MACINA+GANG “Cecilia”, 2004, Storie di Note

La musica di tradizione popolare è caratterizzata dal continuo interscambio tra interpreti e autori (senza che tra le due categorie ci sia una netta distinzione). Capita infatti spessissimo che nell’arco degli anni (e dei decenni, per non dire dei secoli) una determinata canzone subisca continue modifiche man mano che si sposta lungo il territorio (ovvero man mano che attraverso ignoti vettori la sua fama avanza per il paese) in quello che è un continuo intrecciatissimo prendere/rielaborare/divulgare.

Indipendentemente da colui che l’ha originata, la canzone, passando di mano in mano, viene continuamente modificata (nel testo come nella musica) producendo una (teoricamente anche infinita) serie di varianti più o meno somiglianti al prototipo iniziale.
Succede così non solo che di una determinata canzone si conoscano diverse versioni abbastanza simili, ma anche che su musiche diverse sia stata raccontata la medesima storia o che sulla stessa musica vengano appoggiati versi completamente differenti.

Un caso di questo tipo è quello di “Cecilia“.
Trattasi di un brano che ha gironzolato un po’ per tutta Italia e la storia, a volte raccontata meglio, a volte peggio, è sempre quella di questa donna il cui marito è stato incarcerato (si presuppone ingiustamente) dai locali rappresentanti del potere (generalmente incarnati da un ufficiale dell’esercito) e rischia l’esecuzione capitale. Cecilia va a chiedere la grazia per suo marito e riceve una vera e propria proposta indecente. Lei prende tempo e chiede l’assenso del marito che (inaspettatamente per l’etica del tempo che fu) arriva e decide quindi di sacrificare la sua virtù per amore del consorte.
Ma non bisogna mai fidarsi dei potenti, infatti dopo aver sottostato alle voglie del capitano Cecilia si affaccia dalla finestra e vede che il marito è stato appena impiccato in barba alle promesse fattegli. Distrutta dal dolore da quel momento non desidererà altro che aspettare la morte per poter finalmente ricongiungersi con il suo amato con l’unica speranza che i fiori sulle rispettive tombe ricordino il triste destino della coppia.

Questo brano l’avevo già incontrato in una versione piemontese eseguita da La ciapa rusa nell’ottimo cd “Aji e safràn“, più recentemente è stato recuperato nella sua forma romana dagli Ardecore (che a loro volta si sono rifatti alla versione che ne fece negli anni ’70 Gabriella Ferri, versione nella quale Cecilia si vendica uccidendo il capitano e finendo a sua volta in galera),
ma sono rimasto davvero molto affascinato da questa versione realizzata da La Macina (storico gruppo marchigiano di ricerca in ambito tradizionale) e dai Gang (tra i principali protagonisti del rock indipendente italiano nei primi anni ’90, autori di molti dischi interessanti e intelligenti) nella quale la ballata viene musicalmente trasformata in un rock-blues desertico e vagamente psichedelico nel quale la chitarra elettrica e l’organo creano una strano cortocircuito tra la storia cantata (decisamente antica) e l’atmosfera musicale (decisamente più moderna) rendendo il tutto meravigliosamente straniante. Gli inserti strumentali sono efficacissimi nel farci seguire il climax emotivo del pezzo e man mano che la tragedia si svolge è difficile rimanere indifferenti a ciò che viene raccontato.
Detto in sintesi: questo è un brano che emoziona, e molto.

La forza della canzone popolare.

p.s. Naturalmente la Cecilia della foto (siamo alla fine degli anni ’30) non è la protagonista della vicenda, ma solo una sua omonima che, come la Cecilia della storia popolare, è stata anche lei per un certo periodo privata della presenza del marito che fu tenuto prigioniero lontanissimo dal paese nativo ma, fortunatamente, solo per alcuni anni e senza finali così drammatici.

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