5 dischi pop di Franco Battiato (1979-1994)

  • L’era del cinghiale bianco” (1979)
  • La voce del padrone” (1981)
  • Orizzonti perduti” (1983)
  • Fisiognomica” (1988)
  • Come un cammello in una grondaia” (1991)

 

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PAOLO JACHIA e ALICE PAREYSON “Franco Battiato. La cura – 27 canzoni commentate”, 2016, Fabio D’Ambrosio editore

– indispensabile premessa

Sono una di quelle persone che si è appassionata a Franco Battiato innanzi tutto per le sue qualità di musicista, e che, solo secondariamente, ha apprezzato i testi delle sue canzoni. Non dico che questi ultimi mi siano rimasti indifferenti (anzi…), ma pur riconoscendogli delle qualità non comuni nella scrittura di ciò che canta, e pur non nascondendo che alcuni degli stimoli disseminati nelle sue canzoni hanno trovato terreno fertile nel sottoscritto, se per me lui è uno degli artisti più importanti in circolazione lo si deve in primis all’aspetto musicale delle sue composizioni.

– ammissione di sottovalutazione

Nel comprare questo libro avrei dovuto capire a cosa andavo incontro. Avendo, in anni lontani, già letto un lavoro scritto da Paolo Jachia, sempre relativo a Battiato, avrei dovuto sapere cosa aspettarmi, invece, leggendo che si trattava di “27 canzoni commentate“, ho ingenuamente pensato che il commento si riferisse sia alle musiche che ai testi e che magari dalla lettura di questo libro sarebbero potuti emergere nuovi spunti o nuove informazioni. Colpa mia.

– di cosa parliamo quando parliamo di Battiato ?

Molto, forse troppo, spesso, coloro che analizzano l’opera, ma particolarmente i testi, di Battiato sembrano interessati soprattutto a parlarci di sé stessi e della propria visione del mondo, selezionando dall’imponente ed ecumenico “universo Battiato” le parti a loro più care e più confacenti ed ignorando (sostanzialmente) le altre, in una operazione che più che rendere merito all’artista sembra servire a dare dignità e prestigio alla loro (rispettabilissima, sia chiaro) dimensione culturale.

– il libro

Caratterizzato da una raffinata (e spesso efficace) impaginazione, questo libro, dopo una introduzione, che ne è anche una specie di manuale d’uso, analizza le 27 canzoni in questione: prima riportando il testo della canzone trattata e poi attraverso le note degli autori.

Premesso che in nessuna parte dell’opera si entra nel merito delle musiche di queste canzoni, e che quindi l’analisi tratta esclusivamente dei testi, notiamo subito la singolarità della selezione effettuata. Non tanto un percorso cronologico dagli esordi in avanti evidenziando i momenti più significativi o più ispirati, ma una scelta del tutto soggettiva che premia da un lato le canzoni (cosiddette) mistiche (“Fisiognomica“, “L’ombra della luce“, “Lode all’inviolato“…) e dall’altro dà grande risalto alle canzoni scritte con Manlio Sgalambro, con, tra le altre, ben 7 canzoni riprese da “L’ombrello e la macchina da cucire“.

Se la prima scelta non sorprende, la seconda è davvero singolare perché trattasi di un disco i cui testi sono stati scritti esclusivamente da Sgalambro (seppure tagliati e ricuciti da Battiato per le proprie esigenze musicali) e, più in generale, l’analisi del libro si sofferma su (relativamente) pochi brani con il testo scritto dal solo Battiato.
Se si voleva indagare la poetica di Battiato non era questa la scelta da fare (tra l’altro non si comprende la totale esclusione delle tante canzoni scritte per altri interpreti).

A partire quindi dal testo della canzone il libro ci inonda di riferimenti e interpretazioni relative ai suoi versi. I riferimenti (a libri, personaggi, altri autori, altre canzoni dello stesso Battiato…) sono a volte interessanti, a volte meno, a volte molto noti, a volte meno, ma il problema principale (a mio parere, sia chiaro) sono le interpretazioni.
Gli autori, esplicitamente, amano prima evidenziare, in poche righe, il significato (come scrivono loro stessi) essoterico della canzone, per poi riversare pagine e pagine su un (a mio parere molto presunto) significato esoterico della stessa. In questo modo partono con quelle che a me paiono elucubrazioni sostanzialmente gratuite e di dubbia dimostrabilità dalle quali si evincono le conoscenze degli autori (sicuramente ampie e qualitativamente importanti) e poco altro.
Un esempio tra i tanti può essere questo:

<<<E qui inizia ad apparire un’altra lettura possibile di “Vite parallele”, di questa canzone che racconta di esperienze esistenziali coesistenti e non coincidenti… a mio avviso, cioè, il testo della canzone va visto, ancora una volta, nella dinamica di essoterismo ed esoterismo, di messaggio e di significato di primo e secondo livello. A questo secondo livello (ovvero al di là della rappresentazione di un dialogo tra amanti) la canzone presenta un dialogo tra l’uomo peccatore e Dio – un dio, un essere superiore, la parte superiore del nostro dialogo interiore – tra l’uomo consapevole della propria ontologica vocazione al peccato e, però, consapevole anche dell’infinita misericordia di Dio.>>>

Siamo certi, o perlomeno fiduciosamente convinti, che nel testo scritto dai due siciliani ci fossero anche questi concetti, queste idee ? O sono testi sufficientemente aperti da permettere di vederci dentro (quasi) tutto quello che si vuole ?

Tra le convinzioni degli autori ce ne sono alcune che vengono ribadite moltissime volte e che però, ugualmente, non mi convincono. Che Battiato ami (anche) Leopardi è sicuramente cosa vera, che lo si trovi nascosto per ogni dove nelle sue canzoni io, personalmente, non lo credo. Anche perché agli autori sembra sfuggire la differenza tra una citazione (che può essere anche poco più che una cosa giocosa, una semplice strizzatina d’occhio) ed un riferimento vero e proprio.
Ad esempio: in “Aspettando l’estate” (canzone non trattata nel libro) Battiato a un certo punto canta “Aspettando l’estate, all’ombra dell’ultimo sole“, che è una chiara citazione di Fabrizio De Andrè. Certo, questo indica stima per De Andrè, ma nulla di più. Analogamente l’aver citato in alcune occasioni Leopardi non è detto che abbia chissà quali significati, tantomeno riconoscere Leopardi in versi che potrebbero non aver nulla a che fare con lui.
Quando gli autori scrivono (è sempre un esempio fra i tanti possibili, di Leopardi si parla tantissimo in questo libro) che in “Vite parallele” la frase “Aggiungo stella a stella” “rinvia o potrebbe rinviare anche a “noverar le stelle una a una” (dal “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia“) cosa stanno facendo ?
Stanno cogliendo qualcosa che davvero esiste nella canzone (e che ha un suo significato) o si stanno semplicemente sforzando di trovare un riferimento che in realtà non esiste (e se anche esiste non ha poi una grande importanza ?). Quanto c’è di gratuito e inventato in questa, ed altre, relazioni ?

Analogamente lavorano con vicinanze eventuali con il “Libro dei Salmi” o con Dante, in relazione al quale riporto parola per parola quanto scritto (nell’analisi di “Fortezza Bastiani“):
<<<Più celato un altro riferimento che ci conferma il valore iniziatico della “Fortezza Bastiani”. A nostro avviso il verso “Mi ritrovai seduto su una panchina” viene molto probabilmente dal secondo verso della “Commedia” dantesca: “Nel mezzo del cammin di nostra vita / Mi ritrovai per una selva oscura / che la diritta via era smarrita”. Anche qui dunque un percorso iniziatico verso la salvezza, la liberazione dalle “ossessione dell’Io” e del potere: al sonno e al peccato di Dante segue “il risveglio” della coscienza, dopo “la selva oscura” c’è così il sole del pomeriggio; dopo la pioggia, una promessa, in terra, di quella che sarà, dopo la vita, la nostra autentica gioia>>> (nell’originale i “Mi ritrovai” sono scritti in neretto)

Lascio a voi il giudizio su quanto sia pura speculazione e quanto ci possa essere di reale nella scelta di Battiato e Sgalambro di utilizzare l’espressione “Mi ritrovai” e pure vi lascio il giudizio sulla qualità e sostanza delle consequenziali interpretazioni fatte dagli autori, ma direi che questo esempio ben renda l’idea del tipo di ragionamenti che si trovano all’interno di questo lavoro.

Il libro inoltre sembra sia stato concepito per schede distinte poi assemblate insieme, ma, forse, nessuno dei correttori ha notato che al suo interno ci sono molteplici ripetizioni (frasi dette da Battiato, concetti espressi dagli autori) che ne rendono fastidiosa la lettura. Se, ad esempio, vogliamo sottolineare che Battiato crede nella reincarnazione, non credo sia necessario ribadirlo ogni volta che una canzone tocca quel tema, e ribadirlo citando ogni volta la stessa frase o lo stesso concetto. Forse sarebbe stato proficuo un lavoro di sforbiciatura qui e là (o magari non scegliere tutte le canzoni che si occupano di un certo tema, il canzoniere di Battiato è sufficientemente ampio da dare molte e diverse opportunità).

– misteri

All’interno del libro poi ci sono delle scelte misteriose.

Perché mai dedicare un capitolo a “Il carmelo di Echt“, canzone scritta da Juri Camisasca e che Battiato ha solo arrangiato e interpretato, per poi al suo interno parlare di Alice ?
Perché dedicare un capitolo a “Le nostre anime” per poi, al suo interno, parlare esclusivamente di Manlio Sgalambro (a cui, secondo gli autori, la canzone sarebbe dedicata) ?
Che modo sarebbe quello di commentare una canzone partendo per la tangente e parlando d’altro ?

Quando poi arrivano a citare una frase (l’iniziale “Il cielo è primordialmente puro ed immutabile, mentre le nubi sono temporanee“) da “Io chi sono ?” (canzone non trattata nel libro, ma semplicemente richiamata en passant), dopo tanti riferimenti supposti e improbabili, gli sfugge il fatto che questo frammento di testo Battiato l’ha ripreso pari pari da “Dipinti di arcobaleno” (capitolo 15, “Purezza“), libro scritto da Tulku Urgyen (evidentemente meno interessante di Leopardi agli occhi degli autori).

– conclusioni

Per quello che mi riguarda questo è un libro inutile.
Per quella che è la mia sensibilità, per quelli che sono i miei interessi, le mie conoscenze e il mio modo di vedere le cose, qui c’è troppo poco Battiato e sono invece un po’ troppo presenti i due autori. Inoltre è mia precisa convinzione (non solo relativa a Battiato) che i testi non vadano spiegati e che, a prescindere dalle volontà degli autori, che noi non conosciamo, essi non contengano significati dati una volta per tutte.
Con i testi tutti noi viviamo un personalissimo corpo a corpo dal risultato del quale emergono interpretazioni, illuminazioni, impressioni, suggestioni rigorosamente soggettive.
Tutte legittime e tutte sacrileghe

Questo naturalmente non toglie che altri possano invece trovare affascinanti le tesi qui proposte e il modus operandi portato avanti da Jachia e Pareyson.

Probabilmente è una questione di linguaggi diversi.

5 dischi elogiati da Valerio Mattioli nel libro “Superonda”

  • Claudio RocchiVolo magico n.1” (1971)
    Con “Volo magico” Rocchi firma l’apice della civiltà psichedelica italiana e l’inno dilatato che la comunità underground aspettava da anni
  • Luciano CilioDialoghi del presente” (1977)
    “Dialoghi del presente” è un disco di una bellezza disarmante. Fa venire alla mente un rito misterico umanissimo e caldo, un reticolo di timbri (tutti acustici) che dolenti fluttuano trai riflessi di un lago a fine estate
  • Lino Capra VaccinaAntico adagio” (1978)
    Un autentico, irripetibile e precario capolavoro di minimalismo alla Steve Reich e spleen mediterraneo che però, come al solito, uscirà troppo tardi (nel 1978) e nell’indifferenza quasi generale
  • Franco BattiatoSulle corde di Aries” (1973)
    Quando alla fine del 1973 arriva nei negozi “Sulle corde di Aries” è chiaro a tutti che la personale “Conversazione in Sicilia” di Battiato ha prodotto non solo un musicista molto distante da quello che il pubblico aveva conosciuto appena un anno prima, ma uno dei dischi più belli mai usciti in Italia fino a quel momento, e anche dopo, aggiungerei
  • Canzoniere del LazioLassa sta la me creatura” (1974)
    Opera dall’aria torbida e pesantemente esoterica, i cui solchi profumano di zolfo e acqua santa assieme, “Lassa sta la me creatura” è il titolo che certifica il “tradimento” del Canzoniere del Lazio. Ed è anche il capolavoro del nuovo folk italiano


In corsivo testi tratti dal libro di Valerio MattioliSuperonda“.

VALERIO MATTIOLI “Superonda”, 2016, Baldini & Castoldi

Questo libro, non a caso sottotitolato “storia segreta della musica italiana“, è, per l’appunto, un libro di storia. Un libro di storia della musica che affronta un periodo che va, grosso modo, dalla metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’70.

L’idea è quella di narrare una stagione straordinardia della musica italiana (e, in realtà, delle arti tutte) particolarmente influente, ma, soprattutto, seminale, sia nel nostro paese che all’estero, attraverso la ricostruzione di cosa accadde e l’individuazione di coloro che ebbero un ruolo determinante nello svolgersi degli eventi.
Non si racconta di un particolare genere musicale, o di una scena comunque ben definita, quanto di una attitudine che, pur agendo in ambiti relativamente distanti e scollegati, segnerà in maniera personalissima l’evoluzione della musica in Italia.

A narrare il tutto il giornalista e musicista Valerio Mattioli, classe 1978.

Verrebbe subito da chiedersi come mai una tale complessa ricostruzione ed interpretazione degli eventi sia stata realizzata da qualcuno che in quegli anni neanche era nato, piuttosto che da qualcuno che c’era (i Bertoncelli, gli Assante…) o che almeno ne avesse annusato le fasi conclusive, ma, leggendo il libro, uno degli aspetti migliori e più interessanti che saltano all’occhio è proprio come la distanza temporale dagli eventi e l’estraneità dell’autore a quanto accaduto, permettano a Mattioli di affrontare i fatti narrati senza scivolare mai nella nostalgia di anni mitici (o di musicisti mitici). Lo spazio che separa l’autore dai fatti garantisce uno sguardo libero da pregiudizi (positivi o negativi che fossero), inevitabili per chi quei momenti li ha vissuti, ed è proprio il tono dell’autore, spesso ai limiti di un cinismo figlio della propria onestà intellettuale, ad essere uno dei punti di forza della narrazione.
Mattioli dimostra di non avere timore di cadere nel delitto di lesa maestà e non si fa problemi a sottolineare l’ingenuità di certi lavori o i loro limiti, e questo rafforza significativamente le sue parole quando invece esprimono meraviglia e apprezzamento per altri, o gli stessi, lavori. Si parla di artisti che l’autore ama (altrimenti questo libro non sarebbe neanche nato), ma lo sguardo di chi scrive è lo sguardo di chi ama anche la musica del nuovo millennio e non ignora come e quanto le cose siano, se non progredite, perlomeno cambiate.

Altro punto di forza di questo libro, a mio parere diretta conseguenza di quanto scritto sopra, è lo sforzo e la capacità di contestualizzare quanto narrato. Mattioli non ci parla solamente di un certo musicista e dei suoi lavori, ma ogni volta realizza una doppia contestualizzazione:
relaziona l’opera al contesto sociale nel quale è stata prodotta (sotto i nostri occhi scorrono con dovizia di dettagli e riferimenti, sia l’Italia della “Dolce vita” che quella dei cosiddetti “anni di piombo“) e, in parallelo, al contesto musicale nazionale e internazionale nel quale gli artisti si muovevano (nessuna musica nasce dal nulla). In questo modo ci permette di comprendere (da vero storico) nella maniera migliore possibile cosa sia successo e perché sia successo.

A questo punto vi chiederete quali siano i protagonisti di queste oltre 600 pagine, fitte fitte e senza apparato iconografico. Sono tanti, alcuni famosissimi, altri misconosciuti, altri ancora conosciuti ma mai narrati da questo punto di vista. Tutti, secondo Mattioli, hanno in comune qualcosa che rese speciali tutte queste musiche che si muovevano in uno spazio enorme, esterno sia alla musica (cosiddetta) commerciale che a quella (cosiddetta) colta, musiche che spiccavano per originalità conservando tutte un qualcosa di speciale che non possiamo chiamare italianità, ma certo era legato alla cultura (magari solo alla sua parte migliore) italiana.

Cercando di sintetizzare per macro-categorie posso dire che qui si parla di musica contemporanea, musica di (più generica) avanguardia (spesso “incolta“), musica elettronica, rock progressivo nelle sue varie, e spesso contraddittorie, forme e declinazioni, psichedelia, musiche che guardano alle tradizioni, cantautorato (meglio se borderline), colonne sonore, library music (e musiche per sonorizzazioni varie) e (più o meno free) jazz.
Ma si parla anche dei luoghi dove queste musiche sono germogliate (il Piper, il Beat 72, L’Attico, lo Studio di Fonologia Musicale della RAI…), di “non musicisti” che, a vario titolo, hanno permesso a queste musiche di svilupparsi (Gianni Sassi, Mario Schifano, Fabio Sargentini, Diego Carpitella…). Il tutto mostrando come spesso i protagonisti di questa epopea saltassero da un genere all’altro in un ricco florilegio di relazioni e contaminazioni reciproche.

Difficilissimo fare un elenco degli artisti di cui si parla, sono davvero tanti. Vi basti sapere che, nonostante l’enormità della materia affrontata, ci sono tutti quelli che ci devono essere (e anche qualcuno di più). Ovviamente non a tutti è concesso lo stesso spazio: per alcuni basta una mezza paginetta, su altri l’autore zoomma con grande interesse, dedicandogli anche più di un capitolo (Franco Battiato, Claudio Rocchi, Ennio Morricone, Piero Piccioni, Piero Umiliani, Alvin Curran…).

Proprio perché il libro ricostruisce una storia, i vari capitoli che si susseguono affrontando le varie scene che interessano Mattioli, sono raccontati in ordine cronologico (per quanto possibile). Capite bene quindi perché il percorso, ad esempio, di Battiato sia stato suddiviso in più capitoli artisticamente diversi e temporalmente separati (uno sul primo periodo Bla…Bla…, “Fetus e Pollution“, uno sui restanti dischi per l’etichetta di Massara ed uno per il periodo Ricordi). In questo modo il procedere della vicenda e degli artisti si segue non solo in maniera più chiara, ma soprattutto meglio contestualizzata con quella degli altri protagonisti di queste pagine.

Da sottolineare, tra i tanti meriti di questo lavoro, lo spazio dedicato a veri e propri unsung heroes dell’epoca, passati sostanzialmente (Pietro Grossi, Luciano Cilio, Franca Sacchi, Bruno Nicolai…) o completamente (Mario Nascimbene, Amedeo Tommasi…) inosservati. Personaggi le cui storie meriterebbero ancora più spazio.

Tra i capitoli più riusciti, nel senso di più chiari ed efficaci, ma anche di più innovativi nei contenuti, segnalo quello dedicato al Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza (il GINC, la loro storia meriterebbe un film, o almeno una fiction di RAI 1), quello dedicato ai musicisti che cercarono di recuperare aspetti delle tradizioni popolari (Nuova Compagnia di Canto Popolare, Canzoniere del Lazio…) nel quale, giustamente, si esaltano i loro meriti, ma vengono anche segnalate le loro ambiguità e quelle che potremmo definire ipocrisie concettuali, quello dedicato alla library music (in assoluto la scena dove la differenza tra la conoscenza e l’apprezzamento odierno diverge in maniera clamorosa con la percezione che se ne ebbe allora, quando nessun critico si degnò di occuparsene e quasi nessun ascoltatore le dedicò attenzioni, a dispetto della quantita enorme di dischi che vennero prodotti in quegli anni).

Tra quelli meno riusciti invece quello dedicato ai cantautori e al loro boom, forse l’unico capitolo a risultare abbastanza superficiale (troppo vasta la quantità di lavori ascrivibili a questa scena per parlarne diffusamente e in maniera esaustiva, nonostante le dovute citazioni per alcuni cantautori minori come Juri Camisasca e Francesco Currà). E’ forse l’unico capitolo che poteva essere escluso, tanto che sembra avere soprattutto il compito di introdurre quello dedicato al Battisti di “Anima latina“.

La pretesa di essere un lavoro storico non impedisce a Mattioli di dare il suo personale punto di vista sugli artisti raccontati. Emergono spesso, e chiaramente, le sue preferenze, a volte condivisibili (Claudio Rocchi, Alvin Curran…), a volte meno (Sensations’ fix, Osanna…), ed è giusto che sia così, ma questo non impedisce a “Superonda” di essere immediatamente diventato un classico nel suo genere, un libro che sorprenderà chi quegli anni li ha vissuti e amati, e ancor di più interesserà chi non c’era e fosse curioso di sapere cosa è successo in quello che probabilmente rimarrà come il periodo storico recente nel quale la musica italiana è stata più capace di produrre musiche, non solo innovative, ma, soprattutto, capaci di lasciare una traccia importante nel solco di tutta la produzione occidentale.

Spaghetti sound forever.

Un’ora con le canzoni di Juri Camisasca

Piccolo compendio al post precedente.
L’idea di questa playlist è quella di introdurre i lavori di Juri Camisasca a chi non lo dovesse conoscere (mi sono limitato all’universo delle sue canzoni, escludendo lavori più arditi).
Ho pertanto ripercorso la sua carriera in ordine grosso modo cronologico selezionando, a mio parere, i brani più significativi.

Alcune puntualizzazioni:

  1. la selezione è stata fatta a partire da quanto disponibile su Spotify (manca, ad esempio, l’intero album “Il carmelo di Echt“)
  2. de “La musica muore” ho privilegiato la versione fatta da Battiato, con lo stesso Camisasca a duettare, perché rarissimo caso di cover estremamente più riuscita dell’originale
  3. in molti casi a cantare sono altri artisti, questo perché, oltre ai suoi ottimi dischi, Camisasca spesso ha scritto per altri interpreti (tra questi anche Milva, assente per le ragioni di cui al primo punto)
  4. per il titolo, che non so se vi appare, sono debitore nei confronti di Christian Zingales
  5. le orecchie più delicate non si facciano intimorire dal primo (bellissimo!) brano, abbiano fede e proseguano l’ascolto

Buon ascolto

JURI CAMISASCA & ROSARIO DI BELLA “Spirituality”, 2016, C.A.M.

1974, 1988, 1991, 1999, 2016.

Sono gli anni in cui Juri Camisasca ha pubblicato dischi, e, come potete vedere, non si tratta di uno di quegli artisti che intasano il mercato discografico (vuoi per adempiere un contratto, vuoi per sfruttare il momento magico, vuoi per una supposta prolificità). Ogni disco di Camisasca è stato un piccolo evento, una necessità, qualcosa arrivato a maturazione che, con la giusta congiuntura astrale, poteva essere finalmente diffuso. Ed ognuno dei suoi dischi è caratterizzato, nella diversità dei climi musicali, da livelli qualitativi altissimi.

Non fa eccezione il suo ultimo lavoro, per la prima volta in partnership con un altro musicista: Rosario Di Bella (e metto subito le mani avanti: di Di Bella ho una conoscenza limitatissima, e se il disco ha attirato la mia attenzione è stato innanzitutto, per non dire esclusivamente, per la presenza del suo ascetico compagno di avventure).

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Questo disco ha diverse facce: brani in cui la collaborazione tra i due è più spinta rispetto ad altri in cui il partner ha un’influenza marginale (ma mai ridotta a zero), brani più ritmati e (almeno musicalmente) più leggeri rispetto ad altri più solenni e che richiedono un ascolto più attento, testi a volte più immediati, a volte meno. Tutto gira intorno alla ricerca interiore (e da questo punto di vista il titolo è decisamente esemplificativo).

Non possiamo non partire da due eccellenze camisaschiane perfetta unione, come nella tradizione di questo autore, di testi molto curati e musiche che benissimo uniscono un gran gusto per la melodia senza mai essere scontate: “Il canto della beatitudine” (incredibile testo sincretico tra Oriente e Occidente) e “Suprema identità” (capolavoro, uno dei vertici assoluti della poetica di Camisasca, testo miracolosamente in bilico tra puntuale descrizione e illuminante metafora, musica che, come direbbe Branduardi, fa accapponare la pelle, puro brivido), brani in cui la voce, sempre mostruosamente espressiva di Camisasca, è lasciata libera di stagliarsi nello spazio acustico, appena supportata dalle tastiere in un caso e dagli archi più il pianoforte elegante di Carlo Guaitoli nell’altro.
Due canzoni che già da sole basterebbero a fare di questo disco un gioiello.

Rimanendo in orbita-Camisasca troviamo anche una splendida e trascinante versione de “Il sole nella pioggia” (finalmente incisa dal suo autore, pezzo bellissimo, ma lo sapevate già, in una versione dagli archi insistenti, l’elettronica suggestiva e la magia della voce), una “Luce dell’India” tra autobiografismo ed esotismo (ancora il piano come contraltare principale della voce, con le tastiere sullo sfondo e un namastè conclusivo che fa stringere il cuore), “Se incontri il Buddha” (mai come in questo disco si manifestano chiaramente i profondi legami tra Camisasca e l’estremo oriente) con le tastiere profumate (ovviamente) di India, un’altra interpretazione vocale di impressionante qualità e con un testo che va molto (molto!) oltre una piccola lezione di buddhismo (tra l’altro mi sa che il nostro abbia accorciato il titolo originale, che doveva essere “Se incontri il Buddha uccidilo“, per evitare polemiche e/o fraintendimenti).

Sul fronte Di Bella segnaliamo invece le interessanti “Gabriel” (chitarra e piano in bella evidenza con un ritornello emozionante), “Uriel” (tappeto di tastiere e ritmica delicata per una canzone affascinante ed evocativa) e “Il mondo è costruito sull’amore” (queste tre canzoni vedono ai testi Adriano Buldrini), ancora il piano al centro della canzone con un uso (anche qui) intelligente ed equilibrato dei suoni elettronici (mai fini a sé stessi).

In generale dispiace per le prove vocali di Di Bella che (seppure assolutamente all’altezza) di fronte a una voce di livello clamoroso come quella di Camisasca subiscono il confronto e appaiono meno belle di quanto non siano.

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Chiudiamo con le canzoni in cui c’è stata maggiore interazione nella coppia, singolarmente i brani più leggeri di tutto il disco (non è un pregio né un difetto, solo una constatazione):
dal singolo, interpretato da entrambi, “Pace” (un reato non farlo circolare nelle radio, bella ritmica, elettronica calda e avvolgente, testo semplice ma diretto ed efficace), a “Space and flowers” (piacevole pastiche elettronico ricco di campionamenti, testo in inglese di Camisasca con Di Bella alla voce), passando per “Cogli l’essenza” (altro duetto), sorprendente e davvero singolare reggaettino con echi gregoriani (eppure musicalmente funziona, credetemi, anche se, forse, la frase reiterata che chiude il pezzo, e da il titolo al brano, poteva essere un tantino più sviluppata e meno didascalica, parere personale), fino allo strumentale “Spirituality” (scritto da entrambi), un po’ kosmische, un po’ Joe Patti, tutto tastiere e atmosfera, sottolineato, in chiusura, dalla voce di Camisasca con la brevissima “Shlom lech Mariam“.
Qualche perplessità invece su “Deus meus“, davvero troppo vicina alle atmosfere degli Enigma (Christian Zingales non condividerà, spero non se ne avrà a male).

Storicamente nei dischi di Camisasca il suono che si ascolta deve moltissimo ai suoi collaboratori (Franco Battiato, Filippo Destrieri, Mauro Pagani, i Bluvertigo in quelli precedenti), e viene quindi naturale pensare che l’atmosfera generale, quasi sempre caratterizzata da un’elettronica con personalità, ma mai invadente, sia merito soprattutto di Di Bella. In ogni caso le scelte sonore sono vesti perfetti per i brani che si susseguono e aggiungono bellezza alla qualità, già molto buona, delle canzoni.

Solo il disinteresse degli italiani per la buona musica impedirà a questo disco di dominare le classifiche 2016.

Canzoni che sanno far vibrare intensamente chi le ascolta.

p.s. A dispetto della scarsissima promozione e distribuzione fatta dalla Sugar (anche questo un film già visto in casa Camisasca), segnalo agli interessati di averne viste diverse copie da Mediaworld.

FRANCO BATTIATO “Anthology – Le nostre anime (deluxe edition)”, 2015, Universal

Una antologia, normalmente, non dovrebbe essere argomento di una critica o di un post, a maggior ragione visto che ne escono in continuazione (tutte uguali, tutte ugualmente inutili). Ma in questo caso facciamo una eccezione: vuoi perché a selezionare i brani è stato l’autore delle canzoni qui raccolte (e non qualche funzionario incompetente), vuoi perché molti di questi brani sono stati remixati o risuonati.
Cercheremo di capire esattamente cosa sia stato fatto e quale siano state le direttrici seguite da Battiato nel preparare questo cofanettone (prenderemo in considerazione la versione deluxe, caratterizzata da ben 6 cd). Non ci occuperemo invece, se non marginalmente, della sezione video (i dvd dei 3 film di Battiato più uno con una antologia della trasmissione, sempre di Battiato, “Bitte, keine reclame“).

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– gli inediti

Ciliegina sulla torta di questo mastodontico box sono alcuni inediti, sui quali non c’è molto da dire. “Le nostre anime” e “Lo spirito degli abissi” sono due canzoni che ben esemplificano il Battiato dell’ultimo periodo. Forse non due capolavori, ma certo due canzoni dignitosissime musicalmente con testi che, testardamente, proseguono nella recente insistenza di Battiato su tematiche legate alla reincarnazione. “Se telefonando” è una cover di lusso, molto ben arrangiata e discretamente cantata dal nostro (sui suoi limiti vocali attuali, anche in studio, torneremo più avanti). Infine abbiamo anche un duetto con Mika per una versione in inglese di “Centro di gravità permanente“, ora ribattezzata “Center of gravity” in cui Battiato fa poco e gli altri si danno da fare per volgarizzare una canzone che forse non era necessario trattare così.

– i nuovi missaggi

Degli inediti si è già molto parlato in sede di recensioni e sui social network. Proviamo invece ad occuparci dei molti brani soggetti o a nuovi missaggi (indicati sul cofanetto con la scritta “mix 2015” o “edit 2015“) o a versioni del tutto nuove (indicate come “new version 2015“, ma vedremo che questa scritta non indicherà sempre un totale rifacimento del brano).

Quando ho letto che molti brani sarebbero stati remixati (partendo dai nastri con le registrazioni delle singole piste, in maniera tale da poter rivedere del tutto gli equilibri tra gli strumenti) sono stato molto incuriosito dalla cosa, pur essendo eticamente contrario a questo tipo di interventi (ne parlai già in questo post dedicato al Banco del Mutuo Soccorso). Mi aspettavo una migliore grana sonora e un’interessante revisione del bilanciamento tra le varie componenti sonore delle canzoni, e, in effetti, in qualche caso questo tipo di operazione è stata fatta (ad esempio le tastiere più avanzate rispetto all’originale ne “Le aquile“), ma le coordinate seguite da Battiato sono state fondamentalmente altre.
L’impressione è che la volontà sia stata duplice: adeguare le canzoni agli arrangiamenti più recenti realizzati nei concerti da Battiato stesso e accorciarne la durata (una cosa ovviamente non esclude l’altra, anzi, Battiato dal vivo molto spesso esegue versioni decisamente rapide delle sue canzoni).

Partiamo dalla durata.

Non so se sapete cosa sia un radio-edit. Si tratta di una versione di un brano “pensata” (e qui il verbo pensare è usato decisamente a sproposito) per essere trasmessa nelle radio e, generalmente, portata sotto i 3 minuti e mezzo attraverso tagli di piccole sezioni, eliminazione di qualche ripetizione e tutti i trucchetti che si possono fare attraverso l’audio-editing.
L’impressione è che in moltissimi casi Battiato abbia sfruttato questi nuovi missaggi proprio per accorciare i brani rendendoli più radiofonici.

E’ il caso di “Stranizza d’amuri (edit 2015)” dove il brano scende dai 5’13” originali a un misero 3’28”, perdendo in spazio e respiro e (lo sottolineiamo) avvicinandosi alle versioni dal vivo. Trattamento non dissimile per “L’era del cinghiale bianco” che passa dai 4’16” del ’79 ai soli 3’20” del mix 2015, a pagarne le spese soprattutto la coda finale (che in originale sfumava, mentre qui si simula il finale più tipico dei concerti dal vivo).

Anche per i brani di “Patriots” la regola aurea è quella di accorciare: “Up patriots to arms (mix 2015)” perde tutta l’introduzione (ci può stare) e si accorcia di oltre 40 secondi, “Le aquile (mix 2015)” e “Prospettiva Nevski (mix 2015)” perdono entrambe parte della coda finale. In questo modo scompaiono parte dei vocalizzi di Battiato e, in “Prospettiva…“, anche alcune splendide note di pianoforte.

Stessa sorte per i brani tratti da “La voce del padrone” (tutti mix 2015).
Perdono parte della coda strumentale (“Summer on a solitary beach“, “Bandiera bianca“, “Gli uccelli“, “Centro di gravità permanente“, “Sentimiento nuevo“) o gli viene mutilata l’introduzione (“Segnali di vita“). Particolarmente penalizzate, vengono accorciate di oltre 40 secondi, “Bandiera bianca” (una vergogna) e “Gli uccelli” (una grande vergogna, con la sostanziale scomparsa dell’assolo finale di sintetizzatore, sepolto dagli archi, sorte non dissimile da quella dell’assolo in coda a “Sentimiento nuevo“).

Apro una parentesi: sono molteplici gli assoli strumentali che Battiato decide di far affogare sotto gli altri strumenti: oltre ai casi già citati vanno aggiunti perlomeno la chitarra di Alberto Radius in “Prospettiva Nevski” e quella di Ricky Belloni nel finale di “Nomadi“, tutte scelte perfettamente allineate con le versioni dal vivo degli ultimi lustri.

Ma torniamo ai tagli e ritagli: sparisce un pezzettino della coda di “Voglio vederti danzare (mix 2015)” (ma perché ?), ancora peggio per “Chan-son egocentrique (edit 2015)” alla quale, nella parte finale, tolgono alcune ripetizioni, cantate da Alice, della frase “chan-son egocentrique, self-centered song” e ne mozzano la coda di una decina di secondi. Sorte simile per “Caffè de la paix (mix edit 2015)“: la accorciano di un minuto, ma qui a pagare, in particolare, sono la sezione (molto bella, a dire il vero) dominata dagli archi nell’introduzione strumentale del pezzo e la parte in cui, nell’originale, c’era un coro a cantare il ritornello (del tutto tagliato). Però in questo modo anche questo pezzo arriva a durare circa tre minuti e mezzo (e quindi l’obiettivo viene raggiunto).

Per quello che invece riguarda i suoni sottolineiamo come, nei brani de “La voce del padrone” ci sia, un po’ in tutte le canzoni, una migliore messa a fuoco delle varie componenti, uno scenario sonoro più limpido e anche tante altre modifiche di varia natura e interessanti: gli archi più avanzati e le voci di Battiato meglio distinte di “Summer on a solitary beach“, le tastiere e le chitarre più presenti in “Bandiera bianca“, il violino di Giusto Pio molto più chiaro ne “Gli uccelli“, ancora gli archi più avanti in “Centro di gravità permanente“, e tante altre microvariazioni che sicuramente mi saranno sfuggite. In “Nomadi (mix 2015)” mi sembra che le controvoci di Battiato siano più presenti, con un interessante effetto di moltiplicazione della voce del nostro (ma magari sono io che ricordo male la versione originale). Discorso diverso per “Strani giorni (mix 2015)” e “La cura (mix 2015)“, entrambe non sono state mutilate e ci si è limitati a lavorare sui suoni (in maniera non particolarmente percepibile per quanto mi riguarda, in ogni caso senza cancellare gli assoli di chitarra elettrica), tutto sommato meglio così, mentre nel quinto CD ascoltiamo una “Sui giardini della preesistenza (mix 2015)” che non viene accorciata e della quale pure ci sfuggono gli aspetti innovativi (anche il bilanciamento degli strumenti sembra lo stesso).

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– le nuove versioni

Discorsi tutto sommato simili anche per le cosiddette nuove versioni.
Partiamo però da un caso particolarissimo, e apparentemente schizofrenico: i due brani estratti da “Orizzonti perduti“.
La stagione dell’amore (new version 2015)” è in realtà la versione originale, dalla quale (oltre a togliere un pezzetto di coda, non sia mai), viene tolta la voce originale per permettere a Battiato di ricantarla. Scelta del tutto incomprensibile.
Intanto perché Battiato oggi canta peggio di ieri, e poi perché il cantato originale era del tutto all’altezza. Verrebbe il dubbio che al Battiato di oggi non piaccia più il modo in cui fu registrata la sua voce all’epoca, però a smentire questa ipotesi ci pensa “Un’altra vita (mix 2015)“. In questo caso Battiato opera secondo logiche esattamente contrarie a quelle della canzone precedente. Sceglie come base la più recente incisione (presente in “Inneres auge“), ma ci monta sopra (almeno così mi è sembrato) il cantato della versione originale.
Prima sembra non apprezzare la voce in “Orizzonti perduti“, e subito dopo sembra preferirla.
Boh. Due scelte di cui mi sfugge la logica.

La nuova versione de “L’animale” (sicuramente ricantata, non sono sicurissimo sia stata anche risuonata) è uno dei punti più bassi incontrati finora. Cantata in maniera discutibile (e tutt’altro che eccellente) non vale la metà della versione originale. Se proprio la prima versione non andava bene, potevano recuperarne una dal vivo di quando Battiato sapeva ancora cantare, sarebbe stato assai meglio. “Giubbe rosse (new version 2015)” ha subito un trattamento abbastanza originale (ma sempre nella solita ottica di guadagnare una quarantina di secondi). Il cantato è quello originale (fortunatamente), la canzone invece è stata parzialmente risuonata perché hanno deciso di accorciare i tanti piccoli ponti strumentali tra le varie strofe cantate (soprattutto nella prima metà).
Nell’originale avevano un certo respiro, oggi, togliendo 4 secondi qui, 5 secondi là, l’hanno molto velocizzata. Probabilmente sono partiti con l’idea di un radio-edit, ma, per la struttura musicale del pezzo originale, si saranno presto resi conto che era impossibile farlo, sono allora intervenuti risuonando alcune sezioni.
Un gioco di prestigio abbastanza vacuo.

Lode all’inviolato (new version 2015)” segue gli arrangiamenti tipici dei tour dal vivo (niente batteria elettronica e durata accorciata), ma l’utilizzo della voce attuale di Battiato non la rende per niente piacevole (altra scelta masochistica). “Haiku (new version 2015)” paga anch’essa la voce attuale di Battiato, e, visto che la durata è sostanzialmente la stessa della versione originale, non si capisce perché non abbiano utilizzato la versione storica.
Più sensata la “Stati di gioia (new version 2015)“. E’ vero che la accorcia di un minuto (ancora!), ma, togliendo la ritmica e modificando la coda con una interessante parte per pianoforte, la rende sufficientemente diversa dall’originale da giustificare questa scelta.
Io chi sono ? (new version 2015)” paga la solita voce fiacca, ma trova il suo senso soprattutto in una quindicina di secondi di accorciamento (forse è eseguita un po’ più velocemente), e in una asciuttezza che, tour dopo tour, evidentemente Battiato preferisce alla ricchezza degli ornamenti inseriti nella versione in studio.

Come vedete ben poche di queste nuove versioni sembrano preferibili (o almeno qualitativamente equivalenti) a quelle originali, e rimangono molte perplessità sulla decisione di sostituirle ai brani originali, salvo seguire le direttive citate in precedenza (delle quali comunque ci sfuggono senso e ragione).

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– la selezione dei brani

Proviamo ora a ragionare su cosa Battiato ha incluso, e cosa omesso, realizzando questa ampia selezione del suo catalogo.
Premessa ovvia è che chiunque volesse fare una raccolta di questo tipo la farebbe diversa da quella di un altro, ognuno di noi troverà presenze e assenze incomprensibili in questa come in qualunque altra selezione. Ciò nonostante qualche riflessione, a nostro parere, ci sembra si possa fare.

Intanto, soprattutto per quello che riguarda la selezione dei dischi che vanno da “L’era del cinghiale bianco” fino a “Gommalacca“, mi sembra di poter dire che Battiato chiarisca definitivamente perché nei concerti non suonasse MAI certi pezzi (“Tramonto occidentale“, “Risveglio di primavera“, “Radio Varsavia“… l’elenco sarebbe lunghissimo): a Battiato questi pezzi non piacciono, fatevene una ragione. Perché dopo non averli eseguiti per anni li ha anche esclusi da questa antologia.
Chi ha una idea chiara di cosa Battiato ha suonato nei tour degli ultimi 15 anni troverà una sostanziale corrispondenza tra l’insieme delle scalette eseguite live e i brani presenti in questa antologia, che tradotto significa: “suono abitualmente dal vivo i brani che trovo più riusciti o più amati, e quelli ho inserito in questa raccolta“.

Diverso il discorso per i dischi più recenti che, con l’eccezione de “La voce del padrone” (presente al completo) e “Come un cammello in una grondaia” (ben 6 tracce), sembrano godere di una visibilità maggiore (probabilmente essendo gli ultimi sono anche quelli più vicini alla sensibilità musicale e poetica del Battiato attuale).
Certo è che fa impressione vedere la presenza di 6 brani provenienti da “Il vuoto” contro uno solo da “L’arca di Noè“, così come sembrano tanti i 4 di “Apriti sesamo” confrontati con i due di “Orizzonti perduti” o i 3 di un capolavoro assoluto quale “L’era del cinghiale bianco“. Finisce nel dimenticatoio anche il mio amatissimo “L’ombrello e la macchina da cucire” (un solo brano), ma fa sensazione che anche due successi come “L’imboscata” e “Gommalacca” siano ridotti a sole, rispettivamente, 2 e 3 canzoni (allo stesso livello di “Ferro battuto“, disco decisamente più sottotono).

Discorso speciale meritano i dischi di covers. La scelta di condensare in un solo cd (il quarto) tutta l’attività del Battiato interprete ha fatto si che i 3 “fleurs” siano stati decisamente sovrarappresentati per l’importanza che hanno avuto nel percorso artistico di Battiato.
E’ difficile spiegare la presenza di 6 tracce da “Fleurs” (scartando gli ottimi inediti presenti !) e “Fleurs 2” così come le 5 per “Fleurs 3” (anche qui senza recuperare gli inediti), specie confrontando questi numeri con quelli dei dischi anni ’80 di Battiato (i 3 miseri brani da “Patriots” ma anche i 4 dell’eccellente “Fisiognomica“). E’ una delle tante scelte discutibili di questa selezione, e forse una delle più oggettivamente sbagliate.

Interessante invece l’idea di mischiare in una unica suite alcuni dei brani del periodo Bla…Bla…
Cuciti insieme fanno una loro discreta figura (al netto dei gusti personali) e ben risolvono il problema di come inserire in uno spazio limitato brani così importanti, ma anche così lunghi.

Anche il sesto cd, quello dedicato al repertorio classico, lascia diverso amaro in bocca.

Dedicare un unico disco a questo materiale pretendeva una scelta attenta e delicata, invece si è scelto di occuparne buona parte con la “Messa arcaica” (presente nella sua assoluta integrità), uno dei pochi lavori di questo genere già naturalmente diviso in sezioni autonome di media grandezza che, paradossalmente, ben si prestavano ad essere estratte e decontestualizzate. Se a questo aggiungete anche lo spazio inspiegabilmente dedicato a ben 3 dei 4 lieder cantati da Battiato in “Come un cammello in una grondaia“, ecco inevitabilmente, che di minuti per le quattro opere liriche ne siano rimasti davvero pochini.

E quindi troviamo solo 3 frammentini estratti da “Genesi” (e scelti secondo me in maniera sciagurata… in particolare il “Sen peigamberler” molto meglio si prestava ai frammenti scelti di “Introduzione” o a quello di “Finale“), 2 per il “Gilgamesh” (questi forse più assennati anche se gridano vendetta la mancanza dell’ “Exultet” e del “Solo“, i due brani più celebri dell’opera), 3 dal “Telesio” e solo uno dall’inedito “Il cavaliere dell’intelletto” (ma quale occasione migliore per riportarne alla luce qualcuno dei temi che lo caratterizzavano ?).
Sorprende moltissimo la mancanza del famigerato “L’Egitto prima delle sabbie“, brano che Battiato magnifica ogni volta che può e che non trova alcuno spazio in questa antologia, così come la totale assenza di estratti da “Campi magnetici“.

– conclusioni e suggerimenti

Con l’esclusione degli inediti il giudizio su questa (costosa) antologia è pesantemente negativo: la scelta dei brani, le nuove versioni e i nuovi missaggi… tutte le scelte si sono rivelato ai miei occhi sbagliate o dannose.

Qualcuno potrebbe dire che è facile criticare e che tutto sommato non si poteva fare meglio. Di seguito perciò riporto qualche suggerimento che (se me l’avessero chiesto per tempo) avrei dato volentieri:

1) si poteva (e secondo me si doveva) fare (almeno) un cd di inediti e rarità: brani mai pubblicati in CD, b-sides semidimenticate, demo e tracce alternative (a cercarle se ne trovano sicuramente)

2) al posto di questi nuovi missaggi o queste nuove versioni si potevano cercare delle registrazioni dei concerti degli ultimi 15 anni (sicuramente ce ne sono molte conservate dal gruppo di lavoro di Battiato) selezionando esecuzioni particolarmente riuscite (e ben cantate) da inserire al posto di versioni originali (eventualmente) ritenute non all’altezza

3) se proprio si volevano ripubblicare tutti e 3 i film di Battiato per l’occasione li si poteva far uscire in inediti blu-ray, un formato migliore del dvd, evitando così a quelli come me di riacquistare esattamente il medesimo oggetto

4) “Bitte, keine réclame” meritava decisamente una riproposizione integrale

5) esistono anche videoregistrazioni mai pubblicate di concerti di Battiato (dal progetto “Diwan” al famoso concerto a Segesta del 2004) che con l’occasione si potevano recuperare

Ma magari tutti questi materiali saranno oggetto di un prossimo boxone 😉

Attendiamo fiduciosi il prossimo Natale.