatamente dimenticato (in pratica ha all’attivo un solo disco risalente alla metà degli anni ’80) e misteriosamente estromesso da un mercato dove è concesso a cani e porci di incidere dischi che vengono ben presto dimenticati.

Semplicemente un bel disco.

MAURO PAGANI “Creuza de ma 2004”, Edel, 2004

A distanza di venti anni Pagani torna ad affrontare il disco che segnò una svolta fondamentale nella storia della canzone d’autore italiana.

Nei primi anni ’80 i nostri cantautori si stavano pericolosamente avvitando su se stessi, soprattutto musicalmente, questo disco, che cadde improvviso come un meteorite a scombussolare la situazione, aprì nuovi, enormi ed inediti spazi e risultò un lavoro, a dir poco, seminale nel suo miscelare ai consueti stilemi cantautoriali le influenze (in parte reali, in parte salgariane) delle musiche meditarrenee e, più in generale, dimostrarono che si potevano supportare i testi di un cantautore con ritmi, arrangiamenti, profumi, ben più vari e ampi di quelli che si erano usati fino a quel momento.
Di “Creuza de ma” ho sempre amato questo aspetto progettuale innovativo più che la qualità assoluta delle canzoni, tanto è vero che se dovessi portarmi sull’isola deserta 5 dischi di De Andrè, questo probabilmente resterebbe a casa.

Non so cosa ha spinto Pagani a ritornare su queste canzoni, ma va detto che il progetto riesce a metà. Se il suo enorme mestiere musicale e la sua grande capacità di produttore/arrangiatore rendono interessanti alcune delle rielaborazioni, devo ammettere che il suo insistere ad utilizzare la propria voce come voce centrale del disco crea qualche problema all’ascoltatore. Vuoi per il confronto con la straordinaria vocalità di De Andrè (non si dovrebbero fare confronti, ma come immaginate è inevitabile…), vuoi per le voci che gli si affiancano nel disco (Andrea Parodi, Mouna Amari, Emil Zhrian) tutte di grande spessore, vuoi per i limiti oggettivi di Pagani come cantante. E devo dire che capisco ancora meno perchè nel cantare lui si incaponisca nell’uso di toni rochi che non rendono giustizia neanche alle sue qualità: le rare volte, come in “Sinàn Capudàn Pascià“, che nel disco canta in maniera più rilassata (e meno impostata) i risultati sono migliori.

Ed è un peccato perchè con questa scelta ostinata pregiudica l’ascolto di un disco che complessivamente non sarebbe malvagio, arricchito da alcune tracce, tutte benissimo amalgamate con le originali, che non comparivano nella tracklist originale: l’introduttiva “Al fajr“, “Quantas sabedes“, brano di Pagani risalente più o meno allo stesso periodo, “Mégu mégun” estrapolata da “Le nuvole“, il successivo disco di De Andrè, la finale “Neutte“, completamente inedita, che utilizza un testo spartano dell’VIII secolo a.c. già utilizzato da Branduardi, nei primi anni ’70, nella sua “Notturno” (notare l’originalità dei titoli…).

Insomma: un disco che non soddisfa appieno.
E aggiungo che più che questo rifacimento io e tutti quelli che l’hanno amato stiamo aspettando da Pagani il seguito del suo omonimo debutto solista (era il lontano 1979): un disco di grandissimo livello nel quale, supportato da un pool di musicisti eccezionali (Teresa De Sio, elementi di Area, Canzoniere del Lazio, PFM ed altri ancora), Pagani ci stupiva con una serie di brani che miscelavano in modo più che eccellente tradizione e modernità, sperimentazione e folk, rock progressivo e suoni del mondo. Un disco che indicava una strada di grandissimo interesse ma che lo stesso Pagani abbandonò presto rifluendo verso scelte più cantautoriali (sempre mantenendo, ovviamente, il suo amore per le musiche popolari italiane e non).

AA.VV. “What’s your function ?”, SillyBoy, 2004

I presupposti c’erano tutti. Bella l’idea di omaggiare il periodo (cosiddetto) “progressive” di Battiato (1971-1974) che tanti riconoscimenti ha avuto all’estero (dove il Battiato di quel periodo è sistematicamente avvicinato alle produzioni europee più interessanti e innovative di quegli anni: Tangerine Dream, Popol Vuh, Ash Ra Tempel, Magma, Kraftwerk…).

Ottima la scelta dei gruppi, selezionati tra i più interessanti emersi negli ultimi 5 anni, pescando particolarmente nella parte più effervescente e originale della scena rock “indipendente” mondiale.

Eppure i conti non tornano lo stesso. All’ascolto la sensazione più ricorrente è quella di una occasione sprecata.

Vuoi per l’esagerato rispetto con la quale alcuni affrontano le canzoni:

[la timida “Da Oriente a Occidente” iniziale (e finale) dei Volcano The Bear, l’onesta “Plancton” di Hrvatski priva di guizzi e anche troppo fedele alle sonorità originali]

Vuoi per l’irruenza e la troppa distanza dagli originali di altri:

[la “Beta” degli Zu vs Okapi stranissimo esempio di cover-remix dove i 2 gruppi “dialogano” con frammenti del brano originale tentando di dirottarlo su sonorità proprie (e assai distanti dalla musica di Battiato, ma questo chi conosce gli Zu già se lo aspettava…), la strana, svogliata e fondamentalmente incompiuta “Aries” dei Land Of Nod che (sembra) recupera(re) uno dei temi principali del pezzo originale per poi sostanzialmente disfarsene ed esplorare tutt’altri mondi, la “No U turn” dei Circle che (lo ammetto, è un’idea assolutamente geniale) sceglie di concentrarsi solamente sulla parte introduttiva del brano per poi perdersi nei propri strumenti dimenticando completamente sia Battiato sia il brano originale, la “Propiedad prohibida” degli Oneida che gira a vuoto nel suo presentare i temi originali del brano sovrapposti a rumorismi e disturbi degni di miglior causa (e di altri brani…), la “Fenomenologia” degli Acid Mothers Temple con un’introduzione “free” assolutamente fuori luogo seguita da una specie di improvvisazione psichedelica anch’essa lontanissima dal brano coverizzato (coverizzato ?), da loro ci si aspettava davvero molto di più].

Alla fine le pagine più riuscite sono quelle più equilibrate tra ossequio e dissacrazione come

la “Propiedad prohibida” dei Kinski (con vaghi echi della Third Ear Band e una grazia sconosciuta al Battiato dell’epoca senza per questo rinunciare alle asperità sonore tipiche del pezzo),

l’unione di “Fenomenologia” ed “Energia” dei Cul De Sac che rivela inediti lati rock 70’s della seconda per poi virare la prima su lidi che ricordano i primi Popol Vuh, una cover che sembra voler giocare replicando/citando la frammentarietà che fu tipica di “Fetus“,

la “Sequenze e frequenze” dei Los Natas (con la chitarra elettrica che cerca di sostituirsi al VCS3!), dal testo completamente e follemente modificato ma con la seconda parte del brano ben sviluppata e nella quale i “minimalismi” originali si convertono in una “jam” di space-rock di ottima fattura e buona intensità

A mio modestissimo giudizio la palma della cover più riuscita, e non lo dico per campanilismo, va ai promotori dell’iniziativa, i Jennifer Gentle, autori di una “Meccanica” in versione ciberpunk-tribal-krauta che mantiene intatto lo spirito originale del brano pur allontanandosene (e molto) nello stile (e ci scappa pure un bel “reverse”, omaggio ad una delle “storiche” passioni di Battiato).

Ma l’applauso per il coraggio dimostrato dalla SillyBoy è comunque dovuto e meritatissimo

http://www.sillyboy.it

 

JANE BIRKIN “Arabesque”, Capitol 2002

L’incontro musicale tra oriente e occidente non è più una cosa rara né tantomeno originale. Tanti artisti, tantissimi, hanno provato a cercare un punto d’incontro tra le loro musiche e quelle di paesi e mondi lontani, a volte lontanissimi. In alcuni casi sono nati capolavori (l’immenso “Night song” di Nusrat Fateh Ali Khan e Michael Brook), in altri l’operazione non ha dato i frutti sperati (certo bhangra plasticoso).

Jane Birkin ci propone un’operazione concettualmente abbastanza semplice: con l’ausilio di un piccolo nucleo di musicisti cerca di rileggere alcune canzoni di Serge Gainsbourg in chiave, mi si consenta l’approssimazione, medio-orientale. Come è giusto aspettarsi l’operazione, oltre che estremamente rispettosa, è fatta col cuore, e il risultato non tradisce. Gli arrangiamenti curatissimi, la passione nell’interpretare i brani, l’attenzione ad ogni particolare rende questo disco un gioiellino di assoluto valore. E non per l’originalità dell’operazione (che, ribadisco, è relativa) ma proprio per il modo nel quale è stata svolta. Senza sciatteria e approssimazione, ma con la cura e l’amore che sempre chi interpreta canzoni altrui dovrebbe mettere. E così la voce delicata ma efficace della Birkin si unisce al violino, al pianoforte, alle tastiere, alle percussioni per svelarci un lato inaspettato di questo autore francese.
Il disco è registrato dal vivo, impossibile segnalarvi i brani migliori perché molti sono quelli riuscitissimi, ma va detto che mai in un live ho sentito dei ringraziamenti così efficaci e di cuore come quelli che Jane Birkin dedica, nella seconda parte di “Comment te dire adieu” ai vari collaboratori che resero possibile questo bel concerto e al pubblico presente.
Già da soli varrebbero l’acquisto del CD per quanto entrano in profondità nell’animo dell’ascoltatore e per come meravigliosamente si inseriscono nel tessuto musicale.