Un’ora con le canzoni di Juri Camisasca

Piccolo compendio al post precedente.
L’idea di questa playlist è quella di introdurre i lavori di Juri Camisasca a chi non lo dovesse conoscere (mi sono limitato all’universo delle sue canzoni, escludendo lavori più arditi).
Ho pertanto ripercorso la sua carriera in ordine grosso modo cronologico selezionando, a mio parere, i brani più significativi.

Alcune puntualizzazioni:

  1. la selezione è stata fatta a partire da quanto disponibile su Spotify (manca, ad esempio, l’intero album “Il carmelo di Echt“)
  2. de “La musica muore” ho privilegiato la versione fatta da Battiato, con lo stesso Camisasca a duettare, perché rarissimo caso di cover estremamente più riuscita dell’originale
  3. in molti casi a cantare sono altri artisti, questo perché, oltre ai suoi ottimi dischi, Camisasca spesso ha scritto per altri interpreti (tra questi anche Milva, assente per le ragioni di cui al primo punto)
  4. per il titolo, che non so se vi appare, sono debitore nei confronti di Christian Zingales
  5. le orecchie più delicate non si facciano intimorire dal primo (bellissimo!) brano, abbiano fede e proseguano l’ascolto

Buon ascolto

JURI CAMISASCA & ROSARIO DI BELLA “Spirituality”, 2016, C.A.M.

1974, 1988, 1991, 1999, 2016.

Sono gli anni in cui Juri Camisasca ha pubblicato dischi, e, come potete vedere, non si tratta di uno di quegli artisti che intasano il mercato discografico (vuoi per adempiere un contratto, vuoi per sfruttare il momento magico, vuoi per una supposta prolificità). Ogni disco di Camisasca è stato un piccolo evento, una necessità, qualcosa arrivato a maturazione che, con la giusta congiuntura astrale, poteva essere finalmente diffuso. Ed ognuno dei suoi dischi è caratterizzato, nella diversità dei climi musicali, da livelli qualitativi altissimi.

Non fa eccezione il suo ultimo lavoro, per la prima volta in partnership con un altro musicista: Rosario Di Bella (e metto subito le mani avanti: di Di Bella ho una conoscenza limitatissima, e se il disco ha attirato la mia attenzione è stato innanzitutto, per non dire esclusivamente, per la presenza del suo ascetico compagno di avventure).

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Questo disco ha diverse facce: brani in cui la collaborazione tra i due è più spinta rispetto ad altri in cui il partner ha un’influenza marginale (ma mai ridotta a zero), brani più ritmati e (almeno musicalmente) più leggeri rispetto ad altri più solenni e che richiedono un ascolto più attento, testi a volte più immediati, a volte meno. Tutto gira intorno alla ricerca interiore (e da questo punto di vista il titolo è decisamente esemplificativo).

Non possiamo non partire da due eccellenze camisaschiane perfetta unione, come nella tradizione di questo autore, di testi molto curati e musiche che benissimo uniscono un gran gusto per la melodia senza mai essere scontate: “Il canto della beatitudine” (incredibile testo sincretico tra Oriente e Occidente) e “Suprema identità” (capolavoro, uno dei vertici assoluti della poetica di Camisasca, testo miracolosamente in bilico tra puntuale descrizione e illuminante metafora, musica che, come direbbe Branduardi, fa accapponare la pelle, puro brivido), brani in cui la voce, sempre mostruosamente espressiva di Camisasca, è lasciata libera di stagliarsi nello spazio acustico, appena supportata dalle tastiere in un caso e dagli archi più il pianoforte elegante di Carlo Guaitoli nell’altro.
Due canzoni che già da sole basterebbero a fare di questo disco un gioiello.

Rimanendo in orbita-Camisasca troviamo anche una splendida e trascinante versione de “Il sole nella pioggia” (finalmente incisa dal suo autore, pezzo bellissimo, ma lo sapevate già, in una versione dagli archi insistenti, l’elettronica suggestiva e la magia della voce), una “Luce dell’India” tra autobiografismo ed esotismo (ancora il piano come contraltare principale della voce, con le tastiere sullo sfondo e un namastè conclusivo che fa stringere il cuore), “Se incontri il Buddha” (mai come in questo disco si manifestano chiaramente i profondi legami tra Camisasca e l’estremo oriente) con le tastiere profumate (ovviamente) di India, un’altra interpretazione vocale di impressionante qualità e con un testo che va molto (molto!) oltre una piccola lezione di buddhismo (tra l’altro mi sa che il nostro abbia accorciato il titolo originale, che doveva essere “Se incontri il Buddha uccidilo“, per evitare polemiche e/o fraintendimenti).

Sul fronte Di Bella segnaliamo invece le interessanti “Gabriel” (chitarra e piano in bella evidenza con un ritornello emozionante), “Uriel” (tappeto di tastiere e ritmica delicata per una canzone affascinante ed evocativa) e “Il mondo è costruito sull’amore” (queste tre canzoni vedono ai testi Adriano Buldrini), ancora il piano al centro della canzone con un uso (anche qui) intelligente ed equilibrato dei suoni elettronici (mai fini a sé stessi).

In generale dispiace per le prove vocali di Di Bella che (seppure assolutamente all’altezza) di fronte a una voce di livello clamoroso come quella di Camisasca subiscono il confronto e appaiono meno belle di quanto non siano.

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Chiudiamo con le canzoni in cui c’è stata maggiore interazione nella coppia, singolarmente i brani più leggeri di tutto il disco (non è un pregio né un difetto, solo una constatazione):
dal singolo, interpretato da entrambi, “Pace” (un reato non farlo circolare nelle radio, bella ritmica, elettronica calda e avvolgente, testo semplice ma diretto ed efficace), a “Space and flowers” (piacevole pastiche elettronico ricco di campionamenti, testo in inglese di Camisasca con Di Bella alla voce), passando per “Cogli l’essenza” (altro duetto), sorprendente e davvero singolare reggaettino con echi gregoriani (eppure musicalmente funziona, credetemi, anche se, forse, la frase reiterata che chiude il pezzo, e da il titolo al brano, poteva essere un tantino più sviluppata e meno didascalica, parere personale), fino allo strumentale “Spirituality” (scritto da entrambi), un po’ kosmische, un po’ Joe Patti, tutto tastiere e atmosfera, sottolineato, in chiusura, dalla voce di Camisasca con la brevissima “Shlom lech Mariam“.
Qualche perplessità invece su “Deus meus“, davvero troppo vicina alle atmosfere degli Enigma (Christian Zingales non condividerà, spero non se ne avrà a male).

Storicamente nei dischi di Camisasca il suono che si ascolta deve moltissimo ai suoi collaboratori (Franco Battiato, Filippo Destrieri, Mauro Pagani, i Bluvertigo in quelli precedenti), e viene quindi naturale pensare che l’atmosfera generale, quasi sempre caratterizzata da un’elettronica con personalità, ma mai invadente, sia merito soprattutto di Di Bella. In ogni caso le scelte sonore sono vesti perfetti per i brani che si susseguono e aggiungono bellezza alla qualità, già molto buona, delle canzoni.

Solo il disinteresse degli italiani per la buona musica impedirà a questo disco di dominare le classifiche 2016.

Canzoni che sanno far vibrare intensamente chi le ascolta.

p.s. A dispetto della scarsissima promozione e distribuzione fatta dalla Sugar (anche questo un film già visto in casa Camisasca), segnalo agli interessati di averne viste diverse copie da Mediaworld.

FRANCO BATTIATO “Anthology – Le nostre anime (deluxe edition)”, 2015, Universal

Una antologia, normalmente, non dovrebbe essere argomento di una critica o di un post, a maggior ragione visto che ne escono in continuazione (tutte uguali, tutte ugualmente inutili). Ma in questo caso facciamo una eccezione: vuoi perché a selezionare i brani è stato l’autore delle canzoni qui raccolte (e non qualche funzionario incompetente), vuoi perché molti di questi brani sono stati remixati o risuonati.
Cercheremo di capire esattamente cosa sia stato fatto e quale siano state le direttrici seguite da Battiato nel preparare questo cofanettone (prenderemo in considerazione la versione deluxe, caratterizzata da ben 6 cd). Non ci occuperemo invece, se non marginalmente, della sezione video (i dvd dei 3 film di Battiato più uno con una antologia della trasmissione, sempre di Battiato, “Bitte, keine reclame“).

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– gli inediti

Ciliegina sulla torta di questo mastodontico box sono alcuni inediti, sui quali non c’è molto da dire. “Le nostre anime” e “Lo spirito degli abissi” sono due canzoni che ben esemplificano il Battiato dell’ultimo periodo. Forse non due capolavori, ma certo due canzoni dignitosissime musicalmente con testi che, testardamente, proseguono nella recente insistenza di Battiato su tematiche legate alla reincarnazione. “Se telefonando” è una cover di lusso, molto ben arrangiata e discretamente cantata dal nostro (sui suoi limiti vocali attuali, anche in studio, torneremo più avanti). Infine abbiamo anche un duetto con Mika per una versione in inglese di “Centro di gravità permanente“, ora ribattezzata “Center of gravity” in cui Battiato fa poco e gli altri si danno da fare per volgarizzare una canzone che forse non era necessario trattare così.

– i nuovi missaggi

Degli inediti si è già molto parlato in sede di recensioni e sui social network. Proviamo invece ad occuparci dei molti brani soggetti o a nuovi missaggi (indicati sul cofanetto con la scritta “mix 2015” o “edit 2015“) o a versioni del tutto nuove (indicate come “new version 2015“, ma vedremo che questa scritta non indicherà sempre un totale rifacimento del brano).

Quando ho letto che molti brani sarebbero stati remixati (partendo dai nastri con le registrazioni delle singole piste, in maniera tale da poter rivedere del tutto gli equilibri tra gli strumenti) sono stato molto incuriosito dalla cosa, pur essendo eticamente contrario a questo tipo di interventi (ne parlai già in questo post dedicato al Banco del Mutuo Soccorso). Mi aspettavo una migliore grana sonora e un’interessante revisione del bilanciamento tra le varie componenti sonore delle canzoni, e, in effetti, in qualche caso questo tipo di operazione è stata fatta (ad esempio le tastiere più avanzate rispetto all’originale ne “Le aquile“), ma le coordinate seguite da Battiato sono state fondamentalmente altre.
L’impressione è che la volontà sia stata duplice: adeguare le canzoni agli arrangiamenti più recenti realizzati nei concerti da Battiato stesso e accorciarne la durata (una cosa ovviamente non esclude l’altra, anzi, Battiato dal vivo molto spesso esegue versioni decisamente rapide delle sue canzoni).

Partiamo dalla durata.

Non so se sapete cosa sia un radio-edit. Si tratta di una versione di un brano “pensata” (e qui il verbo pensare è usato decisamente a sproposito) per essere trasmessa nelle radio e, generalmente, portata sotto i 3 minuti e mezzo attraverso tagli di piccole sezioni, eliminazione di qualche ripetizione e tutti i trucchetti che si possono fare attraverso l’audio-editing.
L’impressione è che in moltissimi casi Battiato abbia sfruttato questi nuovi missaggi proprio per accorciare i brani rendendoli più radiofonici.

E’ il caso di “Stranizza d’amuri (edit 2015)” dove il brano scende dai 5’13” originali a un misero 3’28”, perdendo in spazio e respiro e (lo sottolineiamo) avvicinandosi alle versioni dal vivo. Trattamento non dissimile per “L’era del cinghiale bianco” che passa dai 4’16” del ’79 ai soli 3’20” del mix 2015, a pagarne le spese soprattutto la coda finale (che in originale sfumava, mentre qui si simula il finale più tipico dei concerti dal vivo).

Anche per i brani di “Patriots” la regola aurea è quella di accorciare: “Up patriots to arms (mix 2015)” perde tutta l’introduzione (ci può stare) e si accorcia di oltre 40 secondi, “Le aquile (mix 2015)” e “Prospettiva Nevski (mix 2015)” perdono entrambe parte della coda finale. In questo modo scompaiono parte dei vocalizzi di Battiato e, in “Prospettiva…“, anche alcune splendide note di pianoforte.

Stessa sorte per i brani tratti da “La voce del padrone” (tutti mix 2015).
Perdono parte della coda strumentale (“Summer on a solitary beach“, “Bandiera bianca“, “Gli uccelli“, “Centro di gravità permanente“, “Sentimiento nuevo“) o gli viene mutilata l’introduzione (“Segnali di vita“). Particolarmente penalizzate, vengono accorciate di oltre 40 secondi, “Bandiera bianca” (una vergogna) e “Gli uccelli” (una grande vergogna, con la sostanziale scomparsa dell’assolo finale di sintetizzatore, sepolto dagli archi, sorte non dissimile da quella dell’assolo in coda a “Sentimiento nuevo“).

Apro una parentesi: sono molteplici gli assoli strumentali che Battiato decide di far affogare sotto gli altri strumenti: oltre ai casi già citati vanno aggiunti perlomeno la chitarra di Alberto Radius in “Prospettiva Nevski” e quella di Ricky Belloni nel finale di “Nomadi“, tutte scelte perfettamente allineate con le versioni dal vivo degli ultimi lustri.

Ma torniamo ai tagli e ritagli: sparisce un pezzettino della coda di “Voglio vederti danzare (mix 2015)” (ma perché ?), ancora peggio per “Chan-son egocentrique (edit 2015)” alla quale, nella parte finale, tolgono alcune ripetizioni, cantate da Alice, della frase “chan-son egocentrique, self-centered song” e ne mozzano la coda di una decina di secondi. Sorte simile per “Caffè de la paix (mix edit 2015)“: la accorciano di un minuto, ma qui a pagare, in particolare, sono la sezione (molto bella, a dire il vero) dominata dagli archi nell’introduzione strumentale del pezzo e la parte in cui, nell’originale, c’era un coro a cantare il ritornello (del tutto tagliato). Però in questo modo anche questo pezzo arriva a durare circa tre minuti e mezzo (e quindi l’obiettivo viene raggiunto).

Per quello che invece riguarda i suoni sottolineiamo come, nei brani de “La voce del padrone” ci sia, un po’ in tutte le canzoni, una migliore messa a fuoco delle varie componenti, uno scenario sonoro più limpido e anche tante altre modifiche di varia natura e interessanti: gli archi più avanzati e le voci di Battiato meglio distinte di “Summer on a solitary beach“, le tastiere e le chitarre più presenti in “Bandiera bianca“, il violino di Giusto Pio molto più chiaro ne “Gli uccelli“, ancora gli archi più avanti in “Centro di gravità permanente“, e tante altre microvariazioni che sicuramente mi saranno sfuggite. In “Nomadi (mix 2015)” mi sembra che le controvoci di Battiato siano più presenti, con un interessante effetto di moltiplicazione della voce del nostro (ma magari sono io che ricordo male la versione originale). Discorso diverso per “Strani giorni (mix 2015)” e “La cura (mix 2015)“, entrambe non sono state mutilate e ci si è limitati a lavorare sui suoni (in maniera non particolarmente percepibile per quanto mi riguarda, in ogni caso senza cancellare gli assoli di chitarra elettrica), tutto sommato meglio così, mentre nel quinto CD ascoltiamo una “Sui giardini della preesistenza (mix 2015)” che non viene accorciata e della quale pure ci sfuggono gli aspetti innovativi (anche il bilanciamento degli strumenti sembra lo stesso).

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– le nuove versioni

Discorsi tutto sommato simili anche per le cosiddette nuove versioni.
Partiamo però da un caso particolarissimo, e apparentemente schizofrenico: i due brani estratti da “Orizzonti perduti“.
La stagione dell’amore (new version 2015)” è in realtà la versione originale, dalla quale (oltre a togliere un pezzetto di coda, non sia mai), viene tolta la voce originale per permettere a Battiato di ricantarla. Scelta del tutto incomprensibile.
Intanto perché Battiato oggi canta peggio di ieri, e poi perché il cantato originale era del tutto all’altezza. Verrebbe il dubbio che al Battiato di oggi non piaccia più il modo in cui fu registrata la sua voce all’epoca, però a smentire questa ipotesi ci pensa “Un’altra vita (mix 2015)“. In questo caso Battiato opera secondo logiche esattamente contrarie a quelle della canzone precedente. Sceglie come base la più recente incisione (presente in “Inneres auge“), ma ci monta sopra (almeno così mi è sembrato) il cantato della versione originale.
Prima sembra non apprezzare la voce in “Orizzonti perduti“, e subito dopo sembra preferirla.
Boh. Due scelte di cui mi sfugge la logica.

La nuova versione de “L’animale” (sicuramente ricantata, non sono sicurissimo sia stata anche risuonata) è uno dei punti più bassi incontrati finora. Cantata in maniera discutibile (e tutt’altro che eccellente) non vale la metà della versione originale. Se proprio la prima versione non andava bene, potevano recuperarne una dal vivo di quando Battiato sapeva ancora cantare, sarebbe stato assai meglio. “Giubbe rosse (new version 2015)” ha subito un trattamento abbastanza originale (ma sempre nella solita ottica di guadagnare una quarantina di secondi). Il cantato è quello originale (fortunatamente), la canzone invece è stata parzialmente risuonata perché hanno deciso di accorciare i tanti piccoli ponti strumentali tra le varie strofe cantate (soprattutto nella prima metà).
Nell’originale avevano un certo respiro, oggi, togliendo 4 secondi qui, 5 secondi là, l’hanno molto velocizzata. Probabilmente sono partiti con l’idea di un radio-edit, ma, per la struttura musicale del pezzo originale, si saranno presto resi conto che era impossibile farlo, sono allora intervenuti risuonando alcune sezioni.
Un gioco di prestigio abbastanza vacuo.

Lode all’inviolato (new version 2015)” segue gli arrangiamenti tipici dei tour dal vivo (niente batteria elettronica e durata accorciata), ma l’utilizzo della voce attuale di Battiato non la rende per niente piacevole (altra scelta masochistica). “Haiku (new version 2015)” paga anch’essa la voce attuale di Battiato, e, visto che la durata è sostanzialmente la stessa della versione originale, non si capisce perché non abbiano utilizzato la versione storica.
Più sensata la “Stati di gioia (new version 2015)“. E’ vero che la accorcia di un minuto (ancora!), ma, togliendo la ritmica e modificando la coda con una interessante parte per pianoforte, la rende sufficientemente diversa dall’originale da giustificare questa scelta.
Io chi sono ? (new version 2015)” paga la solita voce fiacca, ma trova il suo senso soprattutto in una quindicina di secondi di accorciamento (forse è eseguita un po’ più velocemente), e in una asciuttezza che, tour dopo tour, evidentemente Battiato preferisce alla ricchezza degli ornamenti inseriti nella versione in studio.

Come vedete ben poche di queste nuove versioni sembrano preferibili (o almeno qualitativamente equivalenti) a quelle originali, e rimangono molte perplessità sulla decisione di sostituirle ai brani originali, salvo seguire le direttive citate in precedenza (delle quali comunque ci sfuggono senso e ragione).

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– la selezione dei brani

Proviamo ora a ragionare su cosa Battiato ha incluso, e cosa omesso, realizzando questa ampia selezione del suo catalogo.
Premessa ovvia è che chiunque volesse fare una raccolta di questo tipo la farebbe diversa da quella di un altro, ognuno di noi troverà presenze e assenze incomprensibili in questa come in qualunque altra selezione. Ciò nonostante qualche riflessione, a nostro parere, ci sembra si possa fare.

Intanto, soprattutto per quello che riguarda la selezione dei dischi che vanno da “L’era del cinghiale bianco” fino a “Gommalacca“, mi sembra di poter dire che Battiato chiarisca definitivamente perché nei concerti non suonasse MAI certi pezzi (“Tramonto occidentale“, “Risveglio di primavera“, “Radio Varsavia“… l’elenco sarebbe lunghissimo): a Battiato questi pezzi non piacciono, fatevene una ragione. Perché dopo non averli eseguiti per anni li ha anche esclusi da questa antologia.
Chi ha una idea chiara di cosa Battiato ha suonato nei tour degli ultimi 15 anni troverà una sostanziale corrispondenza tra l’insieme delle scalette eseguite live e i brani presenti in questa antologia, che tradotto significa: “suono abitualmente dal vivo i brani che trovo più riusciti o più amati, e quelli ho inserito in questa raccolta“.

Diverso il discorso per i dischi più recenti che, con l’eccezione de “La voce del padrone” (presente al completo) e “Come un cammello in una grondaia” (ben 6 tracce), sembrano godere di una visibilità maggiore (probabilmente essendo gli ultimi sono anche quelli più vicini alla sensibilità musicale e poetica del Battiato attuale).
Certo è che fa impressione vedere la presenza di 6 brani provenienti da “Il vuoto” contro uno solo da “L’arca di Noè“, così come sembrano tanti i 4 di “Apriti sesamo” confrontati con i due di “Orizzonti perduti” o i 3 di un capolavoro assoluto quale “L’era del cinghiale bianco“. Finisce nel dimenticatoio anche il mio amatissimo “L’ombrello e la macchina da cucire” (un solo brano), ma fa sensazione che anche due successi come “L’imboscata” e “Gommalacca” siano ridotti a sole, rispettivamente, 2 e 3 canzoni (allo stesso livello di “Ferro battuto“, disco decisamente più sottotono).

Discorso speciale meritano i dischi di covers. La scelta di condensare in un solo cd (il quarto) tutta l’attività del Battiato interprete ha fatto si che i 3 “fleurs” siano stati decisamente sovrarappresentati per l’importanza che hanno avuto nel percorso artistico di Battiato.
E’ difficile spiegare la presenza di 6 tracce da “Fleurs” (scartando gli ottimi inediti presenti !) e “Fleurs 2” così come le 5 per “Fleurs 3” (anche qui senza recuperare gli inediti), specie confrontando questi numeri con quelli dei dischi anni ’80 di Battiato (i 3 miseri brani da “Patriots” ma anche i 4 dell’eccellente “Fisiognomica“). E’ una delle tante scelte discutibili di questa selezione, e forse una delle più oggettivamente sbagliate.

Interessante invece l’idea di mischiare in una unica suite alcuni dei brani del periodo Bla…Bla…
Cuciti insieme fanno una loro discreta figura (al netto dei gusti personali) e ben risolvono il problema di come inserire in uno spazio limitato brani così importanti, ma anche così lunghi.

Anche il sesto cd, quello dedicato al repertorio classico, lascia diverso amaro in bocca.

Dedicare un unico disco a questo materiale pretendeva una scelta attenta e delicata, invece si è scelto di occuparne buona parte con la “Messa arcaica” (presente nella sua assoluta integrità), uno dei pochi lavori di questo genere già naturalmente diviso in sezioni autonome di media grandezza che, paradossalmente, ben si prestavano ad essere estratte e decontestualizzate. Se a questo aggiungete anche lo spazio inspiegabilmente dedicato a ben 3 dei 4 lieder cantati da Battiato in “Come un cammello in una grondaia“, ecco inevitabilmente, che di minuti per le quattro opere liriche ne siano rimasti davvero pochini.

E quindi troviamo solo 3 frammentini estratti da “Genesi” (e scelti secondo me in maniera sciagurata… in particolare il “Sen peigamberler” molto meglio si prestava ai frammenti scelti di “Introduzione” o a quello di “Finale“), 2 per il “Gilgamesh” (questi forse più assennati anche se gridano vendetta la mancanza dell’ “Exultet” e del “Solo“, i due brani più celebri dell’opera), 3 dal “Telesio” e solo uno dall’inedito “Il cavaliere dell’intelletto” (ma quale occasione migliore per riportarne alla luce qualcuno dei temi che lo caratterizzavano ?).
Sorprende moltissimo la mancanza del famigerato “L’Egitto prima delle sabbie“, brano che Battiato magnifica ogni volta che può e che non trova alcuno spazio in questa antologia, così come la totale assenza di estratti da “Campi magnetici“.

– conclusioni e suggerimenti

Con l’esclusione degli inediti il giudizio su questa (costosa) antologia è pesantemente negativo: la scelta dei brani, le nuove versioni e i nuovi missaggi… tutte le scelte si sono rivelato ai miei occhi sbagliate o dannose.

Qualcuno potrebbe dire che è facile criticare e che tutto sommato non si poteva fare meglio. Di seguito perciò riporto qualche suggerimento che (se me l’avessero chiesto per tempo) avrei dato volentieri:

1) si poteva (e secondo me si doveva) fare (almeno) un cd di inediti e rarità: brani mai pubblicati in CD, b-sides semidimenticate, demo e tracce alternative (a cercarle se ne trovano sicuramente)

2) al posto di questi nuovi missaggi o queste nuove versioni si potevano cercare delle registrazioni dei concerti degli ultimi 15 anni (sicuramente ce ne sono molte conservate dal gruppo di lavoro di Battiato) selezionando esecuzioni particolarmente riuscite (e ben cantate) da inserire al posto di versioni originali (eventualmente) ritenute non all’altezza

3) se proprio si volevano ripubblicare tutti e 3 i film di Battiato per l’occasione li si poteva far uscire in inediti blu-ray, un formato migliore del dvd, evitando così a quelli come me di riacquistare esattamente il medesimo oggetto

4) “Bitte, keine réclame” meritava decisamente una riproposizione integrale

5) esistono anche videoregistrazioni mai pubblicate di concerti di Battiato (dal progetto “Diwan” al famoso concerto a Segesta del 2004) che con l’occasione si potevano recuperare

Ma magari tutti questi materiali saranno oggetto di un prossimo boxone 😉

Attendiamo fiduciosi il prossimo Natale.

PIPPO POLLINA “Finnegan’s wake”, 1999, Storie di Note

Pippo Pollina è un cantautore dalla ricca discografia i cui lavori sono caratterizzati da una aurea mediocrità (ben scritti, ben cantati, ben arrangiati) che solo raramente (molto raramente) ha lasciato il passo a canzoni capaci di spiccare e stagliarsi nell’Olimpo della canzone d’autore italiana.

Uno di questi rari casi è questa eccellente “Finnegan’s wake“, brano di apertura del suo album “Rossocuore“. Pubblicata dalla ottima Storie di Note, questa canzone dal testo vertiginoso e dalla musica coinvolgente ha visto anche la produzione di un bel video che ora vi propongo.
Canzone e video vedono la partecipazione di Franco Battiato mentre Nada fa una breve comparsata ad inizio video.
Video indipendente, ma molto ben fatto, come piace a noi.
Ascoltatelo a tutto volume

FABRIZIO BASCIANO “Battiato ’70”, 2015, Crac edizioni

Vorrei occuparmi del libro di recente pubblicazione «Battiato ’70 – Tra popular music e avanguardia colta» scritto da Fabrizio Basciano.
Anche questo, come già dissi del libro su Gianni Sassi, è un libro meritorio e necessario, aldilà dei suoi stessi meriti, perché innanzitutto pone l’attenzione su un periodo della produzione musicale di Battiato tra i più interessanti e, fondamentalmente, tra i meno approfonditi.
In più apprezzo (e molto) l’approccio di Basciano: sia per l’entusiasmo e la passione riversate in quest’opera, sia per l’ambizione, non solo legittima, ma, a mio parere, assolutamente necessaria, di affrontare l’argomento con serio rigore musicologico (non a caso tra le fonti del libro torna spesso quel Franco Fabbri assoluto nume tutelare degli studi musicologici italiani).

Affronterò l’analisi del libro dividendola per le varie sezioni che lo compongono, questo non solo perché queste sezioni sono fondamentalmente autonome, ma proprio perché questo libro sembra nascere da una specie di remixaggio di diversi scritti di Basciano, qui ripresi, rimescolati e integrati con nuovi materiali. Al cuore dell’opera dovrebbe esserci (parlo al condizionale perché nel libro questo aspetto non è chiarito in maniera definitiva) un suo precedente e-bookGli anni ’70 di Franco Battiato – tra popular music e avanguardie colte») a sua volta probabilmente generato dalla sua tesi di laurea (Basciano ha un’ottima preparazione di base, laureato in Musicologia ha studiato anche composizione e musica elettronica, pubblicato alcuni suoi lavori musicali e tante altre cose).

Battiato_FrontCoverIniziamo quindi dalla prima sezione («Necessarie premesse: un approccio deduttivo») che, pur essendo ben fatta e ben scritta, risulta, a mio parere, ormai superata dai fatti e dalla storia. Partendo da Adorno, Basciano si infila in tutta una serie di questioni riguardanti la dignità delle musiche “non colte” e la possibilità o meno di studiarle scientificamentente.
Dibattito d’epoca che, forse, aveva senso nel secolo scorso e che, immagino, sia ancora vivo all’interno delle mura dei conservatori dove i custodi della “vera arte musicale” si ostinano a vivere.
Viceversa, nel mondo reale e pulsante di vita vera, è ormai assodato (almeno per la critica più evoluta e autorevole) come non sia importante DA DOVE certa musica provenga (quali ambiti, quali scene o quali processi l’abbiano prodotta), ma come, viceversa, ogni musica vada giudicata, valutata (e naturalmente ascoltata) semplicemente per quello che è.

Chi segue una rivista come «Blow Up» avrà capito immediatamente cosa intendo, avendo presente a quale spettro di opere sono dedicati i suoi articoli e le sue recensioni. Cito questa rivista non a caso, perché mi appare evidente come siano i critici “proveniente dal rock” (e quindi dalla popular music, come direbbe Basciano) ad aver meglio compreso questa sostanziale democrazia musicale, e come la buona musica possa (o meno) emergere in ogni landa, senza bisogno di bollini di qualità preventivi.
Per cui posso dire anche di aver apprezzato lo sforzo fatto da Basciano per spiegarci PERCHE’ le musiche di Battiato meritino di essere analizzate seriamente, ma personalmente non ne sentivo il bisogno.

In questa sezione, ma anche nelle altre, Basciano paga qui e là la sua giovane età (classe 1982) e la relativa difficoltà a gestire movimenti musicali ampi e variegati come il progressive rock, la kosmische musik tedesca o lo stesso minimalismo americano.
Ad esempio quando parla di «evidenti influenze della minimal music degli americani Steve Reich, Michael Nyman, Philip Glass e Terry Riley, presenti in particolar modo nei lavori dei Tangerine dream e dei Kraftwerk», secondo me fa un pizzico di confusione. Intanto perché nei lavori più importanti dei Tangerine dream (diciamo fino a «Phaedra») e nei primi dischi dei Kraftwerk c’è davvero pochissimo di minimalista, poi perché Nyman non è americano ma inglese (e, a mio parere, andrebbe anche etichettato come post-minimalista in quanto influenzato pesantemente da Glass e soci dei quali recupera alcuni aspetti spostandoli in un nuovo contesto legato alla musica barocca e alla tradizione colta europea), ma soprattutto perché all’epoca della quale ci stiamo interessando (prima metà dei ’70) Nyman non aveva prodotto praticamente nessun disco minimalista (o post-minimalista).

Passiamo ora alla seconda sezione («Il sintetizzatore: teorie e prassi»), molto ben sviluppata nella sua prima parte, che è dedicata alle conseguenze che ebbe su parte della popular music l’invenzione e la commercializzazione dei vari sintetizzatori con uno zoom particolare sulla scena tedesca dei primi ’70. Questa ulteriore sotto-sezione, oltre ad essere forse non necessaria in ottica Battiato, risulta per forza di cose piuttosto sbrigativa. Troppo ampio l’argomento per trattarlo con un minimo di profondità in così poco spazio. Basciano preferisce spesso puntare la sua attenzione su singoli brani, non scegliendo necessariamente quelli considerati più importanti e significativi (a lungo si sofferma su «Sonderangebot» dei Neu!, peraltro storpiandone sempre il titolo, ma ormai i correttori automatici fanno più danni di chi scrive, quando le ragioni per cui sono passati alla storia risiedono in brani quali “Hallogallo” o “Hero“) realizzando alla fine uno sguardo troppo superficiale e parziale sull’argomento che voleva approfondire.

E’ con la terza sezione («Franco Battiato e la produzione sperimentale») che si entra davvero nella polpa dell’opera di Battiato, prima con una introduzione generale, poi con l’analisi dei singoli album.
Qui Basciano ricostruisce storicamente il percorso di Battiato e presenta anche alcune sue opinioni interessanti, pur perdendosi nella necessità, anche questa molto accademica, di etichettare correttamente i dischi dell’autore siciliano (è musica leggera ? è prog ? è avanguardia ? è sperimentazione ? è contemporanea ? ecc.).

Un paio di osservazioni.

Basciano scrive: «Battiato non proveniva dal mondo del rock, bensì da quello della musica leggera italiana» intendendo come questo suo aspetto biografico lo distinguesse dagli altri artisti che condividevano la scena (genericamente) prog italiana di quegli anni. In realtà questo tipo di percorso non è stato solo suo. Quasi tutta la PFM prima di virare verso il prog incideva canzoni leggerissime con il nome de I QuelliUna bambolina che fa no no no»), Vittorio Nocenzi, principale autore e tastierista del Banco del mutuo soccorso, scrisse e arrangiò canzoni per un LP di Gabriella Ferri, lo stesso Stratos suonava con i Ribelli (e il tastierista degli Area, Patrizio Fariselli, aveva militato in gruppi di liscio romagnolo)… insomma, per quello che io ricordo quello di Battiato fu un percorso tipico per molti della sua generazione.
D’altra parte la presunta unicità di Battiato secondo l’autore (che sembra riferirsi come confronto esclusivamente al prog cosiddetto sinfonico) si scontra con l’esistenza di tanti artisti coevi altrettanto (più o meno) unici. Gli Aktuala, Claudio Rocchi, i Dedalus, i Saint Just, il primo Alan Sorrenti, i Carnascialia, il primo Toni Esposito, la figura immensa di Demetrio Stratos… il verbo prog si è manifestato in tante e tali forme che è difficile dare a Battiato la patente di unico, o, per essere più precisi, Battiato fu certo unico, ma essere unici in quegli anni era una cosa relativamente comune.

In ogni caso sono molte in questa sezione le pagine interessanti e condivisibili scritte dall’autore riguardo il Battiato dei ’70 e nel momento in cui affronta i singoli LP direi che produce la sezione più significativa del libro.
Per ogni disco scrive un’introduzione descrittiva generale e poi analizza uno per uno i brani che lo compongono, e sono tanti qui i momenti che andrebbero ricordati (dalle osservazioni sulla metodologia con cui furono sviluppati gli arrangiamenti dei brani di «Fetus» ad alcuni dubbi sulla paternità degli arrangiamenti di «Pollution», passando per alcune riflessioni sulle code di «Sulle corde di Aries»). Nel descrivere i singoli brani a volte risulta un tantino didascalico, altre volte invece pertinente ed estremamente efficace (l’uso della batteria e del riverbero nei brani di «Fetus», il riferimento, corretto e credo inedito, all’opera di Karlheinz Stockhausen per «Rien ne va plus»…).

Anche per questa sezione però segnaliamo alcune perplessità. Innanzitutto non si capisce perché vengano completamente ignorate le due canzoni del singolo «La convenzione». Parlando approfonditamente di quegli anni ritenevo inevitabile si dovesse spendere qualche pagina e un minimo di analisi su due canzoni del tutto assenti negli LP e a loro perfettamente contemporanee.
Poi, nell’analisi di «Beta», Basciano scrive:. «La nuova sezione è attraversata, da capo a fondo, da un insieme di voci femminili impegnate in vocalizzi eterei […] Le voci femminili per poco lasciano spazio a voci maschili in registro grave, per poi riprendere possesso del brano fino alla sua apparente chiusa finale, a 6’35”».
Il punto è che nei crediti del disco non figura nessuna cantante, e, se si ascolta con attenzione «Beta», si nota come le voci che si ascoltano siano sempre e solo quelle di Battiato che in alcuni casi accelera il nastro e in altri lo rallenta modificandone così il timbro. Che ad una analisi tecnica di questi brani sia sfuggito questo aspetto non è cosa da poco, se non altro perché è l’ennesima dimostrazione/testimonianza di come Battiato in quegli anni amasse giocare in studio con i nastri divertendosi a ottenere timbri e sonorità se non inedite, perlomeno sui generis.

Per chi avesse dubbi inserisco di seguito il link ad un eccellente 😉 video di questo brano.

Il libro si conclude con una breve sezione dedicata al Joe Patti’s Experimental Group (ma allora non sarebbe stato corretto parlare anche di «Campi magnetici» ?), una intervista a Battiato che non molto aggiunge a quanto scritto in precedenza e delle conclusioni finali.

Devo aggiungere due righe riguardanti le fonti del libro.

Basciano, immagino anche grazie alla sua formazione accademica, elenca puntualmente (e giustamente) i libri dai quali ha preso spunto. Peccato che, dato l’argomento (ovvero coloro che nei ’70 cercarono nuove vie musicali ai limiti dell’avanguardia colta partendo da esperienze tipicamente pop), manchino i due libri che, a mio parere, meglio affrontarono in tempo reale queste questioni ovvero il mio amato «Minimal, trance music e elettronica incolta» di Gaetano e Tomangelo Cappelli e il classico (e recentemente ristampato) «La musica rock-progressiva europea» di Luca Majer e Al Aprile, due libri molto ben fatti e ben addentro a certe questioni (specialmente il primo).

Altrettanto grave la mancanza di articoli tratti dalla rivista Gong che pure lei in diretta all’epoca seppe narrare e analizzare ciò che accadeva. Trovo pure discutibile l’aver citato come fonte di molte immagini presenti nel libro a corredo dei testi (per inciso immagini non sempre all’altezza del libro per quello che riguarda la qualità, spesso sgranate e a bassa definizione) un noto sito dedicato a Battiato che, se pure ospita queste foto, certo non ne è la fonte vera. L’autore avrebbe dovuto cercare di scoprire da dove provenissero quelle foto e magari citare anche il nome dei fotografi. Non sarebbe stato difficilissimo.

Detto questo concludo dicendo che, a mio parere, l’impressione su questo libro è quella di una prima parte troppo pretenziosa (forse non all’altezza dell’autore) e sviluppata troppo sinteticamente, mentre il cuore del libro, la parte dedicata ai dischi di Battiato, mi sembra ben fatta e forse meritava una ulteriore espansione e sviluppo. Ma, conoscendo i metodi attuali dell’industria libraria, è possibile che molte delle responsabilità appartengano all’editore che potrebbe aver fissato preventivamente tempi, costi e metodi di realizzazione di questo libro impedendo all’autore di migliorarlo.

In ogni caso una lettura consigliata a chi vuole conoscere i primi quattro dischi di Battiato e magari desidera affrontarli in maniera un po’ più approfondita del solito.