VALERIO MATTIOLI “Superonda”, 2016, Baldini & Castoldi

Questo libro, non a caso sottotitolato “storia segreta della musica italiana“, è, per l’appunto, un libro di storia. Un libro di storia della musica che affronta un periodo che va, grosso modo, dalla metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’70.

L’idea è quella di narrare una stagione straordinardia della musica italiana (e, in realtà, delle arti tutte) particolarmente influente, ma, soprattutto, seminale, sia nel nostro paese che all’estero, attraverso la ricostruzione di cosa accadde e l’individuazione di coloro che ebbero un ruolo determinante nello svolgersi degli eventi.
Non si racconta di un particolare genere musicale, o di una scena comunque ben definita, quanto di una attitudine che, pur agendo in ambiti relativamente distanti e scollegati, segnerà in maniera personalissima l’evoluzione della musica in Italia.

A narrare il tutto il giornalista e musicista Valerio Mattioli, classe 1978.

Verrebbe subito da chiedersi come mai una tale complessa ricostruzione ed interpretazione degli eventi sia stata realizzata da qualcuno che in quegli anni neanche era nato, piuttosto che da qualcuno che c’era (i Bertoncelli, gli Assante…) o che almeno ne avesse annusato le fasi conclusive, ma, leggendo il libro, uno degli aspetti migliori e più interessanti che saltano all’occhio è proprio come la distanza temporale dagli eventi e l’estraneità dell’autore a quanto accaduto, permettano a Mattioli di affrontare i fatti narrati senza scivolare mai nella nostalgia di anni mitici (o di musicisti mitici). Lo spazio che separa l’autore dai fatti garantisce uno sguardo libero da pregiudizi (positivi o negativi che fossero), inevitabili per chi quei momenti li ha vissuti, ed è proprio il tono dell’autore, spesso ai limiti di un cinismo figlio della propria onestà intellettuale, ad essere uno dei punti di forza della narrazione.
Mattioli dimostra di non avere timore di cadere nel delitto di lesa maestà e non si fa problemi a sottolineare l’ingenuità di certi lavori o i loro limiti, e questo rafforza significativamente le sue parole quando invece esprimono meraviglia e apprezzamento per altri, o gli stessi, lavori. Si parla di artisti che l’autore ama (altrimenti questo libro non sarebbe neanche nato), ma lo sguardo di chi scrive è lo sguardo di chi ama anche la musica del nuovo millennio e non ignora come e quanto le cose siano, se non progredite, perlomeno cambiate.

Altro punto di forza di questo libro, a mio parere diretta conseguenza di quanto scritto sopra, è lo sforzo e la capacità di contestualizzare quanto narrato. Mattioli non ci parla solamente di un certo musicista e dei suoi lavori, ma ogni volta realizza una doppia contestualizzazione:
relaziona l’opera al contesto sociale nel quale è stata prodotta (sotto i nostri occhi scorrono con dovizia di dettagli e riferimenti, sia l’Italia della “Dolce vita” che quella dei cosiddetti “anni di piombo“) e, in parallelo, al contesto musicale nazionale e internazionale nel quale gli artisti si muovevano (nessuna musica nasce dal nulla). In questo modo ci permette di comprendere (da vero storico) nella maniera migliore possibile cosa sia successo e perché sia successo.

A questo punto vi chiederete quali siano i protagonisti di queste oltre 600 pagine, fitte fitte e senza apparato iconografico. Sono tanti, alcuni famosissimi, altri misconosciuti, altri ancora conosciuti ma mai narrati da questo punto di vista. Tutti, secondo Mattioli, hanno in comune qualcosa che rese speciali tutte queste musiche che si muovevano in uno spazio enorme, esterno sia alla musica (cosiddetta) commerciale che a quella (cosiddetta) colta, musiche che spiccavano per originalità conservando tutte un qualcosa di speciale che non possiamo chiamare italianità, ma certo era legato alla cultura (magari solo alla sua parte migliore) italiana.

Cercando di sintetizzare per macro-categorie posso dire che qui si parla di musica contemporanea, musica di (più generica) avanguardia (spesso “incolta“), musica elettronica, rock progressivo nelle sue varie, e spesso contraddittorie, forme e declinazioni, psichedelia, musiche che guardano alle tradizioni, cantautorato (meglio se borderline), colonne sonore, library music (e musiche per sonorizzazioni varie) e (più o meno free) jazz.
Ma si parla anche dei luoghi dove queste musiche sono germogliate (il Piper, il Beat 72, L’Attico, lo Studio di Fonologia Musicale della RAI…), di “non musicisti” che, a vario titolo, hanno permesso a queste musiche di svilupparsi (Gianni Sassi, Mario Schifano, Fabio Sargentini, Diego Carpitella…). Il tutto mostrando come spesso i protagonisti di questa epopea saltassero da un genere all’altro in un ricco florilegio di relazioni e contaminazioni reciproche.

Difficilissimo fare un elenco degli artisti di cui si parla, sono davvero tanti. Vi basti sapere che, nonostante l’enormità della materia affrontata, ci sono tutti quelli che ci devono essere (e anche qualcuno di più). Ovviamente non a tutti è concesso lo stesso spazio: per alcuni basta una mezza paginetta, su altri l’autore zoomma con grande interesse, dedicandogli anche più di un capitolo (Franco Battiato, Claudio Rocchi, Ennio Morricone, Piero Piccioni, Piero Umiliani, Alvin Curran…).

Proprio perché il libro ricostruisce una storia, i vari capitoli che si susseguono affrontando le varie scene che interessano Mattioli, sono raccontati in ordine cronologico (per quanto possibile). Capite bene quindi perché il percorso, ad esempio, di Battiato sia stato suddiviso in più capitoli artisticamente diversi e temporalmente separati (uno sul primo periodo Bla…Bla…, “Fetus e Pollution“, uno sui restanti dischi per l’etichetta di Massara ed uno per il periodo Ricordi). In questo modo il procedere della vicenda e degli artisti si segue non solo in maniera più chiara, ma soprattutto meglio contestualizzata con quella degli altri protagonisti di queste pagine.

Da sottolineare, tra i tanti meriti di questo lavoro, lo spazio dedicato a veri e propri unsung heroes dell’epoca, passati sostanzialmente (Pietro Grossi, Luciano Cilio, Franca Sacchi, Bruno Nicolai…) o completamente (Mario Nascimbene, Amedeo Tommasi…) inosservati. Personaggi le cui storie meriterebbero ancora più spazio.

Tra i capitoli più riusciti, nel senso di più chiari ed efficaci, ma anche di più innovativi nei contenuti, segnalo quello dedicato al Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza (il GINC, la loro storia meriterebbe un film, o almeno una fiction di RAI 1), quello dedicato ai musicisti che cercarono di recuperare aspetti delle tradizioni popolari (Nuova Compagnia di Canto Popolare, Canzoniere del Lazio…) nel quale, giustamente, si esaltano i loro meriti, ma vengono anche segnalate le loro ambiguità e quelle che potremmo definire ipocrisie concettuali, quello dedicato alla library music (in assoluto la scena dove la differenza tra la conoscenza e l’apprezzamento odierno diverge in maniera clamorosa con la percezione che se ne ebbe allora, quando nessun critico si degnò di occuparsene e quasi nessun ascoltatore le dedicò attenzioni, a dispetto della quantita enorme di dischi che vennero prodotti in quegli anni).

Tra quelli meno riusciti invece quello dedicato ai cantautori e al loro boom, forse l’unico capitolo a risultare abbastanza superficiale (troppo vasta la quantità di lavori ascrivibili a questa scena per parlarne diffusamente e in maniera esaustiva, nonostante le dovute citazioni per alcuni cantautori minori come Juri Camisasca e Francesco Currà). E’ forse l’unico capitolo che poteva essere escluso, tanto che sembra avere soprattutto il compito di introdurre quello dedicato al Battisti di “Anima latina“.

La pretesa di essere un lavoro storico non impedisce a Mattioli di dare il suo personale punto di vista sugli artisti raccontati. Emergono spesso, e chiaramente, le sue preferenze, a volte condivisibili (Claudio Rocchi, Alvin Curran…), a volte meno (Sensations’ fix, Osanna…), ed è giusto che sia così, ma questo non impedisce a “Superonda” di essere immediatamente diventato un classico nel suo genere, un libro che sorprenderà chi quegli anni li ha vissuti e amati, e ancor di più interesserà chi non c’era e fosse curioso di sapere cosa è successo in quello che probabilmente rimarrà come il periodo storico recente nel quale la musica italiana è stata più capace di produrre musiche, non solo innovative, ma, soprattutto, capaci di lasciare una traccia importante nel solco di tutta la produzione occidentale.

Spaghetti sound forever.

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EINSTÜRZENDE NEUBAUTEN “Sabrina”, 2000, Mute

Degli Einstürzende Neubauten apprezzo moltissimo (anche) il loro rigore estetico, il modo in cui le loro copertine, le loro fotografie, i loro video, tutta l’iconografia che gira intorno al gruppo (a partire dal loro logo) si sia mantenuta in tutti questi anni fedele alla (loro) linea, senza mai sbracare.

Questo brano appartiene alla seconda fase del gruppo, quella musicalmente meno aggressiva e distruttiva, non a caso è tratta da un disco intitolato “Silence is sexy“.
Video molto ben realizzato a partire da una idea abbastanza semplice (come piace a me, ormai lo sapete) per una eccellente canzone.

5 antologie italiane di brani già editi

  • Cramps rec. Rock ’80” (1980)
  • Hi, Folks! records Acoustics in Italy” (1987)
  • Flyng recordsItalian posse – Rappamuffin d’azione” (1992)
  • Spittle recordsItalian records – The singles 7″ collection (1980-1984)” (2013)
  • StrutMutazione [Italian electronic & new wave underground 1980-1988]” (2013)

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BJORK “Hidden place”, 2001, One Little Indian

Torno a pubblicare un video di Björk, forse l’artista che, a mio gusto personale, ha con miglior frequenza spesso realizzato video belli ed originali.
Questo “Hidden place“, estratto da “Vespertine“, realizza molto bene una idea semplice semplice, originale e che ben si sposa con il brano (dalle tastiere ripetitive mooooolto intriganti).

Lei poi è sempre bellissima…

 

THALASSA Festival IV, Roma, 2016

Ho avuto il piacere di seguire tutte e tre le serate che hanno composto la quarta edizione dell’ormai celebrato festival Thalassa (normalmente dedicato alla “italian occult psychedelia“, ma quest’anno incentrato particolarmente intorno all’etichetta veneta Boring Machines).
Di seguito qualche osservazione/annotazione riguardante i 12 concerti svoltisi nelle tre serate, ospitati, come di consueto, dagli spazi angusti del Dal Verme.

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– l’importanza del festival

La prima riflessione che mi viene da fare riguarda l’importanza dell’esistenza di un festival simile. Mettere sotto un unico cappello (pure fosse del tutto pretestuoso) musiche così particolari (e spesso anche così distanti) significa, di fatto, costruire una lente d’ingrandimento verso artisti che si fatica a legare alla normale musica da concerti (pur se in locali, diocomeodioquestaparola, alternativi).
Musiche sostanzialmente distanti dal pop, dal rock, dal jazz, dal reggae, dal folk e da tutti quei (per altro rispettabilissimi) generi che fanno la fortuna di tanti locali, piccoli e grandi, disseminati lungo la nostra penisola.
Calcolate che lo strumento che più si è visto sulle pedane sono state delle misteriosissime scatolette ricche di ingressi, uscite e potenziometri, ne saranno passate sul palco almeno una cinquantina…

Qui si punta l’attenzione verso musiche, ne parleremo più avanti, più libere e indeterminate (i fratelli Cappelli parlerebbero di “elettronica incolta” e, forse, potrebbe essere la macro-definizione più pertinente) e il solo fatto di mettere vicino tanti artisti fa si che ognuno, invece di splendere solo di luce propria, illumini il lavoro degli altri artisti e possa godere di una visibilità e una attenzione che difficilmente si potrebbero avere attraverso un concerto al singolare o un evento più normale.
La semplice esistenza del festival si trasforma in un moltiplicatore di attenzione verso queste musiche non solo da parte dei mass-media o dei social network, ma anche, più banalmente, da parte dei presenti ai concerti e dei semplici passanti al Dal Verme che, dato il sold-out di tutte e tre le serate, si sono limitati a transitare presso il locale senza accedere alla sala dei concerti pur tuttavia respirando l’aria dell’evento e rimanendone incuriositi.

– l’organizzazione del festival

Ho davvero molto apprezzato lo sforzo degli organizzatori nella gestione dei concerti, dei continui cambi palco (un applauso infinito, in particolare, a credo-si-chiamasse-Claudia che si è prodigata con una intensità incredibile nel gestire queste situazioni), nella puntualità dei concerti (a Roma tutt’altro che scontata), nel garantire, per quanto possibile, una situazione confortevole per tutti.
Dispiace per i problemi avuti con i vigili urbani e i vicini, in tutta onestà un tantino iper-sensibili e prevenuti verso una situazione che, pur avendo richiamato molte persone e nonostante l’altissimo volume dei concerti, è stata gestita al meglio per non creare particolari problemi a chi vive nelle vicinanze del concerto

– la sala per i concerti del festival

Molti si sono lamentati per l’esiguità del pubblico che ha potuto seguire i concerti (80 persone a serata). E’ evidente che per l’importanza e l’eco dell’evento, la sala del Dal Verme (non molto più grande della sala di casa mia…) è risultata ampiamente insufficiente.
La scelta degli organizzatori di non crescere, rimanendo ancorati al locale dove tutto è iniziato, è però secondo me corretta. Spostarsi, andare altrove, se avrebbe probabilmente aumentato il numero degli spettatori (così come le problematiche di un’organizzazione da svolgersi fuori casa, e quindi i costi) dall’altro avrebbe rischiato di eliminare tutti quegli aspetti costitutivi del festival che ne determinano l’anima.
La piccola sala, dove chi suona ha gli spettatori a pochi centimetri, dove tutti si è a contatto con tutti, dove è facilissimo familiarizzare… tutto questo rende l’atmosfera dei concerti del tutto peculiare, e perdere questo aspetto del festival rischierebbe di comprometterne la natura. Senza contare che la saletta così piccola, con le casse a volume discretamente alto, facilita tutte quelle distorsioni, quei feed-back e quella sporcizia sonora che, per molte delle musiche eseguite, sono tutt’altro che una cornice, determinandone il colore ideale.

– i concerti del festival

In generale posso dire che tutti i concerti sono stati degni di essere ascoltati, che tutti i musicisti presenti hanno fatto del loro meglio e che non ci sono stati momenti noiosi o poco interessanti.
Le mie personali preferenze sono state dettate, più che dalla qualità dei set, dai miei personali amori verso certi stili musicali rispetto ad altri. Quindi, in ordine del tutto casuale, spendo qualche buona parola per l’ambient (più rumorosa di quanto mi aspettassi) di Fabio Orsi (molto più di una certezza per la musica elettronica italiana, prima o poi ne riparleremo), per il rituale esoterico dei Father Murphy (il momento più ambizioso del festival, e Dio solo sa quanto abbiamo bisogno di alzare l’asticella delle proposte musicali, con le loro percussioni, la tromba, la voce e l’archetto a ben miscelarsi con le tastiere nel tentativo di disegnare una cerimonia di grande fascino), le tastiere e le apparecchiature di Everest/Magma (in certi momenti una sorta di David Borden sotto MDMA, in altri più ascetico e dronante), gli Holiday Inn (tastiera, batteria elettronica e voce distorta) che, oltre agli inevitabili Suicide, mi hanno fatto pensare ai primi lavori, quelli più rockettari, di gruppi nostrani quali Tasaday o T.A.C., con una attitudine anni ’80 molto apprezzabile (peccato per il canto in inglese, sapete che non lo sopporto), l’incredibile energia di Passed con il suo (post?)industrial tutto noise e sofferenza.
Non posso poi non spendere due parole per l’ottima esibizione del padrone di casa, Mai Mai Mai, (la perizia con la quale si giostra tra apparecchi moderni e vecchi oggetti vintage ha dello stupefacente, ma la sua sensibilità musicale gli permette sempre di sviluppare traiettorie interessanti e avvolgenti), per gli Heroin in Tahiti (per ragioni di orario l’unico concerto che ho perso, ma le loro cose sono sempre molto affascinanti, ne riparleremo) e l’elettronica di Von Tesla (immaginate le cose meno cerebrali di Alva Noto portate ad un livello ulteriormente più fisico e coinvolgente).

Insomma, un’altra ottima edizione che (pare, forse, si mormora) potrebbe avere una appendice estiva all’aperto.

Un evento obbligatorio per tutti coloro che hanno amato le colonne sonore italiane dei ’60 e ’70, la parte più coraggiosa e sperimentale del progressive nostrano dei ’70, l’industrial e post-industrial che tante belle cose ha partorito in Italia, la tradizione contemporanea dei Berio e degli Scelsi, l’incredibile storia della library music di casa nostra… In sintesi: per tutti coloro che hanno saputo distillare l’eccellenza musicale italiana dal dopoguerra ad oggi.

il sito del Dal Verme
il sito del Thalassa festival
il sito di Boring Machines

p.s. Una nota a margine riguardante il merchandising venduto in concomitanza con l’evento. Premesso che capisco il senso di certe scelte (a volte ideologico, a volte meramente economico) devo sottolineare come, nell’arco delle tre serate, io abbia comprato 2 cd, ma ne avrei comprati altrettanti (e forse di più) se ce ne fossero stati in vendita. Invece quasi tutti i gruppi hanno portato LP o singoli in vinile. Va bene tutto, ma vorrei ricordare a chi vuol vivere di musica che esiste ancora moltissima gente che NON ha e NON vuole avere il giradischi ed invece possiede un lettore di CD. Ancora più incredibile, e a parere mio stigmatizzabile, la scelta di alcuni gruppi di vendere dei loro materiali in audiocassetta (!!!), un supporto musicalmente orrendo e che non mi sogno neanche lontanamente di comprare (un bel cd-r invece ? è vietato dalle tavole della legge del trendismo imperante ?). Fate le scelte che volete, ma poi non prendetevela con me se torno a casa a mani vuote.