BIS [2016]

Mi capita spesso di ascoltare eccellenti dischi di artisti, o scene musicali, dei quali ho già parlato in passato. Dischi che non aggiungono nulla di particolare a quanto già scritto, e che quindi non meriterebbero un ulteriore post su queste pagine (sarei costretto a riesprimere gli stessi concetti già espressi in precedenza), ma che, allo stesso tempo, sono lavori davvero belli, lavori che se li avessi conosciuti prima sicuramente sarebbero stati citati nei post in questione.
Ho deciso pertanto, a partire da questo ormai terminale 2016, di dedicare a tutti questi dischi una sorta di post riassuntivo (a scadenza annuale) per segnalarveli rapidamente e non farli cadere nell’oblio (sia chiaro, parlerò di dischi che ho ASCOLTATO nel 2016 non necessariamente di dischi USCITI nel 2016).


Iniziamo questa rubrica citando il 17° volume della serie “Éthiopiques ” (ve ne parlai qua) dedicato alla incredibile voce di Tlahoun Gèssèssè, un disco paradigmatico di tutto il fenomeno di cui vi parlai, caratterizzato da ottime canzoni splendidamente eseguite e con protagonista il cantante che più di tutti veniva considerato, non a torto, il migliore in Etiopia in quegli anni. Uno dei must have di tutta la serie.

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Passiamo ora ad un quadruplo (!) CD contenente 6 LP di Ravi Shankar (cliccate qua per leggere come lo ricordai in occasione della sua morte) relativi ai suoi esordi discografici (parliamo di un periodo che va dal 1956 al 1962). Intitolato semplicemente “Six classic albums” è un gioiellino che spicca per la qualità della musica contenuta, per l’ottimo livello delle registrazioni (incredibile come suonino bene certe incisioni d’epoca, a dispetto di quello che si potrebbe pensare) e per il costo decisamente (per non dire ridicolmente) basso. Tutta roba imperdibile per chi ama la musica classica indiana (e dentro ci trovate pure il maestro delle tabla Allah Rakha). Peccato per il libretto non all’altezza, ma credetemi che non vi pentirete dell’eventuale acquisto

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Due parole anche su “Lost and found” atto (forse) conclusivo dell’epopea del Buena Vista Social Club (ci andai in fissa anni fa e ve ne parlai ripetutamente in questo e quest’altro post). Realizzato con tagli, ritagli e frattaglie (frammenti live, scarti dalle registrazione dei tanti dischi usciti, session improvvisate, registrazioni di progetti abortiti…) sarebbe potuto essere il punto debole di tutta l’operazione e invece, lo ammetto, con mia sorpresa, risulta essere un disco bellissimo che può del tutto competere in bellezza ed eleganza (e cuore) con tutta la produzione curata dalla World Circuit. Un disco che vi suggerisco di non sottovalutare e che mi sta regalando ottimi momenti.

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Continua l’epopea dei cofanettoni di classica (ve la ricordate ? qui e qui ciò che vi raccontai). Quest’anno mi sono particolarmente dedicato al recupero di materiali della storicissima etichetta Archiv (sub-label della Deutsche Grammophon) che ha raccolto in alcuni cofanetti sue incisioni, soprattutto relative agli anni ’80. Tra queste segnalo, anche per il prezzo che, se si sa cercare in rete, può essere davvero conveniente, quello intitolato “Concertos & orchestral suites” dedicato a Johann Sebastian Bach ed eseguito dall’English Concert diretto da Trevor Pinnock. Al suo interno 8 CD con una serie incredibile di capolavori (dai Concerti Brandeburghesi alle Orchestral suites passando per i Concerti per clavicembalo, quelli per violino e quelli per varie altre strumentazioni) registrati benissimo e suonati divinamente. Vi serve sapere altro ?

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Segnalo poi le conferme di artisti quali:

– i Boards of Canada (ve ne parlai qua) che con il loro “Tomorrow’s harvest” realizzano un album particolarmente raffinato e godibile

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Antonella Ruggiero (leggete qua e qua cosa scrissi) che nel suo “L’impossibile è certo” trova modo di arricchire il suo repertorio con canzoni di buon (a volte ottimo) livello, impreziosite dalla sua voce sempre splendida e oramai a livelli interpretativi semplicemente stellari

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Fabio Orsi (qui l’articolo a lui dedicato) che continua a stupirmi con un altro gioiellino, il triplo (!) “The new year is over“, progetto davvero riuscito con la sua elettronica ambient avvolgente e mai banale

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Arturo Stalteri (anche di lui vi parlai in questo post) che torna con un disco di suoi lavori, intitolato “Préludes“, che si posiziona tra le sue migliori opere di sempre segnando una notevole maturità compositiva

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Brian Eno (di lui ho parlato spessissimo, ad esempio qua e qua, ma anche qua e qua) che con “The Ship” realizza un’opera ambient per molti versi particolare e particolarmente riuscita (ma lui è una garanzia)

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Catherine Christer Hennix, compositrice di culto, ve ne parlai per questa opera spettacolare, che, con il suo progetto Born of six (insieme ad Amelia Cuni e Werner Durand), ha realizzato un bellissimo disco, “Svapiti“, con sonorità un po’ a metà strada tra Prima Materia, i raga indiani e il minimalismo estatico di LaMonte Young e Terry Riley, registrazione che non suona mai scontata e stupisce ed illumina ad ogni ascolto (quando gli artisti centellinano le uscite, fatalmente il livello medio cresce a dismisura)

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tanto vi dovevo

Buon Anno (ricco, vi auguro, di buona musica)

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INTI-ILLIMANI “Amar de nuevo”, 1999, EMI Odeon Chilena

Questo disco andrebbe fatto ascoltare forzatamente a Lucio Dalla, Roberto Vecchioni e, soprattutto, a tutti quei giornalisti, pseudocommentatori, tuttologi et similia che ormai da 30 anni tengono inchiodati gli Inti-Illimani ad un passato che (ammesso pure che sia esistito) è scomparso da un’infinità di tempo.
Nelle brevi note del disco gli Inti scrivono che questo disco è un omaggio alla “musica criolla latinoamericana” e al suo enorme patrimonio cruciale per l’identità culturale del loro continente.
E non ci sarebbe da aggiungere altro.
Ma io sono logorroico e qualcosa voglio sottolineare.

A dispetto di tutti coloro che pensano/lasciano credere che questo gruppo sia la banale somma della musica tradizionale andina con la canzone politica va ricordato che, praticamente fin dagli esordi, hanno guardato a tutta la tradizione popolare (antica e moderna) dell’intero continente. Un esempio eclatante è uno dei loro primissimi lavori (1969) dedicato alla rivoluzione messicana tutto costruito su brani tradizionali di quel paese.
Ma è durante il periodo dell’esilio che, lentamente ma inesorabilmente, iniziano a scrivere e suonare brani che nulla hanno a che spartire con la tradizione andina e che guardano molto oltre, in particolare sempre all’America Latina ma non mancano riferimenti alle tradizioni europee. Esempi del primo tipo sono stati “Samba landò” (1979) o “Un son para Portinari” (1981), del secondo “Danza” (1981) o “Danza di Cala Luna” (1985). In un processo di apprendimento senza fine, disco dopo disco, tour dopo tour, il vocabolario del gruppo si è allargato sempre più fino a comprendere un po’ tutta la storia musicale centro e sud-americana.
Inevitabile a un certo punto fare un intero disco dedicato ad alcuni di questi mondi mostrando sia la straordinaria capacità compositiva ed esecutiva (definirli eclettici è decisamente riduttivo) sia una maturità (oserei dire) ideologica di una modernità stupefacente (e molto più avanti di quella dei loro detrattori, ancora congelati, di fatto, negli anni ’70).

Amar de nuevo” è il capolavoro summa di tutte queste esperienze. Un disco che in Italia è circolato pochissimo (e solo grazie alla testardaggine dell’agenzia Pindaro che ha provato a portarlo nei negozi) sempre per il consueto ostracismo delle case discografiche verso quei prodotti che scartano di lato e rischiano di cadere.
Contiene 11 brani che attraversano in lungo e in largo l’America Latina, regalandoci alcune canzoni eccellenti e tra le più belle di sempre (la cumbia irrefrenabile di “La fiesta eres tu“, il bolero languido di “Esta eterna costumbre” e quello amaro de “La indiferencia” con gli archi a consolarci dolcemente per le inevitabili pene d’amore, “Antes de amar de nuevo” dai cori impeccabili, il ritorno in Messico dell’intenso “Corrido de la soberbia“, il landò di “Negra presuntuosa“, il valzer allegro di “El faro“, la cueca “La negrita” dal vibrante violino).
Per l’occasione hanno anche utilizzato in studio strumenti (relativamente) inusuali per loro a partire da un’ampia sezione di archi (anche se, a onor del vero, esiste un disco degli Inti costruito integralmente con l’ausilio di un’intera orchestra) passando per la tromba di Cristian Muñoz arrivando al clarinetto di Efren Viera e ai sax e ai flauti traversi di Pedro Villagra (che purtroppo dopo questo disco lascerà il gruppo).
Gran parte dei testi sono realizzati da quel gigante della cultura cilena (e non solo) che è Patricio Manns per un disco che, comunque lo si guardi, rifulge di bellezza genuina e i cui peccati sono veniali (in particolare le voci non sempre intense ed espressive al punto giusto, si avverte la mancanza di Josè Seves).

E’ solo per l’ansia modaiola che percorre anche la cosiddetta world music che tutti i critici si inchinano (doverosamente) a Ibrahim Ferrer nel momento in cui (2007) dedica il suo ultimo disco al suo amato bolero e gli stessi ignorano bellamente questo lavoro uscito parecchi anni prima e che si muove (benissimo e con grande classe) su coordinate analoghe.
Entrambi atti di amore per generi musicali che nella gran confusione sessantottina erano stati messi da parte accusati di essere troppo commerciali e che ora (seppur tardivamente, come scrivono gli stessi Inti) si sente l’urgenza di far tornare al posto che gli spetta.

Credetemi se vi dico che senza questi ritmi la vita è più triste.

COFANETTI D’OCCASIONE

Dopo molto tempo torno a segnalarvi alcuni CD dal grande valore artistico e dal basso prezzo (pubblicità progresso).

1) Ho pagato poco meno di 20 euro la nuova edizione in 4 cd, pubblicata dalla sua Orange Mountain Music, di “Music in twelve parts” di Philip Glass. Trattasi, per chi non lo sapesse, di uno dei capolavori del minimalismo storico, un lungo lavoro (oltre 3 ore….) avvincente e ipnotico la cui bellezza negli anni non ha perso smalto ne vigore. La versione di questo cofanetto è stata registrata dal vivo nel 2006 a Rovereto ed è eseguita, davvero molto bene, dall’attuale formazione del Philip Glass Ensemble (al cui interno troviamo peraltro alcune vecchie glorie quali Jon Gibson e Richard Peck oltre alla inossidabile coppia Philip Glass / Michael Riesman).
Rispetto alla storica incisione pubblicata dalla Virgin eoni fa (prima, in vinile, solo le prime 2 parti, poi, negli anni ’80, un cofanetto in digitale con l’opera completa) mi sembra di poter dire che l’esecuzione sia leggermente più morbida e meno rigida di quella d’epoca (quando il gruppo di Glass era una macchina da guerra implacabile), ma lascio a voi la decisione su quale sia la versione meglio riuscita. La cosa certa è che quest’opera è tornata finalmente disponibile e ad un prezzo assolutamente accettabile. Confezione spartana (nessuna foto…) e immagine di copertina che, seppur aderente al contenuto musicale, non regge il confronto con la bellissima cover realizzata da Sol LeWitt nei magici ’70.

2) Con qualche euro in meno ho comprato un cofanetto di 10 (dieci!) cd intitolato “El tango. Pasiòn y emociòn” edito dalla misteriosa (per me) Membran music. Trattasi di una mega-antologia che raccoglie registrazioni degli anni ’30, ’40 e ’50 di brani di tango argentino realizzati da alcuni dei più noti interpreti di questo genere musicale. E’ possibile quindi ascoltare orchestre, ormai celeberrime, come quelle capitanate da Francisco Canaro, Anibal Troilo, Carlos Di Sarli, Edgardo Donato e chi più ne ha più ne metta (manca all’appello Carlos Gardel, di cui parlai tempo fa, che, rispetto al contenuto di questo cofanetto, dava una interpretazione più intimista del tango e, probabilmente, sarebbe stato comunque fuori luogo).
Ogni disco contiene una ventina di canzoni e dura circa un’ora per un ascolto che lascia interdetti per l’alta qualità delle composizioni e delle interpretazioni (per ora ho ascoltato solo i primi quattro cd, ma devo immaginare che anche i rimanenti siano sullo stesso livello). E’ evidente come non tutte le incisioni siano dello stesso livello, e, in particolare, quelle più recenti mostrano una preoccupante tendenza allo sfoggio di virtuosismo che è invece, fortunatamente, assente nelle registrazioni più antiche, ma il livello medio dei pezzi è davvero notevolissimo. Uno scrigno contenente tesori sicuramente sottostimati in questa Italia distratta e sempre più preda del (falso) fascino del nuovo-nuovo. Anche qui la confezione è essenzialissima, ma il godimento degli ascolti supplisce alla mancanza di note tecniche e di un decente apparato iconografico. Da segnalare come i brani più famosi siano presenti in svariate esecuzioni, spesso significativamente diverse, in modo da poter vedere alcune canzoni da diverse angolature (da questo punto di vista “La cumparsita” è la canzone dominante essendo presente quasi in ogni cd…).

Ci sarebbe qui da aprire una parentesi (e infatti la apro) su come lo scadere dei diritti d’autore stia liberando moltissima musica della prima parte del secolo scorso che, finchè i diritti sono stati in vigore, è rimasta pressochè nascosta e non ascoltabile vuoi perché chi deteneva i diritti non la riteneva commercializzabile (presunte basse prospettiva di vendita con relativo basso ritorno economico), vuoi perchè, a volte, proprio non si riusciva a sapere chi fosse a detenere i diritti sull’opera (e nel dubbio nessuno si azzardava a ristamparla). Adesso (finalmente!) si stanno moltiplicando le case che recuperano (spesso a partire dagli originali 78 giri) questi gioielli e li rendono nuovamente disponibili all’acquisto e (soprattutto) all’ascolto.

Ci sono cose che non hanno prezzo, altre che lo hanno troppo alto. Fortunatamente la grande musica si può spesso acquistare a costi contenuti, basta guardarsi un po’ intorno.

BUENA VISTA SOCIAL CLUB presents, 1999-2007, World circuit

Subito dopo il successo mondiale e la consacrazione dei suoi componenti il cosiddetto “Buena Vista Social club” si è sciolto o, per essere più esatti, ognuno dei suoi componenenti ha ripreso, moltiplicata all’ennesima potenza, la sua attività di musicista solista.
Parallelamente la World circuit ha fatto seguire al pluripremiato cd collettivo una serie, che col tempo è diventata piuttosto nutrita, di cd intitolati ad alcuni dei singoli componenti caratterizzandoli con il marchio, a questo punto famosissimo, “Buena Vista Social Club presents“. Devo ammettere la mia diffidenza e il mio scetticismo. Temevo che, pur di sfruttare l’onda lunga del successo, si pubblicassero lavori approssimativi, fatti senza il trasporto, la cura e l’amore per la musica cubana, che avevano caratterizzato il primo disco. Mi sono avvicinato perciò a questi lavori con circospezione e senza particolari aspettative e, devo ammettere, i fatti hanno decisamente smentito le mie paure.
Me ne sono passati molti tra le mani (forse tutti) e posso tranquillamente affermare che il giudizio è globalmente molto positivo.
Ho ascoltato i 3 album solisti di Ibrahim Ferrer, i 2 di Ruben Gonzalez, i 2 di Omara Portuondo, quello del trombettista Manuel “Guajiro” Mirabal, quello del contrabassista Orlando “Cachaito” Lopez e in tutti ho riscontrato una squisita produzione, un’ottima scelta dei musicisti, una altrettanto ottima scelta delle canzoni.

Per le canzoni non era difficile: ognuno di questi dischi (con l’eccezione forse di quello di Cachaito) va infatti a pescare nell’immenso repertorio della musica cubana dello scorso secolo e c’era solo l’imbarazzo della scelta. Ma resta il fatto che chi si è dedicato a questa attività (credo, in primis, gli stessi titolari dei dischi) ha dimostrato seria e approfondita conoscenza di questa musica e ottima capacità di selezionare i brani più significativi (o, perlomeno, alcuni di essi). I musicisti, bene o male, sono sempre i soliti e questo ha garantito sia la qualità, chi conosce il disco-madre o ha visto il film di Wenders sa di cosa parlo, sia una certa uniformità di stile (e di sonorità) tra i vari dischi, come se fossero, come effettivamente sono, non progetti diversi ma manifestazioni diverse di un medesimo progetto.
Le esecuzioni sono calde, appassionate. Si sente che chi suona ama la musica che sta suonando, nessuno sembra ragionare come un session-man ma tutti danno il massimo e, contemporaneamente, si divertono un mondo a suonare queste canzoni alle quali sembrano essere legati da un affetto profondissimo (per inciso: prima o poi bisognerà approfondire i vantaggi e le caratteristiche di una musica tramandata oralmente, da maestro ad allievo, secondo consuetudini apparentemente antiche ma, probabilmente, più interessanti dei metodi utilizzati nell’Occidente tardo-capitalista dove l’ambizione e il desiderio di essere autori sono alquanto sovradimensionati…).

La produzione è anch’essa legata ai soliti nomi (Ry Cooder, Nick Gold, Demetrio Muniz, Juan De Marcos…) e garantisce la qualità dell’incisione e di tutti gli aspetti tecnici insieme ad una cura davvero notevole per gli aspetti musicali (arrangiamento e orchestrazioni in primis, ma anche l’atmosfera che si respira nei dischi, la capacità di lasciar andare liberamente musicisti così valenti).
I dischi suonano molto molto bene (con un plauso particolare per la resa dei bassi) e, a dispetto dell’età di gran parte degli esecutori, tutto è fresco e moderno in una unione perfetta tra tradizione e tecnologia. Le confezioni, le copertine e i libretti interni dei CD sono estremamente curati e, in buona sostanza, si rasenta la perfezione in un progetto che poteva facilmente scivolare in dischi tirati via tanto per guadagnare.
Se proprio vogliamo trovare un difetto va forse ricordato come tutti questi dischi, anche quelli che sono stati pubblicati oltre 7 anni fa, continuano ad essere commercializzati a prezzo pieno, forse sarebbe ora che scendessero a prezzi più consoni.

Naturalmente ogni interprete caratterizza il suo disco in base al suo modo di sentire queste musiche. I lavori di Gonzalez sono raffinatissimi e sfiorano spesso e volentieri le libertà jazzistiche, il primo e il (bellissimo) secondo di Ferrer sembrano voler ricapitolare la storia del son e dei tanti ritmi cubani mentre nel terzo (uscito postumo) emerge meglio il suo ruolo di interprete confidenziale eseguendo alcuni meravigliosi boleros, il disco di Mirabal invece ci riporta dentro al Tropicana degli anni ’40 e ’50 con un disco festosamente pirotecnico (incredibile per un ultra-settantenne…), in quello di Lopez la voglia di comporre è molto pronunciata ed è il disco dove l’improvvisazione para-jazzistica è più evidente, i due della Portuondo spiccano per l’eleganza e l’attenzione all’interpretazione tanto misurata quanto emozionante, con un uso delicatissimo degli archi e dei cori che, quando presenti, sembrano accarezzarci con la cura di un’amante sopraffina.

Tutti rari esempi di come si possa coniugare perfettamente l’adesione a determinati stilemi musicali senza per questo rinunciare alla propria personalità di musicisti.

Sarebbe bello se alla chiusura del progetto tutti questi lavori venissero raccolti in un unico cofanetto, a sottolinearne la compattezza e le affinità.

www.worldcircuit.co.uk

CARLOS GARDEL “Déjà vu golden collection”, 2006, Recording arts

Non sono un esperto di tango, incomincio solo adesso a scoprire questo universo che tanti amanti annovera. Di Gardel so solo che è da sempre considerato l’uomo che ha incarnato il tango alla massima potenza. Sono rimasto folgorato, casualmente, da questa musica ascoltata in un negozietto berlinese visitato durante la mia vacanza del luglio scorso e non appena tornato a casa sono corso ad approfondire la questione.

Il tango è una musica allo stesso tempo conosciuta e ignota, familiare ed esotica.
Conosciuta perché fa parte della nostra cultura musicale in maniera profondissima (da “La cumparsita” al “Tango delle capinere” è uno stile che non si può non avere nel nostro DNA di ascoltatori italiani, lo si incontra facilmente anche in alcune canzoni di cantautori nostrani, da Guccini a Morgan per non parlare delle pubblicità strapiene di temi di Piazzolla).
Ma è anche ignota perché da noi non si è colto che qualcosa di molto superficiale, e non abbiamo sviluppato che in minima parte il culto, la dedizione, che in Argentina circonda questo ritmo appassionato ne tantomeno ci siamo interessati della raffinatezza che ha raggiunto questa musica e delle tante articolazioni che ormai la compongono.

Questo mega-cofanetto (4 cd più un dvd) raccoglie 80 canzoni (3 ore e mezzo di musica) cantate da Gardel nel breve arco di un quindicennio (1920-1935) e la sensazione principale che si prova ascoltandole è quella di uno straordinario e particolarissimo coinvolgimento emotivo. La voce di Gardel è abilissima nel caricare di enfasi le interpretazioni di brani che sembrano parlarci di amori lontani, non corrisposti o finiti male (l’intenso odio espresso in “Rencor” è qualcosa di strano e inusuale per una canzone), più raramente di amori felici e sereni, incrociando questi amori con il rapporto struggente con la terra natia. Siamo al limite della teatralità con l’espressività vocale molto pronunciata e che, di volta in volta, veste i personaggi protagonisti delle vicende cantate dalle canzoni (a volte ricoprendo contemporaneamente più di un ruolo).
Il rischio di cadere nella macchietta o nell’avanspettacolo è sempre presente (per tacere dell’incubo sceneggiata-strappacuore nascosto dietro l’angolo), ma lui sempre, e con grande abilità, riesce a rimanere vero e credibile con il risultato di commuoverci e far risuonare le corde dell’empatia con precisione quasi scientifica. La dizione è attenta e curata, il cantante accelera o rallenta ad arte i versi cantati in maniera da renderli meglio aderenti alla storia raccontata, insomma c’è una capacità interpretativa di tutto rispetto (e non ci volevo certo io a scoprirlo).
Naturalmente non tutti i brani sono riusciti allo stesso modo, alcuni si appoggiano su melodie affascinanti che ti entrano in testa e non ti abbandonano per giorni e giorni mentre altri scivolano via abbastanza distrattamente. Ma resta lo stupore per una musica che sembra comunicare con parti di noi straordinariamente intime, che raramente riescono ad essere sollecitate dall’universo musicale tutto.

Difficile citare qualche titolo, tra i tanti, forse, posso segnalare “Por una cabeza“, dagli archi e coro struggenti come non mai, la drammaticissima “Sus ojos se cerraron“, “Almagro“, piena di rimpianto per il quartiere della giovinezza e appoggiata su di una melodia maschia e nostalgica allo stesso tempo, o ancora le classicissime “Volver“, “Clavel del aire” e “Mi Buenos Aires querido” fino alla divertente deriva anglofona di “Cheating muchachita” dove sembra di ascoltare un Dean Martin ante-litteram emigrato in Patagonia.
Le canzoni sono spesso arrangiate in maniera essenziale, voce e una o più chitarre, anche se ogni tanto si presentano dei cori di accompagnamento (“Lo han visto con otra“) o altri strumenti (gli archi di “Lejana terra mia“, il violino+fisarmonica di “Senda florida“, dei, presunti, mandolini, come in “Silbando“), dosati sempre con misura e buonissimo gusto, che aggiungono pathos alle canzoni. Com’è naturale che sia non ascoltiamo sempre e solo tango, ogni tanto l’interprete allarga i propri orizzonti eseguendo canzoni di altro genere come la messicaneggianteMi tierra” o “Caprichosa” dall’intenso odore mediterraneo.
Singolare (a dir poco) la scelta della casa discografica di mettere la gran parte dei brani in ordine alfabetico (?) o alfabetico-rovesciato (????). Più interessante sottolineare come questa musica non venga rovinata dalla inevitabile scarsa qualità audio delle incisioni, ma, al contrario, i fruscii e le distorsioni del grammofono sembrino donargli energia emotiva con effetto simile a quello che si prova guardando graffiati film muti in bianco e nero con gli attori che si muovono a scatti.

Il dvd, seppur non fondamentale, contiene oltre un’ora di estratti da film o da proto-video di misteriosa provenienza (forse furono fatti per i cinema dell’epoca ?) nei quali possiamo vedere il nostro eroe cantare e recitare (spesso sopra delle navi…), ed è un utile compendio al materiale prettamente audio che ci regala immagini di una epoca lontana (canonicamente in bianco e nero) che è bello ritrovare.

Dritto al cuore.

SENOR COCONUT Y SU CONJUNTO “El baile aleman”, 2000, Multicolor EFA


Prendete alcune tra le più famose canzoni di un gruppo storico della musica elettronica, arrangiatele secondo gli stilemi della musica popolare da ballo del centro e sud-America, spazzate via le tastiere e i computers e sostituiteli con marimbas, trombe e sassofoni a go go, bonghi e percussioni come se piovesse, mescolate il tutto con un pizzico di sfacciataggine e una spolverata di incoscienza e vi troverete tra le mani questo straniante cocktail (o forse è una tortilla) intitolato “El baile aleman“.
Uwe Schmidt alias Señor Coconut riesce a rendere plausibile (per non dire ovvia) quella che può sembrare una clamorosa assurdità: sposare le ritmiche e le sinuose sonorità latine con le rigidità teutoniche (invero apparenti) degli uomini-macchina per definizione: i Kraftwerk.
Ma attenzione: in questa operazione non c’è nessuno spirito parodistico o grottesco, trattasi di un lavoro divertito e divertente ma assolutamente intelligente, serio e consapevole.
Quello che ci racconta questo disco, ciò che ci chiarisce con illuminante chiarezza, è che la forza e la bellezza delle canzoni dei Kraftwerk, al di la di quello che possa sembrare, poggiano su due solide basi: ritmo e melodia.
Conscio di questa verità Schmidt prende il primo e lo trasla dolcemente e con abilità nella tradizione latinoamericana lasciando che la seconda continui a scintillare alta sull’orizzonte.
Se è certamente vero che la grandezza di Ralf & Florian è frutto della loro passione per la ricerca sui suoni, del loro costante tendere ad una estrema modernità tecnologica, della loro capacità di trasformarsi in icone tecnologiche (esaltazione e monito della civiltà occidentale), questo disco ci dimostra come tanta (meritatissima) fama non potesse prescindere ANCHE da una non comune capacità compositiva e da una infinita e virtuosa passione per il ritmo.
Ed ecco quindi che suonano assolutamente naturali e a proprio agio la cumbia/merengue di “Autobahn” (che più che alle rombanti autostrade tedesche fa pensare ad una gitarella in campagna), il mambo purissimo di “Expo 2000” sfiziosamente bilingue, il merengue trascinante di “Homecomputer” dall’intro exotica che profuma di echi jamesbondiani, il morbido cha-cha-cha di “Showroom dummies” e quello più confidenziale di “Neon lights“, la cumbia al caffè (vagamente memore della storica “La colegiala“) di “Trans Europe Express“, la rumba dalle frenetiche percussioni tribali di “Radioactivity” incrociate con imponenti ottoni da big-band.
Viene qui svelata una sorta di natura pop primigenia di questi brani, che va ben oltre gli aspetti che hanno reso celebre il duo di Dusseldorf, e si evidenzia come siano tantissimi i vestiti che possano adornare una grande canzone mentre è tipico dei brani mediocri essere vincolati ad un certo arrangiamento/stile/suono.
Señor Coconut ci apre uno squarcio sull’essenza più pura della forma-canzone (il cui mistero è ben lungi dall’essere svelato) tra le più significative che mi sia stato dato ascoltare e, contemporaneamente, realizza un lavoro piacevolissimo che, come solo la musica migliore sa essere, si può ascoltare a più livelli e si rende disponibile a diversissime forme di ascolto (compresa quella più ludica e danzereccia).

Provare per credere.