5 antologie italiane di brani già editi

  • Cramps rec. Rock ’80” (1980)
  • Hi, Folks! records Acoustics in Italy” (1987)
  • Flyng recordsItalian posse – Rappamuffin d’azione” (1992)
  • Spittle recordsItalian records – The singles 7″ collection (1980-1984)” (2013)
  • StrutMutazione [Italian electronic & new wave underground 1980-1988]” (2013)

mutazione

ASSALTI FRONTALI e IL MURO DEL CANTO “Il lago che combatte”, 2014, Autoproduzione

Altro video proveniente da gruppi lontanissimi dal mainstream. “Il lago che combatte” è una classica instant song (ancora non pubblicata) nata a supporto di una lotta popolare a favore di un lago comparso dal nulla nella periferia di Roma (se cercate in rete troverete facilmente tutti i dettagli).

Giustamente il regista ha caratterizzato il video come un vero e proprio documento che mostra i luoghi e il contesto della canzone, oltre ai due gruppi che si sono uniti per raccontare questa storia incredibile (e, incredibilmente, almeno per ora, con un lieto fine).

Di Assalti frontali e de Il muro del canto vi avevo parlato in passato (qui, qui, qui e anche qui), ma questo video, e questa canzone, sono per me particolarmente commoventi perché tutto quanto narrato è successo nel quartiere dove sono cresciuto.

Casa mia.

La lotta continua.

ASSALTI FRONTALI “Lampedusa lo sa”, 2011, Daje forte daje rec.

“Benvenuti gli immigrati
benvenuti i rifugiati
benvenuti”

Nell’incipit di questa bella canzone degli Assalti frontali (tratta dal loro ultimo lavoro, davvero molto riuscito, intitolato “Profondo rosso“) c’è l’esempio paradigmatico di tutto quello che ha perso la sinistra negli ultimi 30 anni e di quanto abbia modificato le sue rotte dagli ambiti che le sarebbero propri.

Vado dicendo da tempo che le elezioni non le vince chi le vince, ma le vince chi riesce a determinare e controllare quella che possiamo chiamare la cultura dominante, cultura alla quale è necessario che i partiti si adeguino per sperare di avere dalla propria parte la maggioranza (fosse anche solo relativa) di coloro che vanno a votare.
Al martellamento mediatico che (in vari campi, ma qui analizzeremo solamente quello relativo all’immigrazione) ha portato a far si che un fenomeno così complesso e sfaccettato come quello delle tante persone che vengono a cercare fortuna in Europa venisse ridotto a problema di ordine pubblico, sicurezza e criminalità, la (sedicente) sinistra di governo ha risposto non negando alle radici il problema, ma accettandolo come tale e promettendo migliore capacità di gestione rispetto alla destra.

Scelta suicida.

Perché anche gli elettori più ingenui sanno che la destra è bravissima a fare le cose di destra (per quanto siano diventati piuttosto bravi anche i nostri democratici a “fare” e “pensare” come i loro colleghi destrorsi).

Quello che non è stato fatto in tutti questi anni è stato invece affermare, in direzione ostinata e contraria, come ci suggeriva De Andrè, ragioni diverse ed alternative a quelle dominanti.

Tra i pochi ad aver provato a tenere alto il pensiero (un pensiero) di sinistra in Italia troviamo spesso artisti di varia estrazione, tra i più lucidi c’è spesso Militant A (leader, fondatore e autore dei testi degli Assalti frontali) che nel raccontare uno tra i tanti drammi accaduti in prossimità dell’isola di Lampedusa ci ricorda alcuni concetti che, a pensarci un attimo, dovrebbero essere di puro buon senso.
Gli immigrati sono innanzitutto persone, esseri umani che meritano trattamenti adeguati. Sono persone che si prendono enormi rischi nel ricercare per se e per i propri cari una vita dignitosa e un po’ di fortuna. Persone che sono costrette dalla legislazione vigente ad affrontare rischi assurdi per fare una cosa semplice e necessaria come provare a sopravvivere lì dove è possibile.

Mi lascia sempre stupito come l’Italia, un paese che ha visto centinaia di migliaia dei suoi cittadini andarsene a cercar fortuna altrove (io, nel mio piccolo, ho due zii, fratelli di mia madre, che negli anni ’50 si trasferirono in Brasile), abbia rimosso completamente questo suo status, abbia dimenticato anche quanto siano stati maltrattati i nostri connazionali, abbia dimenticato anche quanti problemi abbiano creato alcuni dei nostri emigranti, e sia diventata alfiere di respingimenti e, soprattutto, di una visione dell’immigrato che non è più una persona, ma solo una minaccia (ancora prima di aver messo piede in Italia e ancor prima di avere un volto e un nome).

Tutto questo grazie alla progressiva spersonalizzazione che ha trasformata uomini e donne con storie articolate e complesse in generici clandestini (la parola magica che si è imposta nel lessico nostrano).

E’ compito necessario di chi ancora riesce a pensare ricostruire la realtà delle cose e narrarla in maniera tale da, forse, col tempo, riportare questo paese a quote più normali. E sarebbe compito di una sinistra degna di questo nome impegnarsi in questo senso.

In questa splendida canzone (nonostante gli arrangiamenti un po’ troppo pop per i miei gusti, amo moltissimo l’utilizzo dei campionamenti che si faceva anni fa nel rap, con tutto il colore e il calore che trasmettevano rispetto a questi suoni un po’ plasticosi che le famigerate leggi a difesa del diritto d’autore ci hanno costretti a subire…) Militant A ci racconta un dramma vero con parole umane e non iper-ideologizzate.
L’evento narrato risale a parecchi mesi fa, ma tanto sono frequenti e ripetuti in quei lidi che sembra scritto ieri (o domani), e se qualcuno si fermerà ad ascoltare il pezzo con attenzione non potrà non commuoversi (ovvero tornare ad essere umano, cosa che i racconti fatti dai vari TG o, peggio, dai responsabili del governo, evitano con cura e attenzione).

E alla fine, l’unica seria, razionale ed umana parola d’ordine su questa questione resta quella indicata da Militant A:

“Benvenuti gli immigrati
benvenuti i rifugiati
benvenuti”

MEG “Meg”, 2004, BMG

Seguo Meg dal suo esordio all’interno dei 99 Posse (nella seconda metà degli anni ’90) e subito mi sorprese la personalità con la quale si inserì all’interno del gruppo: nonostante la bravura, il carisma e l’imponenza di Luca O’Zulù, fin dall’inizio Meg fu molto più che una seconda voce (o una corista), subito si impose come il suo alter ego sul palco e nei dischi a pari livello e pari intensità.
Questo suo esordio solista l’avevo piuttosto sottovalutato, vuoi per il singolo (bello ma non certo il brano più riuscito del disco) vuoi per le critiche non straordinarie. L’ho riscoperto solo oggi e l’ho trovato un lavoro bellissimo.

Meg canta con il suo personalissimo stile (quelle sillabe scandite con precisione una ad una a sottolineare il ritmo del canto…) e alla sua voce sono affidate le melodie dei vari brani (quasi tutti scritti da Meg stessa), ad accompagnarla archi e fiati (a loro è affidata, quando serve, l’armonia), glitcherie elettroniche (a decorare il tutto con curatissimi arabeschi) e percussioni a costruire e spezzare i ritmi. Vesti essenziali per canzoni che dal lato compositivo sono di tutto rispetto (melodie affascinanti e testi che ben mescolano aspetti onirici con aspetti autobiografici).
Il grande difetto di questo disco (se di difetto si può parlare) è qualche bjorkismo di troppo (a cominciare persino dalla copertina), ma è una critica abbastanza facile da smontare. Innanzitutto non è certo colpa di Meg se Bjork è stata una delle artiste più seminali emerse negli anni ’90, capace di indicare inedite strade alla musica pop e alla vocalità femminile, e il fatto che Meg assuma (anche) Bjork (soprattutto la Bjork dalle parti di “Vespertine“) come riferimento nulla toglie alla qualità delle singole canzoni e delle sue performance, anche perché qui non si copia nulla ma, come sempre succede di fronte a certi grandi della musica, semplicemente entrano a far parte del bagaglio culturale di molti (e anche di Meg) un insieme di tecniche e modus operandi e, inevitabilmente, accade che i semi gettati tra i vulcani dell’estremo nord germoglino un po’ ovunque e diano frutti saporiti anche sotto il meridionalissimo Vesuvio. Rispetto all’artista islandese Meg mette nel calderone (forse anche inconsapevolmente) l’amore tutto italiano per la grande canzone melodica che dona ai pezzi una vena umana e un calore che non sempre gli artisti del nord-Europa sanno esprimere.
Forse chi si aspettava testi più barricaderi può essere rimasto deluso dalla mancanza di anthem protestatari o denunce contro il potere, a me invece fa piacere trovare una artista capace di raccontare il proprio mondo interiore in un interessante (e acuto) dialogo col mondo esterno in maniera tale da svelarci contemporaneamente qualcosa di sé e qualcosa di noi.

Tra i momenti più alti del disco segnalo gli ottoni iper-energetici della seconda parte di “Puzzle” (come unire una big-band entusiasta all’elettronica più delicata), le sofferte melodie di “Parole alate” e “Audioricordi” (splendide interpretazioni, note preziose, elettroniche puntuali e originali, archi intensi, vibrazioni dritte al cuore), “Elementa” (ancora archi deliziosi a supportare voce ed elettroniche, testo interessantissimo nel suo raccontarsi/raccontarci la nostra inaudita complessità), “Olio su tela” messa in apertura del CD a mettere subito in chiaro lo spessore e le altitudini del disco con le sue ritmiche a spezzare, gli archi a ricucire, le tastiere a tessere ricami, le parole a dimostrare come si possa parlare di questioni socialmente rilevanti senza necessariamente fare ricorso all’invettiva esplicita, e, ultima non ultima, la sua voce ad accompagnarci con energia, decisione e dolcezza.
Qualche perplessità invece per le distorsioni e le velocità di “Sopravvivi” (si poteva osare qualcosina di più anche perchè il testo, essenziale e mirato, se lo meritava e l’arrangiamento subsonico prometteva molto), probabilmente questo è uno di quei brani che dal vivo, con volumi adeguati e l’inevitabile sporcizia, trovano la loro migliore consacrazione.
Sono due le canzoni che si distaccano dal mood generale: “Senza paura“, brillante remake di una cover a suo tempo interpretata da Ornella Vanoni e firmata Toquinho, Vinicius De Moraes e Sergio Bardotti , dove una ampia pattuglia degli Elii la affianca (senza mai rubargli la scena, grandi ANCHE in questo) in una festa carioca che apre nuovi orizzonti alle capacità espressive della stessa Meg, e “Invisible ink” dove invece ci si sposta su atmosfere da jazz-song fumosa, si parla inglese e, a mio parere, si paga pegno ad un certo provincialismo culturale che attraversa la musica pop e la porta spesso a cercare legittimazione attraverso il contatto con generi ritenuti (non so quanto a ragione) più nobili, ma il brano è comunque dignitoso e piacevole (e Meg è sempre brava anche in questa veste).

Ben fatto.

http://m-e-g.it

UOCHI TOKI “Libro audio”, 2009, La tempesta dischi

Cinici. Senza alcuna pietà. Approfonditi. Acuti. Presuntuosi. Forse sinceri. Forse arroganti. Ma soprattutto intelligenti.

Rico e Napo, i due Uochi Toki, si potrebbero definire tecnicamente come un duo di rapper padani, ma se pensate a Fabri Fibra, ai Club Dogo o a Mondo Marcio state andando enormemente fuori strada.

Partiamo dalla musica: niente campionamenti, niente funky, nessuna negritudine. Solo una specie di avant hip-hop astratto pieno di rumore e distorsioni che non concede tregua agli ascoltatori, con una ritmica ostinata e implacabile (uniche, relative, eccezioni “Il nonno, il bisnonno” e “Il ladro” dove la tensione musicale si abbassa leggermente e l’ascolto è un pochino facilitato).
Lo stile di Napo è lontanissimo dall’enfasi e dai modi dei rapper classici. Ci mitraglia addosso le sue liriche seppellendoci (letteralmente) di affermazioni e pensieri senza mai darci il tempo di respirare. Nessun ritornello a placare il climax ma sempre, e solo, musica e parole che non ci consentono alcuna pausa.

L’uso ossessivo della prima persona sembra accomunarli alle classiche modalità espressive dell’hip hop, ma, rispetto a gran parte dei rapper americani e ai più famosi rapper nazionali, viene a mancare completamente la componente mega-auto-referenziale condita con ego ipertrofici che sembra essere la cifra stilistica principale di questi artisti, continuamente focalizzati su se stessi, sul proprio essere in lotta col mondo, sul loro essere speciali, particolarmente sfigati o particolarmente bravi. Qui si raccontano storie da un punto di vista strettamente soggettivo (anche se non è affatto detto che l’io narrante sia realmente autobiografico), ma l’ambizione è quella di raccontare ciò che c’è fuori e ciò che si vede. Anche le proprie esperienze vengono narrate in funzione di un confronto con gli altri alla ricerca di una qualche sensatezza in un mondo che di senso ne offre molto poco (azz… ho quasi parafrasato Vasco Rossi…).


I testi raggiungono vette assolute. Dal loro punto di vista, orgogliosamente provinciale ed extra-urbano, i nostri ci raccontano piccoli e grandi (ma soprattutto intense) esperienze interpersonali unite a sguardi più generali sul modus vivendi dei loro coetanei e dell’umanità in generale.

E non ci perdonano.

Se la prendono con tutti quelli che lo meritano con una particolare avversione per i luoghi comuni e l’agire delle persone (particolarmente quelli della loro stessa generazione) non guidato da ragionamento e volontà ma semplicemente adeguato a quelle che sarebbero le mode, le consuetudini o le ideologie dominanti (e vanno ancora più pesanti con le piccole omologazioni di nicchia, che, in quanto, comunque, omologazioni, hanno sostanzialmente la stessa negativa valenza delle altre, con l’aggravante, spesso, di essere accompagnate da una convinzione di presunta superiorità, tipica delle culture dei sottogruppi piccoli o piccolissimi).
Ma attenzione, il loro non è mai qualunquismo, sanno sempre spiegare il perché e il percome certe scelte siano sbagliate e spesso propongono altri modi di intendere l’esistenza e li contrappongono, con argomenti validissimi, all’ostinato intrupparsi di quello che qualche saggio chiamava il popolo bue.
In tutto questo spicca una visione lucidissima dello stato delle cose, sincera fino alla brutalità, diretta fino all’offesa, onesta fino all’autolesionismo, convincente fino all’evidenza.
Certo, qua e la c’è un certo compiacimento nell’utilizzare termini tecnici più o meno sconosciuti ai più e, in generale, c’è la ricerca di un vocabolario raffinato e la scelta di inserire nei loro testi parole non comprensibili a tutti (platelminti, nematodi, spazi lobachevskiani…) anche se spesso non se ne avverte la necessità. Ma sono peccati veniali dovuti ad un minimo di narcisismo inevitabile su queste lande.

Questo loro ultimo lavoro prosegue nel solco dei loro dischi precedenti e forse non aggiunge molto a tutto ciò che riguarda le qualità del duo. Forse non è neanche troppo innovativo e, bene o male, è il classico (il solito ?) disco degli Uochi Toki.
Ma di questi lavori, di queste profondità, di questo sguardo dentro l’abisso, questo paese ha un disperato bisogno.

Un disco di sostanza in un mondo (musicale e non solo) ormai dominato dalla fuffa.

http://www.myspace.com/uochitoki

ROY PACI & ARETUSKA “Parola d’onore”, 2006, V2 records

Ricordo benissimo la prima volta che vidi Roy Paci & Aretuska dal vivo: era, credo, il 2002 e non avevo mai sentito nulla di loro, ma andai lo stesso fidandomi delle buone critiche lette sulle riviste specializzate e (soprattutto) dell’eccellente e trasversalissimo pedigree del trombettista siciliano (non poteva non incuriosirmi chi aveva militato in due gruppi così diversi come i Mau Mau e gli Zu). Il concerto fu bellissimo, trascinante e divertente, ben suonato e molto curato nella messa in scena (dai vestiti in stile gangster ai vari siparietti con la band che si succedevano sul palco). Su tutto una esilarante ” ‘U mercatu” (sorta di versione surreal-siculoide di “Alla fiera dell’est“) che mandò in visibilio il pubblico del Villaggio Globale (il centro sociale romano che ospitò l’evento).
Nei giorni seguenti, giustamente entusiasta, si sprecarono le segnalazioni che feci ad amici e parenti per suggerirgli/invitarli/costringerli ad andare a vedere i loro concerti.
Viceversa quando, mesi dopo, comprai il loro album d’esordio (“Baciamo le mani“, 2002) rimasi assai deluso: il gruppo che sentivo su CD era imparagonabile a quello goduto dal vivo, troppo pulito, troppo elegante. I brani che dal vivo mi avevano entusiasmato suonavano decisamente troppo mosci (fermo restando che il disco risultava comunque carino e godibile). Identica impressione, sostanzialmente, me la diede pure il secondo loro lavoro (“Tuttaposto“, 2003).
Mi ero pertanto disinteressato al loro terzo lavoro.


Qualche settimana fa però l’ho visto a 6,90 eurotti (i dischi costano meno di quanto si crede e si fa credere…), non ho resistito e l’ho preso. Con mia felice sorpresa ho potuto ascoltare un disco di ottimo livello, interpretato da ottimi musicisti e, soprattutto, ben prodotto che ci restituisce questo gruppo al meglio delle sue possibilità e che può rivaleggiare con i loro set live (che in ogni caso sono da considerarsi imperdibili). Il disco testimonia una ottima vena compositiva (quasi ogni brano è un potenziale singolo) e una parallela, e credo non casuale, diminuzione delle cover unita ad una discreta varietà nelle scelte degli arrangiamenti (fermo restando il marchio di fabbrica che, come si evince dal nome della band, fa dello ska e dei ritmi in levare i suoi punti di riferimento). Rispetto al recente passato troviamo una maggiore enfasi per i ritmi centro-sud-americani e una maturità impressionante nell’uso della tromba che gigioneggia solo quando è il caso sapendosi perfettamente dosare in tutti gli altri momenti (la tecnica di Paci, ovviamente, non è mai stata in discussione).
Tra i brani più riusciti segnalo l’iniziale “Superreggae stereomambo“, molto vicina alle atmosfere contaminatissime tipiche dei Mau Mau (Roy ? ma perché li hai lasciati ?), la notissima “Viva la vida“, in doppia versione, normale e accelerata, la splendida “Boca dulza” dove si incrociano Caraibi, Medio Oriente ed Europa in un mid-tempo dal ritornello killer e dalle armonie sopraffine, la divertente e vagamente retrò “Up and down” dalle rime follemente baciate (e provate, se ci riuscite, a rimanere fermi mentre l’ascoltate), il bel reggae “Anna“, quasi-preghiera laica con brillanti backing vocals femminili e una tromba di straordinaria dolcezza, il sorprendente funk anni ’70 di “Fela Kuti aye!
Di loro ho sempre apprezzato il modo leggero-ma-anche-no che hanno nel trattare la loro sicilianità (lo ska classico ma trascinante di “Nesci lu suli“, la finta retorica deanmartiniana di “Pizza e sole“) e gli inevitabili riferimenti alla mafia o alle questione sociali: in questo disco vanno obbligatoriamente segnalati l’ottima “Gasterbeiter” sul tema dell’emigrazione di ieri e di oggi (e la memoria corta degli italiani…) dove lo ska incrocia/incontra il rap e “What you see is what you get” ritratto senza ipocrisie di certa emigrazione nostrana.

Un inciso particolare per la traccia numero 7, “Malarazza“.
E’ davvero misterioso il destino di canzoni come questa. Scritta da Domenico Modugno eoni fa non mi era MAI capitato di ascoltarla fino a qualche mese fa (e non essendo proprio di primo pelo vi assicuro che di musica ne ho ascoltata tanta…). Ora, improvvisamente, prima la scopro grazie alla versione fatta da Ginevra Di Marco nel suo ultimo album e subito dopo la ritrovo in questo disco. E’ una scoperta piacevolissima che ci conferma la statura di un autore forse non ancora sufficientemente riscoperto, ma rimane il mistero su chi l’abbia nascosta per tutti questi anni (e ringrazio coloro che l’hanno liberata).

Vulcanico e frizzante.