5 dischi di Jon Gibson

  • Visitations” (1973)
  • Two solo pieces” (1977)
  • In good company” (1992)
  • The dance” (2013)
  • Relative calm” (2016)

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JON GIBSON “Relative calm”, 2016, New World records

Se c’è un musicista al cui pensiero le prime parole che mi vengono in mente sono umiltà e professionismo, questi è Jon Gibson.

Compositore e sassofonista, classe 1940, è uno dei componenti cardine del Philip Glass Ensemble praticamente da sempre (ma ha anche suonato con Steve Reich, Terry Riley e Lamonte Young, la crème de la crème del minimalismo).
Lontano dai riflettori e dalla stampa, anche quella specializzata, Gibson da sempre vive una sorta di doppia vita. Orchestrale e musicista perennemente in tour e, quasi privatamente, compositore di eccellente livello.

Sono pochi i dischi realizzati da lui (credo sette ad oggi, nell’arco di oltre 40 anni…), ma tutti più che degni di essere ascoltati.
Compositivamente appartenente alla corrente del minimalismo (o al post-minimalismo… dipende dai punti di vista), per quanto in lui ogni tanto l’indole del sassofonista prenda il sopravvento, sembra essere uno di quei compositori che scrivono musica solo quando i loro lavori facciano pressione per emergere, solo quando la creatività si trasforma in bisogno da soddisfare necessariamente.

Niente mestiere per lui, nessun obbligo con il mercato discografico.

Questo disco, il suo più recente, non posso certo definirlo il suo migliore, da questo punto di vista i suoi primi due lavori pubblicati dalla Chatam Square di Philip Glass negli anni ’70 restano inarrivabili, ma suona così piacevole e fresco che non posso non parlarvene. E suona fresco soprattutto se lo si confronta con i lavori dei suoi colleghi, storicamente più importanti ed influenti, che, dopo tanti anni, tanti dischi e tante composizioni, sembrano invece aver perso la capacità di sorprenderci, vittime di una aurea mediocrità che faticano a scrostare dai loro spartiti.

Relative calm” si struttura su quattro lunghi brani (tutti intorno ai 17-18 minuti), molto diversi tra loro, composti nei primissimi anni ’80 per un balletto di Lucinda Childs, e solo recentemente resi disponibili per la pubblicazione (meglio tardi che mai).

Si inizia con il brano che da il titolo al disco, “Relative calm (rise)“, il pulsare di un telegrafo innesca gli altri strumenti: un pianoforte ripetitivo più una marimba delicata e anch’essa minimale (alle percussioni in tutto il disco troviamo l’eccellente David Van Tieghem) più il drone di un organo, per una composizione che fa della grazia e della iteratività la sua arma principale, cullandoci in una spirale di ascesi ed eleganza.

Q-music (race)” parte con un pianoforte molto glassiano sul quale però si inseriscono le tastiere in maniera molto morbida, ascendendo e discendendo con accordi che sembrano ondeggiare sull’acqua. Anche questo brano non nasconde la sua matrice minimalista, pur deviando verso spiagge più delicate.

Extension (reach)” cambia atmosfera, tutto realizzato per sassofono soprano sovrainciso è caratterizzato da brevi frasi che si susseguono, non si capisce bene quanto ci sia di improvvisato o di scritto, ma il risultato è un lungo dialogare tra sé e sé, piacevolmente libero.

L’ultimo brano, “Return (return)” è il più leggero del lotto, con una ritmica e delle atmosfere che possono ricordare alcuni lavori di Andrew Poppy. Percussioni, tastiere e sassofono per un pezzo solo apparentemente facile e pop, ma in realtà sempre erede della musica minimale (e decisamente il brano più post-minimalista dell’intero CD).

Ribadisco il concetto: questo disco non è un capolavoro, e nemmeno il capolavoro di Gibson, ma la conferma di un artista che meriterebbe maggiore attenzione e maggiori riconoscimenti, perché sarebbe ora che la critica musicale non si facesse troppo condizionare dalle sirene del marketing e dal sapersi mettere in mostra, imparando a valutare gli artisti per le loro oggettive qualità.

Coerenza e costanza.
Forma e sostanza.

BIS [2016]

Mi capita spesso di ascoltare eccellenti dischi di artisti, o scene musicali, dei quali ho già parlato in passato. Dischi che non aggiungono nulla di particolare a quanto già scritto, e che quindi non meriterebbero un ulteriore post su queste pagine (sarei costretto a riesprimere gli stessi concetti già espressi in precedenza), ma che, allo stesso tempo, sono lavori davvero belli, lavori che se li avessi conosciuti prima sicuramente sarebbero stati citati nei post in questione.
Ho deciso pertanto, a partire da questo ormai terminale 2016, di dedicare a tutti questi dischi una sorta di post riassuntivo (a scadenza annuale) per segnalarveli rapidamente e non farli cadere nell’oblio (sia chiaro, parlerò di dischi che ho ASCOLTATO nel 2016 non necessariamente di dischi USCITI nel 2016).


Iniziamo questa rubrica citando il 17° volume della serie “Éthiopiques ” (ve ne parlai qua) dedicato alla incredibile voce di Tlahoun Gèssèssè, un disco paradigmatico di tutto il fenomeno di cui vi parlai, caratterizzato da ottime canzoni splendidamente eseguite e con protagonista il cantante che più di tutti veniva considerato, non a torto, il migliore in Etiopia in quegli anni. Uno dei must have di tutta la serie.

gessesse

Passiamo ora ad un quadruplo (!) CD contenente 6 LP di Ravi Shankar (cliccate qua per leggere come lo ricordai in occasione della sua morte) relativi ai suoi esordi discografici (parliamo di un periodo che va dal 1956 al 1962). Intitolato semplicemente “Six classic albums” è un gioiellino che spicca per la qualità della musica contenuta, per l’ottimo livello delle registrazioni (incredibile come suonino bene certe incisioni d’epoca, a dispetto di quello che si potrebbe pensare) e per il costo decisamente (per non dire ridicolmente) basso. Tutta roba imperdibile per chi ama la musica classica indiana (e dentro ci trovate pure il maestro delle tabla Allah Rakha). Peccato per il libretto non all’altezza, ma credetemi che non vi pentirete dell’eventuale acquisto

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Due parole anche su “Lost and found” atto (forse) conclusivo dell’epopea del Buena Vista Social Club (ci andai in fissa anni fa e ve ne parlai ripetutamente in questo e quest’altro post). Realizzato con tagli, ritagli e frattaglie (frammenti live, scarti dalle registrazione dei tanti dischi usciti, session improvvisate, registrazioni di progetti abortiti…) sarebbe potuto essere il punto debole di tutta l’operazione e invece, lo ammetto, con mia sorpresa, risulta essere un disco bellissimo che può del tutto competere in bellezza ed eleganza (e cuore) con tutta la produzione curata dalla World Circuit. Un disco che vi suggerisco di non sottovalutare e che mi sta regalando ottimi momenti.

buenavistalost

Continua l’epopea dei cofanettoni di classica (ve la ricordate ? qui e qui ciò che vi raccontai). Quest’anno mi sono particolarmente dedicato al recupero di materiali della storicissima etichetta Archiv (sub-label della Deutsche Grammophon) che ha raccolto in alcuni cofanetti sue incisioni, soprattutto relative agli anni ’80. Tra queste segnalo, anche per il prezzo che, se si sa cercare in rete, può essere davvero conveniente, quello intitolato “Concertos & orchestral suites” dedicato a Johann Sebastian Bach ed eseguito dall’English Concert diretto da Trevor Pinnock. Al suo interno 8 CD con una serie incredibile di capolavori (dai Concerti Brandeburghesi alle Orchestral suites passando per i Concerti per clavicembalo, quelli per violino e quelli per varie altre strumentazioni) registrati benissimo e suonati divinamente. Vi serve sapere altro ?

bach

Segnalo poi le conferme di artisti quali:

– i Boards of Canada (ve ne parlai qua) che con il loro “Tomorrow’s harvest” realizzano un album particolarmente raffinato e godibile

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Antonella Ruggiero (leggete qua e qua cosa scrissi) che nel suo “L’impossibile è certo” trova modo di arricchire il suo repertorio con canzoni di buon (a volte ottimo) livello, impreziosite dalla sua voce sempre splendida e oramai a livelli interpretativi semplicemente stellari

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Fabio Orsi (qui l’articolo a lui dedicato) che continua a stupirmi con un altro gioiellino, il triplo (!) “The new year is over“, progetto davvero riuscito con la sua elettronica ambient avvolgente e mai banale

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Arturo Stalteri (anche di lui vi parlai in questo post) che torna con un disco di suoi lavori, intitolato “Préludes“, che si posiziona tra le sue migliori opere di sempre segnando una notevole maturità compositiva

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Brian Eno (di lui ho parlato spessissimo, ad esempio qua e qua, ma anche qua e qua) che con “The Ship” realizza un’opera ambient per molti versi particolare e particolarmente riuscita (ma lui è una garanzia)

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Catherine Christer Hennix, compositrice di culto, ve ne parlai per questa opera spettacolare, che, con il suo progetto Born of six (insieme ad Amelia Cuni e Werner Durand), ha realizzato un bellissimo disco, “Svapiti“, con sonorità un po’ a metà strada tra Prima Materia, i raga indiani e il minimalismo estatico di LaMonte Young e Terry Riley, registrazione che non suona mai scontata e stupisce ed illumina ad ogni ascolto (quando gli artisti centellinano le uscite, fatalmente il livello medio cresce a dismisura)

svapiti

tanto vi dovevo

Buon Anno (ricco, vi auguro, di buona musica)

MIKEL ROUSE BROKEN CONSORT “A walk in the woods”, 1985, Crammed discs

Ancora un lavoro post-minimalista (si è capito che ho un debole per questo genere musicale ?).

Mikel Rouse è un compositore americano che, almeno inizialmente, con il suo gruppo, denominato Tirez tirez, realizza alcuni dischi vicini a certa post-wave tipicamente newyorkese (giro Byrne/Eno, tanto per capirci). In particolare segnalo l’LP “Story of the year“, pubblicato nel 1983 dalla Les Disques du Crépuscule (incredibile il ruolo di cerniera tra musica pop e musica sperimentale effettuato da questa etichetta negli anni ’80), dove già si potevano ascoltare alcune piccole avvisaglie della sua musica a venire.

Questa familiarità con la musica (cosiddetta) leggera si riverserà nei suoi dischi più ambiziosi, realizzati sotto il marchio del suo progetto denominato Mikel Rouse broken consort, dischi nei quali l’insegnamento minimalista (soprattutto quello di Philip Glass e Steve Reich) viene adulterato con una squisita sensibilità rock e funk e con una strumentazione che occhieggia a quella tipica della musica pop.

Durante gli anni ’80 realizza diversi dischi interessanti, il migliore dei quali, probabilmente, è questo “A walk in the woods“, 7 pezzi genericamente di media durata con un paio di brani che superano i 9 minuti.
L’organico di questo disco vede da un lato strumenti della tradizione colta (oboe, tromba, clarinetto, sassofono, violino, viola, fagotto) uniti con strumenti decisamente più moderni (basso elettrico, sintetizzatori, batteria elettronica), una scelta che sposa teoria e pratica di queste composizioni.

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Si parte con “Friendship ’84“, archi a dettare il tema principale, tastiere e fiati a ricamarci sopra (vaghi echi dei coevi Soft Verdict) in un brano che sembra precipitare in una serie di spirali infinite.

Big pine II” gioca invece su rapide tastiere e allegre percussioni elettroniche in un continuo stop & go dove non si parte mai davvero e non si arriva mai da nessuna parte (è un complimento, sia chiaro).

Airland 2000” si caratterizza per svariati strumenti acustici che si rincorrono l’un l’altro per poi rallentare e poi accelerare nuovamente in un insistito (e ambizioso) gioco di contrappunti. “Hardfall” spicca per toni lunghi e sostenuti sui quali i fiati disegnano melodie ipnotiche e decadenti (e dissonanti), forse il brano più atipico del lotto. Segue “Winter in Wyoming“, una delle due composizione particolarmente lunghe, brano lento col violino in bella evidenza, tastiere ripetitive e melodia malinconica, per una specie di versione depressa (ma molto intrigante) di Wim Mertens.
The eloquent dissenter” nuovamente gioca con i contrappunti tra tastiere, basso elettrico e fiati, in una giostra di grande divertimento. Il disco si chiude con il brano che da il titolo all’album: tastiere glassiane estremamente ripetitive, violino e fiati a danzargli intorno, basso a segnare il ritmo per 9 minuti di magica apnea.

Alla fine degli anni ’80 Rouse abbandona queste sonorità per riavvicinarsi a dimensioni post-wave o comunque più vicine alla sua anima pop, per qualche disco lo seguo, ma poi, scontento della sua produzione, lo perdo di vista (non posso però escludere che nella sua ricca produzione recente o semi-recente ci possano anche essere cose interessanti).

Questo disco resta un lavoro interessantissimo, ancor di più nell’edizione CD, curata dalla stessa Crammed, nella quale viene accoppiato con un mini-LP realizzato insieme a Blaine L.Reininger che è un altro lavoro delizioso.

Peccato per come questo autore si sia poi indirizzato verso tutt’altre musiche, avrebbe potuto sicuramente regalarci altre perle.