TERRY RILEY “Music with balls”, 1969

Questa volta tocca ad un video abbastanza singolare.
Datato 1969 (1968 secondo alcuni) ve lo propongo per un paio di buone ragioni.
Intanto perché vede all’opera un Terry Riley ancora giovane mentre opera sulla strumentazione che lo ha reso celebre, specialmente dal vivo, ovvero organo e sax soprano più registratore e delay.
Mentre lui suona, intorno c’è tutto un movimento di palle che vanno e vengono, ben incorniciato da una regia del tutto in linea con quella cultura psichedelica e difuorista che in quegli anni non flirtava solamente con il rock ma anche con la musica contemporanea e di avanguardia.

Alla regia John Coney, mentre le palle si devono allo scultore Arlo Acton.

Insomma: ancora una volta vi invito a respirare l’aria del tempo che fu.

 

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BIS [2016]

Mi capita spesso di ascoltare eccellenti dischi di artisti, o scene musicali, dei quali ho già parlato in passato. Dischi che non aggiungono nulla di particolare a quanto già scritto, e che quindi non meriterebbero un ulteriore post su queste pagine (sarei costretto a riesprimere gli stessi concetti già espressi in precedenza), ma che, allo stesso tempo, sono lavori davvero belli, lavori che se li avessi conosciuti prima sicuramente sarebbero stati citati nei post in questione.
Ho deciso pertanto, a partire da questo ormai terminale 2016, di dedicare a tutti questi dischi una sorta di post riassuntivo (a scadenza annuale) per segnalarveli rapidamente e non farli cadere nell’oblio (sia chiaro, parlerò di dischi che ho ASCOLTATO nel 2016 non necessariamente di dischi USCITI nel 2016).


Iniziamo questa rubrica citando il 17° volume della serie “Éthiopiques ” (ve ne parlai qua) dedicato alla incredibile voce di Tlahoun Gèssèssè, un disco paradigmatico di tutto il fenomeno di cui vi parlai, caratterizzato da ottime canzoni splendidamente eseguite e con protagonista il cantante che più di tutti veniva considerato, non a torto, il migliore in Etiopia in quegli anni. Uno dei must have di tutta la serie.

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Passiamo ora ad un quadruplo (!) CD contenente 6 LP di Ravi Shankar (cliccate qua per leggere come lo ricordai in occasione della sua morte) relativi ai suoi esordi discografici (parliamo di un periodo che va dal 1956 al 1962). Intitolato semplicemente “Six classic albums” è un gioiellino che spicca per la qualità della musica contenuta, per l’ottimo livello delle registrazioni (incredibile come suonino bene certe incisioni d’epoca, a dispetto di quello che si potrebbe pensare) e per il costo decisamente (per non dire ridicolmente) basso. Tutta roba imperdibile per chi ama la musica classica indiana (e dentro ci trovate pure il maestro delle tabla Allah Rakha). Peccato per il libretto non all’altezza, ma credetemi che non vi pentirete dell’eventuale acquisto

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Due parole anche su “Lost and found” atto (forse) conclusivo dell’epopea del Buena Vista Social Club (ci andai in fissa anni fa e ve ne parlai ripetutamente in questo e quest’altro post). Realizzato con tagli, ritagli e frattaglie (frammenti live, scarti dalle registrazione dei tanti dischi usciti, session improvvisate, registrazioni di progetti abortiti…) sarebbe potuto essere il punto debole di tutta l’operazione e invece, lo ammetto, con mia sorpresa, risulta essere un disco bellissimo che può del tutto competere in bellezza ed eleganza (e cuore) con tutta la produzione curata dalla World Circuit. Un disco che vi suggerisco di non sottovalutare e che mi sta regalando ottimi momenti.

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Continua l’epopea dei cofanettoni di classica (ve la ricordate ? qui e qui ciò che vi raccontai). Quest’anno mi sono particolarmente dedicato al recupero di materiali della storicissima etichetta Archiv (sub-label della Deutsche Grammophon) che ha raccolto in alcuni cofanetti sue incisioni, soprattutto relative agli anni ’80. Tra queste segnalo, anche per il prezzo che, se si sa cercare in rete, può essere davvero conveniente, quello intitolato “Concertos & orchestral suites” dedicato a Johann Sebastian Bach ed eseguito dall’English Concert diretto da Trevor Pinnock. Al suo interno 8 CD con una serie incredibile di capolavori (dai Concerti Brandeburghesi alle Orchestral suites passando per i Concerti per clavicembalo, quelli per violino e quelli per varie altre strumentazioni) registrati benissimo e suonati divinamente. Vi serve sapere altro ?

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Segnalo poi le conferme di artisti quali:

– i Boards of Canada (ve ne parlai qua) che con il loro “Tomorrow’s harvest” realizzano un album particolarmente raffinato e godibile

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Antonella Ruggiero (leggete qua e qua cosa scrissi) che nel suo “L’impossibile è certo” trova modo di arricchire il suo repertorio con canzoni di buon (a volte ottimo) livello, impreziosite dalla sua voce sempre splendida e oramai a livelli interpretativi semplicemente stellari

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Fabio Orsi (qui l’articolo a lui dedicato) che continua a stupirmi con un altro gioiellino, il triplo (!) “The new year is over“, progetto davvero riuscito con la sua elettronica ambient avvolgente e mai banale

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Arturo Stalteri (anche di lui vi parlai in questo post) che torna con un disco di suoi lavori, intitolato “Préludes“, che si posiziona tra le sue migliori opere di sempre segnando una notevole maturità compositiva

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Brian Eno (di lui ho parlato spessissimo, ad esempio qua e qua, ma anche qua e qua) che con “The Ship” realizza un’opera ambient per molti versi particolare e particolarmente riuscita (ma lui è una garanzia)

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Catherine Christer Hennix, compositrice di culto, ve ne parlai per questa opera spettacolare, che, con il suo progetto Born of six (insieme ad Amelia Cuni e Werner Durand), ha realizzato un bellissimo disco, “Svapiti“, con sonorità un po’ a metà strada tra Prima Materia, i raga indiani e il minimalismo estatico di LaMonte Young e Terry Riley, registrazione che non suona mai scontata e stupisce ed illumina ad ogni ascolto (quando gli artisti centellinano le uscite, fatalmente il livello medio cresce a dismisura)

svapiti

tanto vi dovevo

Buon Anno (ricco, vi auguro, di buona musica)

STEPHEN MONTAGUE “Slow dance on a burial ground”, 1984, Lovely music

Altro disco dimenticato (e mai ristampato in digitale) caratterizzato da una versione molto interessante di (post ?) minimalismo.
Pubblicato dalla sempre meritoria Lovely music questo disco si caratterizza per due facciate piuttosto diversificate.

montagueIl lato A contiene il lungo brano (anche se non indicato, di fatto diviso in due sezioni, strutturalmente simili) che dà il titolo al disco: 25 minuti caratterizzati da un sottofondo di poliritmi acquatici realizzati con strumentazioni (più o meno) etniche sui quali si ascoltano lunghi toni di flauti popolari e le sonorità elettroniche generate da un computer. Un brano di grande ipnoticità, e di splendidi crescendo, particolarmente dotato nel cullare l’ascoltatore con suoni già di per sé piacevoli, che rimanda a certe cose di David Behrman, ma con un approccio gentile e delicato che rende il brano davvero speciale.

I successivi due pezzi invece si spostano su atmosfere più tradizionalmente ripetitive. “Paramell I” (trombone+piano) vede i due strumenti inseguirsi nell’esecuzione, quasi percussiva, di poche note insistentemente e rapidamente ripetute. Risalente alla metà degli anni ’70 è un brano che può apparire come una versione asciugata, disidratata, dei primi lavori minimalisti di Reich o Glass, forse un tantino troppo concettuale, ma comunque interessante.
Conclude il disco “Paramell Va“, per solo pianoforte, ancora un utilizzo percussivo del pianoforte, ma questa volta in maniera più classicamente minimalista, con sonorità che in certi tratti possono ricordare alcuni momenti dei lavori di Simeon ten Holt e in altri quelli di Charlemagne Palestine.

Non ho particolari notizie sull’autore di questo lavoro, Stephen Montague, e credo questa sia la sua unica escursione lungo questi lidi musicali, ma questo è un disco la cui scomparsa dai radar discografici mi lascia alquanto perplesso, e che sicuramente meriterebbe una curata ristampa (magari con i “Paramell” mancanti all’appello).

In ogni caso massimo sempre rispetto alla Lovely records.

LUCA MITI “Just before dawn”, 2005, Ants

Molte volte, per fare un buon disco, può bastare essere capaci di selezionare, tra quanto già esistente, lavori poco noti o magari sfuggiti ai più. Può bastare solo questo per fare qualcosa che suoni originale e fresco. Se poi si è anche degli ottimi esecutori, allora il disco può anche essere memorabile.

AG10-11Ho solo recentemente recuperato questo disco prodotto dalla romana e benemerita Ants (acronimo che sta, anche, per “a new timeless sound“) e devo dire che ascoltarlo è stata una assoluta benedizione. Luca Miti, qui in veste di pianista, ma lui è stato ed è molto più che semplicemente questo, seleziona una serie di opere genericamente orbitanti intorno al minimalismo, ma quasi tutte pochissimo note e pochissimo incise, realizzando qualcosa che risulta davvero convincente.
Dentro ci troviamo lavori molto diversi e allo stesso tempo molto vicini tra loro.

Lavori più corposi, a partire dal colosso “Keyboard study #2” del gran maestro Terry Riley (lavoro d’epoca, 1965, che molto, e bene, deve aver condizionato un giovane Philip Glass) passando per i nove minuti di “Passatempi e giochi d’attenzione n.3” di Francesco Michi, brano particolarmente etereo e tutto giocato su armonici e risonanze.

Lavori di media durata come “Long decays” di Tom Johnson (che, tra un silenzio e l’altro, come da titolo, da spazio e respiro al decadimento dei suoni subito dopo la loro emissione), come gli affascinanti e morbidamente ripetitivi quattro minuti di “Two cyclic score #1” di Laurie Spiegel, il pianoforte più rumori cittadini di “A room in Rome“, di un riconoscibilissimo (è un complimento) Alvin Curran (prima o poi dovrò parlarvi di qualche suo disco), il bel minimalismo ricco di grazia di “Journal du 1/1 au…” di Gilbert Delor, quello più ipnotico, ma sempre delicatissimo, di Anna Guidi con il suo “Era tanto tempo che non mi succedeva“, per finire con “Radiophonie n.2” di Sylvain Chauveau, interessante dialogo (anche se a volte un po’ fine a sé stesso) tra i suoni trasmessi da radio provenienti da tutto il pianeta e singoli accordi di pianoforte, a volte drammatici, a volte più romantici.

Ci sono infine alcune opere brevi e leggere, a volte quasi zen, come l’iniziale “12 microludi, n.8” di Gyorgy Kurtag (poco più che un piccolo catalogo di suoni nei suoi 50 secondi scarsi), le due versioni di “Parlando di S.Paolo alle Tre Fontane“, di Enrico Piva, la prima che ricorda il pianismo del Battiato epoca “cinghiale bianco” (ma più astratto e asciutto) e la seconda che rimanda a certe sezioni di “Cafè-table-musik“, sempre di Battiato (ma credo siano più suggestioni mie che reali influenze sull’autore, e in ogni caso questi due brani sono due gioiellini), fino al pezzo che da il titolo al disco, ad opera di Paul Burnell, brano delicatissimo e fragilissimo eppure capace di donare grande piacere all’ascolto.

AG10-14Questo, ed altro, in un disco che solo la passione e l’amore per queste musiche, deliziosamente minori, potevano far registrare e pubblicare. Qualcosa di inimmaginabile per le grandi case discografiche (e i loro addetti al marketing), ma anche, come direbbero i Napoli Centrale, “qualcosa ca nu’ mmore“.

Colgo l’occasione per dedicare un pensiero, e un ringraziamento, a Giovanni Antognozzi (tra le altre cose produttore esecutivo di questo disco e fondatore della Ants records), che, in anni difficili, riuscì, non senza sforzi e tanta pazienza, a far circolare, in particolare qui a Roma, musiche la cui reperibilità era davvero molto complicata.