Odio la gente che va ai concerti

Odio voi, signore e signori dell’alta borghesia, che vi recate ai concerti di musica classica con le vostre pellicce costose, i vostri preziosi gioielli, le vostre giacche e cravatte firmate, i capelli ben curati dai vostri parrucchieri. Prima del concerto è tutto un salutarsi, sorridere, incontrarsi, mostrarsi, poi, durante il concerto, sembrate assenti, indifferenti a tutto ciò che accade sul palco. Mostrate qualche piccolo picco di interesse solo per i momenti più famosi dei brani più famosi, sbadigliate, o tossite nervosamente, di fronte ad ogni proposta appena appena coraggiosa (musica del ‘900 o, addirittura, di questo secolo).
Applaudite per inerzia.
E appena il concerto finisce scappate via dalla sala per andarvi a rifugiare altrove.
Con i soldi che pagate per il biglietto offendete i compositori che ascoltate.

Odio voi, giovani studenti universitari (peggio se fuori sede), che vi presentate nel luogo dove si suona verso le 23.30 e sbarrate gli occhi con sorpresa se vi dicono che il concerto è già iniziato. Per voi quel concerto è solo l’ennesimo posto dove portare la vostra noia dopo aver gironzolato per altri luoghi (più o meno trendy, più o meno alternativi, e perdonatemi l’utilizzo di questi orrendi aggettivi che non appartengono a me, ma esclusivamente alla vostra testa). Entrate in sala con l’immancabile birra (o altra bevanda alcolica) in mano, date uno sguardo assente verso il palco e poi ricominciate a chiacchierare con la vostra compagnia.
Vi interessa solo poter scrivere sui social network di esserci stati, magari commentando negativamente la performance musicale alla luce di un selfie sgranato e fuori fuoco. Neanche per un minuto riuscite ad ascoltare veramente ciò che viene suonato, neanche per un istante vi rendete conto di quanto il vostro modo di fare infastidisca i presenti e i musicisti.
Offendete chi avete intorno e chi sta suonando.

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Odio te, amico fumatore, che, quando il concerto è all’aperto, fumi una sigaretta dopo l’altra senza interruzione alcuna. Sembra che ti stia vendicando del fatto che, negli ultimi 10 anni, siano stati progressivamente ridotti gli spazi in cui puoi fumare e quindi, siccome al ristorante non puoi farlo, al cinema non puoi farlo, nei teatri non puoi farlo, ora che puoi ti sfoghi recuperando in una volta sola tutte quelle fumate che non hai potuto fare negli ultimi sei mesi.
Che la ragione di quei divieti sia garantire la tua, ma soprattutto la mia, salute non ti sfiora. Sei lì e con gran piacere ti accendi l’ennesima sigaretta indifferente ai vari livelli di fastidio che provochi nei vicini.
Offendi chi ti sta vicino e te stesso, ma non te ne curi, perché la tua dipendenza è l’unica cosa che conta e, sotto sotto, ti senti un perseguitato.
Nel frattempo io noto come il vento spinga tutti i fumi di sigaretta verso di me, la legge di Murphy non si smentisce mai, e penso che se iniziassi a urlarti nell’orecchio tu subito ti lamenteresti e mi pregheresti di smettere.
Perché per te il fastidio è a senso unico e non pensi di esserne mai la causa.

Odio te, pseudo-ultrafan del famoso cantante pop. Non conta se sia italiano o straniero, non conta se sia uomo o donna, se sia un gruppo o un solista, conta solo che quando vai ai suoi concerti tutto quello che ti interessa (tutto!) è che canti la canzone stra-famosa (o quelle 3 o 4 canzoni stra-famose del suo repertorio) per poterla cantare a squarciagola. Le canzoni che non conosci ti annoiano, se il concerto finisce senza che QUELLA canzone sia stata eseguita ti senti truffato e vieni via borbottando e chiedendoti come sia stato possibile l’abbia esclusa dalla scaletta. Quando finalmente la canzone parte eccoti lì in piedi (possibilmente sotto il palco) a saltare e cantare, e nulla altro conta, salvo trovare il modo di videoregistrare il tutto con il tuo Aifon-ultimo-modello-che-quello-prima-era-vecchio.
Confondi un concerto con il karaoke, confondi l’ascoltare con l’esaltazione del tuo ego, confondi la passione per la musica con i riflessi pavloviani e naturalmente ti sfugge che il tuo gracchiare possa non essere apprezzato da chi ti sta accanto, che non è lì per ascoltare te, ma qualcun altro.
Offendi i tuoi simili e soprattutto gli sfortunati che ti sono prossimi.

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Odio la gente che va ai concerti gratuiti. Convinti che gratis equivalga a scarsa qualità arrivano sul luogo del concerto e assistono distratti, chiacchierando e scherzando, andando e venendo. Che molti dei presenti siano lì proprio per seguire ciò che accade sul palco è un’idea che non li sfiora neanche vagamente. Che nessuno li abbia obbligati a presenziare all’evento è evidente, tanto quanto il fatto che loro, vista l’assenza di un costo, ritengano impossibile non sfruttare l’occasione. Il loro guadagno è realizzato sulle spalle dei poveri cristi che se li ritrovano vicini e che maledicono la decisione di non aver fissato un prezzo per lo spettacolo, fosse stato anche di un solo euro, in maniera tale da riuscire a selezionare le persone realmente interessate all’evento da quelle attirate solo dalla sua gratuità.
Perché uno degli effetti del turbo-liberismo imperante è anche il fatto che tutto ciò che è gratuito viene da molti considerato come di poco valore, dimenticandosi che non hanno pagato per avere il proprio cervello.

Odio voi, ossessionati dall’obbligo di riprendere quello che accade sul palco. Se, per disgrazia, il concerto prevede solo posti in piedi, eccovi pronti con il vostro smartphone o la vostra videocamera a registrare. Ma poiché volete belle (?) riprese, senza quelle brutte teste che si frappongono fra voi e il palco, alzate il braccio e riprendete tutto da questa posizione privilegiata. Peccato che questa cosa venga fatta da molti di voi, in maniera tale da creare davanti a me un vero e proprio muro di braccia tese al di sopra delle quali troneggiano i vostri apparecchietti. E io non vedo più nulla, salvo aver pagato un biglietto per assistere a ciò che accade solo attraverso i piccoli monitor delle vostre macchine.
Non è maleducazione, è narcisismo alla sua massima potenza (anche perché vorrei proprio sapere cosa ne farete di queste riprese, quasi sempre mosse, fuori fuoco, dall’audio improbabile… secondo me le dimenticherete assai presto).
Calpestate chi vi è accanto e mettete in imbarazzo chi vi osserva dal palcoscenico.

Odio la gente che va ai concerti.

Anzi, tutto sommato, odio la gente.

Buon Natale

Cantare in inglese ?

Negli ultimi tempi mi è capitato spesso, nell’intento di documentarmi su quanto di buono si muove nel sottobosco del rock/pop italiano, di ascoltare delle antologie (gratuitamente scaricabili) variamente concepite ma tutte caratterizzate dalla presenza di molti gruppi e solisti generalmente a me sconosciuti o conosciuti solo di fama.
Mi ha sorpreso il fatto che molti di questi ragazzi abbiano scelto di cantare (e scrivere) in inglese i testi delle loro canzoni, una scelta che non ho mai compreso.
Quelli vecchi come me ricorderanno che nei primi anni ’80, di fronte ad una scena new-wave italiana che spessissimo utilizzava l’inglese, fu abbastanza intensa la polemica tra chi era pro e chi era contro questa scelta. Ovviamente ognuno ha continuato a fare come credeva, ma, in linea di massima, si impose la linea che prediligeva l’italiano (Litfiba, Diaframma, CCCP e CSI e tanti altri gruppi stanno lì a dimostrarlo).

La mia impressione è che la scelta di cantare in inglese sia o irrazionale o furbesca.

Iniziamo col chiederci innanzitutto che cosa sia un testo cantato in una canzone, perché i casi sono due: o l’autore vuole dire delle cose attraverso questi versi oppure per lui non hanno importanza e quello che conta è solo la musicalità dei fonemi.

Nel secondo caso, il più semplice da analizzare, non si capisce perché, se uno è sinceramente interessato solo al suono di quello che viene cantato, debba utilizzare PROPRIO l’inglese.
Con tutte le lingue che ci sono (europee, extra-europee, inventate…) non mi si venga a dire che l’inglese sia la più musicale del pianeta perché fatico a credere ad una affermazione simile (anche perché esistono artisti, come Wim Mertens o i Sigur Ros, che da anni utilizzano fonemi propri, più strutturati quelli dei Sigur Ros, più liberi e anarchici quelli di Mertens, proprio per meglio legare questi suoni alle loro musiche).
Per cui l’impressione è che in questi casi la scelta non sia giustificata e anzi, verrebbe voglia di invitare costoro ad auto-costruirsela una lingua più efficace (e meno inflazionata, personalmente suggerisco il tlhIngan Hol o l’Alto Valyriano).

Nell’altro caso, quello in cui le parole di una canzone abbiano un significato e, almeno nelle intenzioni dell’autore, vogliano esprimere qualcosa, chiunque in vita sua abbia avuto la ventura di scrivere dei testi avrà notato come siano talmente tante le sfumature di una lingua che solo se la si conosce in maniera approfondita si ha la reale possibilità di dire ciò che si vuole nel modo appropriato. Mi verrebbe da dire che solo con la lingua madre è possibile davvero esprimersi nel miglior modo possibile, pesando gli aggettivi, le virgole e ogni componente del testo. Perché basta niente per andare completamente fuori bersaglio ed esprimere concetti agli antipodi di quelli che volevamo comunicare.
Se siete d’accordo con me concorderete che per dire ciò che si vuole dire l’utilizzo della propria lingua è sempre la scelta migliore (se poi, come Eugenio Finardi, si è perfettamente bilingue allora si può scegliere di volta in volta quella che si preferisce).

Ma allora perché usare una lingua straniera ?

La giustificazione più frequente sarebbe quella secondo la quale l’italiano avrebbe delle caratteristiche poco musicali mentre l’inglese risulterebbe meglio plasmabile ed adattabile alle strutture rock e pop.

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Sarà pure vero, ma, in oltre 50 anni di musica leggera fatta in Italia, l’elenco di artisti che hanno fatto delle straordinarie liriche in italiano appoggiate sulle più varie musiche è talmente vasto da smentire con decisione questa tesi. Per rimanere in ambito rock, dai progressivi anni ’70 (Area, Banco del mutuo soccorso, Le Orme, Battiato…), agli ’80 punk & wave (Litfiba, Kina, Franti, CCCP…), agli indefinibili ’90 (C.S.I., Massimo Volume, Ustmamò, Afterhours…), fino al nuovo millennio (Il genio, Le luci della centrale elettrica, Baustelle, I Cani…) è fin troppo evidente quanto sia possibile scrivere (ottimi) testi in italiano con un duplice vantaggio: il controllo su ciò che si esprime e (fondamentale) la possibilità per chi ascolta di comprendere ciò che viene cantato (checchè ne pensino i nostri rockers, la principale audience che hanno è quella italica, se avranno successo sarà quasi sicuramente prima qui e poi, eventualmente, altrove, per cui stabilire un canale di comunicazione con gli italiani dovrebbe essere considerata una priorità).

Perché la mia maliziosa impressione è che coloro che sfuggono all’italiano lo facciano innanzitutto perché hanno paura di prendersi la responsabilità dei loro testi. Sanno benissimo che quando il pubblico comprende ciò che viene cantato è anche in grado di criticarlo e trovarlo geniale come ributtante, mentre se si canta in inglese nessuno baderà più di tanto al testo.
Ma se non si ha il coraggio delle proprie composizioni, come si può sperare di fare strada nel mondo della musica ?

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Forse sarebbe meglio correre il rischio di essere poco apprezzati ma di portare alle orecchie altrui un prodotto completamente comprensibile, che possa essere odiato, ma anche amato, senza la barriera di un linguaggio altro. Perché una canzone ci farà innamorare perdutamente solo se avremo la possibilità di entrarci dentro completamente.

Up patriots to italian !

Miserabili trucchetti

Quando ho iniziato a postare i miei periodici sfoghi su queste pagine la spinta propulsiva mi venne dal desiderio di segnalare/stigmatizzare alcuni comportamenti delle grandi multinazionali del disco mirati a rubacchiare qualche euro dalle tasche dei suoi clienti (alla faccia del tanto sbandierato customer care di cui tutti si riempiono la bocca, quasi sempre a sproposito).
Un sistema recente per estorcere denaro riguarda le bonus track presenti in alcuni dischi virtuali (nel senso di album venduti in rete tramite il download a pagamento di tutte le loro tracce).
Poche chiacchiere e passiamo subito ad un esempio (come al solito parlerò di Battiato, ma non perché lui o la Universal siano particolarmente rapaci e avidi, ma semplicemente perché la mia passione per la sua musica mi porta fatalmente ad incrociare con lui queste singolari situazioni e non, per dire, con Zucchero, Baglioni o Renato Zero).

Nel 2007 esce “Il vuoto“, un album di Franco Battiato composto da 9 (nove) tracce per un totale di 33 minuti di musica. Esce nei negozi fisici ed anche negli store dedicati alla musica liquida.

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Sorprendentemente (come potete notare nello screenshot sotto, preso da Amazon in questo autunno 2014) nella versione non-fisica il disco contiene due tracce in più: un remix de “Il vuoto” e una registrazione dal vivo di “Come away death” (non c’è scritto che è dal vivo, ma voi fidatevi).

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1) Ma perché ?

La prima domanda che viene naturale è: perché questa distinzione ?
Visto che nel cd c’era, e c’è, ampissimo spazio per aggiungere materiale, perché mai si dovrebbe decidere di discriminare gli acquirenti fisici dandogli un’opera incompleta, smozzicata, accorciata ?
Quale sarebbe la ratio che potrebbe giustificare una simile scelta ?
Forse che i soldi di chi compra supporti fisici valgono meno di quelli di chi acquista solo file compressi ? Forse che chi ancora ascolta i supporti fisici si stanca prima e dopo mezzora di musica fugge via dallo stereo in cerca di silenzio ?
Forse che qualche associazione segreta pluto-massonica ha stabilito che il supporto fisico vada degradato e sminuito più possibile ?

Non si sa, ma la cosa grave non è solo questa.

2) Che fare ?

Qualcuno potrebbe giustamente dirmi: “Ma che problema hai ? Comprati il disco fisico e poi comprati pure le due tracce bonus dell’edizione digitale“.
Giusto. Ma bisogna fare almeno due osservazioni.

La prima è che, in ogni caso, non si spiega perché mai le due edizioni debbano essere differenti. Rimane del tutto oscuro il perché di questa scelta penalizzante per una certa categoria di acquirenti.

La seconda è che (stranezza delle stranezze) mentre “Il vuoto (heavy mental mix)” è, a tutt’oggi, acquistabile singolarmente con la spesa, su Amazon, non indifferente, di 1,29 eurotti, la seconda traccia bonus, “Come away death“, NON si può comprare singolarmente ma solo acquistando l’intero album a 10,99 euri.

ilvuotoamazon_3Avete capito bene.

Ad uno come me, che ha già comprato il cd, la Universal chiede di ricomprare l’album da capo per poter ascoltare una singola traccia bonus.

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Tecnicamente credo si possa parlare di tentata rapina e quello che sembra emergere da comportamenti come questo è la tendenza delle case discografiche a ricattare i propri clienti. Tutto questo complicato meccanismo sembra studiato apposta solamente per scucire più soldi possibile agli appassionati di musica e se, ovviamente, questi comportamenti sono del tutto legali, mi sembra evidente come siano moralmente MOLTO discutibili, anche perché una azienda seria, prima di arrivare a questi mezzucci pensati da qualche pensatore dello stramaledetto strategic-marketing, dovrebbe cercare di instaurare con i suoi clienti un clima di fiducia e reciproca collaborazione.

Ma si sa, in questo XXI secolo vendere dischi non è più questione di passione e arte, ma, più banalmente, si tratta sempre e solo di estorcere più denaro possibile da uomini e donne (più o meno) amanti della musica attraverso grandi campagne pubblicitarie, controllo delle radio e tutti i trucchi e trucchetti che vengono in mente a lor signori.

Mi viene da pensare che i grandi discografici del passato (alla Nanni Ricordi) si vergognerebbero, e molto, di simili comportamenti, perché essere industriali o imprenditori non deve necessariamente significare diventare degli abili (e sfacciati) borseggiatori.

p.s. Inutile dirvi che non hanno avuto i miei soldi
p.p.s. Grazie ad Alessio per aver stimolato questo post
p.p.p.s Per vedere più dettagliatamente le immagini cliccateci sopra

SIAE sempre SIAE fortissimamente SIAE

Questa è un’altra storia (a dir poco) illuminante su quali siano le logiche che guidano la SIAE nel suo sforzo, eterno ed immutabile, di raccattare quattrini.
Come ho già scritto la mia impressione è che la SIAE non si dedichi tanto a cercare di incassare i diritti degli autori per poi a loro distribuirli, quanto cerchi in tutti i modi di ingrassare il più possibile la torta che poi suddivide (secondo criteri piuttosto discutibili) a una parte dei suoi iscritti.

Cliccando qui potrete leggervi dettagliatamente la storia raccontata da Andrea Caovini. Non starò qui a dettagliarvela (è scritta benissimo e potete leggervela quando volete), ma mi limiterò a riepilogare la questione che si è posto il buon Andrea, che è la seguente:

perché se io organizzo un concerto al quale suonano dei non-iscritti SIAE e nel quale vengono eseguite delle musiche NON legate al diritto d’autore (vuoi perché chi le ha scritte non è socio SIAE, magari uno dei musicisti, vuoi perché di dominio pubblico), perché, dicevamo, secondo la SIAE gli organizzatori devono comunque pagare dei soldi alla stessa SIAE ?

L’illogicità della richiesta è evidente: io suono della musica mia, o musica tradizionale o antica, e dovrei dare dei soldi alla SIAE ? (soldi che poi, di fatto, andranno a finire nelle tasche dei soliti noti: Vasco, Ligabue, Guardì…)

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Ma perché mai la legge dovrebbe costringermi ad un gesto tanto assurdo (quasi una rapina legalizzata) ?

Il nostro Andrea si è armato di santa pazienza ed ha cercato di capire come funzionino queste regole, e il risultato, in parte sorprendente, lo potete leggere per conto vostro.

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Se vi piacciono i dettagli potete seguire le sue disavventure passo passo direttamente dal suo blog.

Ancora una volta si ribadisce la tendenza della SIAE a cercare IN OGNI MODO di drenare denaro per le proprie casse senza alcun rispetto per il diritto d’autore che dicono di tutelare (che dovrebbe significare dare ad ogni socio il giusto corrispettivo per l’uso che viene fatto delle sue opere) e, per certi versi, anche in barba alla legge.

E un pensiero non può non andare al compianto Claudio Rocchi che, tra le tante ultime cose che ha cercato di fare tentò anche una scalata ai vertici della SIAE senza, purtroppo, raggiungere l’obiettivo prefissato, anche lui si era reso conto di quanto ci sia da lavorare per ridisegnare questo carrozzone ormai fuori controllo.

Una nota va anche ai ragazzi di Patamu che seguiamo con simpatia e il cui tentativo di creare una realtà alternativa per la gestione dei diritti degli autori (espressione che amo molto di più di quella, abusata di diritto d’autore) speriamo abbia successo.

Vinilmania

Negli ultimi 4-5 anni si è diffusa a macchia d’olio quella che a me appare come una strana forma di retorica pro-vinile che mi trova assolutamente in disaccordo.
Detto in estrema sintesi: viene continuamente ripetuto il concetto secondo il quale il vinile sarebbe un supporto migliore rispetto al CD (e in generale ai formati digitali).

Personalmente credo che sia un atteggiamento nostalgico e, in qualche modo, tecnologicamente reazionario e cercherò di argomentare cosa non condivido di questa affermazione.

1° flashback – gli anni ’80

Ho iniziato a comprare dischi con regolarità intorno al 1978 ed ho continuato a farlo fino alla fine degli anni ’80. Ho una serie di ricordi chiarissimi su quello che significava avere a che fare con i vinili.
A parte le attenzioni che richiedevano (e che ho traslato anche nel mio modo di trattare i CD) tali da trasformare il gesto di mettere un disco in una strana danza rituale con l’obbiettivo di non graffiarlo, di non toccarne la superficie e di evitare il più possibile che prendesse polvere, quello che ricordo con rabbia era la facilità con la quale, nonostante le attenzioni di cui sopra, quel certo disco iniziasse a presentare dei fastidiosissimi toc in certi momenti dell’ascolto, mostrasse alla vista degli inspiegabili graffi ed evidenziasse all’ascolto difetti sonori di varia natura e tipologia. Quante volte mi è capitato che, appena aperto un disco nuovo e messo sul piatto, questi mostrasse una ondulazione inaccettabile che causava movimenti sussultori della puntina con relativa distorsione dei suoni, quante volte bastavano pochi ascolti per pregiudicare la qualità dell’ascolto senza poter più rimediare alla cosa.

Perché il primo concetto che voglio (ri)stabilire chiaro e forte è che gli LP si usurano.
Non c’è niente da fare: più li ascolti più la qualità degrada (fino all’assurdo di tante persone che, all’epoca, per conservarlo meglio possibile, compravano il disco, lo suonavano una sola volta, registrandolo su cassetta, per poi ascoltare solamente quest’ultima, con tutti i ben noti limiti audio di questo supporto).

Il secondo concetto che voglio sottolinearvi è che, quando l’industria discografica aveva il vinile come supporto principale per la diffusione dei suoi prodotti, spessissimo li realizzava da cani: sottili come ostie (e quindi facili a ondularsi) e stampati malissimo (con suoni che si impastavano e tutto erano tranne che hi-fi, qualcuno ricorda la “Linea Orizzonte” della Ricordi e come suonava ?).

In quegli anni io (e non solo io) sognavo un qualche lettore laser che leggesse i solchi senza creare attrito e quindi preservasse la qualità del disco.
Sognavamo uno strumento per sentire i dischi che non fosse il giradischi. Apparecchio dalla complicatissima gestione:

  • e la puntina che doveva essere perfettamente perpendicolare al disco,
  • e il peso della puntina che doveva essere tarato per non essere troppo leggero (altrimenti i dischi saltavano), ma neanche troppo pesante (altrimenti i dischi si aravano),
  • e la puntina che andava ogni tanto cambiata perché altrimenti rovinava i dischi e l’ascolto,
  • e la velocità del piatto che deve essere costante (altrimenti il disco suonava a ondate, il famoso wow & flutter), ma anche precisa (altrimenti il disco suonava troppo veloce o troppo lentamente)…

Insomma, una roba da ingegneri, sempre con bilancini, specchietti e strumentazione varia a cercare di capire se tutto era tarato nel modo giusto…
Credetemi, perché io c’ero: era un vero inferno, e senza prospettive di soluzione.

In tutta onestà, quando arrivarono i primi lettori di CD mi sembrò di toccare il cielo con un dito sapendo che mi lasciavo dietro tutte queste problematiche.

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2° flashback – gli anni ’00

Mi trovavo in una delle salette minori dell’Auditorium Parco della Musica in un contesto nel quale si parlava dei Genesis periodo-Gabriel alternando le chiacchiere con ascolti tratti da alcuni dei loro dischi. Per l’ascolto i docenti avevano la possibilità di utilizzare un impianto di assoluto valore (e costosissimo) considerato tra i più prestigiosi dei nostri giorni. Come sorgenti sonore scelsero di utilizzare le recenti riedizioni dei dischi dei Genesis e hanno alternato tra loro il classico CD, il DVD-audio e gli LP (180 grammi e bla…bla…bla…).
Quando, ad un certo punto, ci hanno chiesto su quale supporto volessimo ascoltare un brano (credo fosse “Supper’s ready“) gli astanti hanno, praticamente in coro, richiesto il vinile.

Orbene, voi siete liberi di non credermi, e poi su queste cose ognuno ha le sue percezioni, ma io vi assicuro, e lo giuro sui figli di Berlusconi, che nei momenti più delicati del pezzo, quando gli strumenti quasi scompaiono e rimane solo la voce di Gabriel e poco più, con il volume dell’impianto giustamente altissimo, il vinile ha prodotto un tale fruscìo di fondo (ineliminabile perché è proprio dall’attrito tra puntina e solchi che nasce ciò che si ascolta) che io, dopo anni e anni di ascolti digitali, mi sono trovato a disagio, e quasi imbarazzato, trovandolo assolutamente I-N-S-O-P-P-O-R-T-A-B-I-L-E (e naturalmente negli altri ascolti fatti con i CD o i DVD semplicemente non esisteva nulla di simile).
Dentro di me ho pensato: possibile che non si accorgano di questo frastuono, possibile che davvero ritengano migliore questa tipologia di riproduzione ?

Conclusioni

Il CD ha tanti difetti, e nel periodo fine anni-80/primi anni ’90 spesso le case discografiche hanno fatto delle digitalizzazioni indecenti (ne accennai tempo fa in questo post). Sempre in quegli anni hanno spesso sbagliato la fabbricazione e tanti CD si sono abbronzati (ne parleremo presto) per la loro imperizia. Ma a distanza di oltre 20 anni il CD è ormai un prodotto maturo che, a mio parere personalissimo, risulta decisamente superiore al vecchio vinile sia dal punto di vista della qualità sonora sia dal punto di vista della gestione dell’oggetto e della sua utilizzazione (soprattutto se non lo si confronta in astratto, ma se ne fa esperienza reale e protratta nel tempo).

Ma quello che mi infastidisce di più degli integralisti vinilici è che, a fronte di alcuni indiscutibili limiti tecnici del supporto CD, essi si sono infilati in una inutile battaglia di retroguardia (subito assecondati dall’industria discografica che si è prontamente buttata sul nuovo/vecchio mercato).

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Se avessero guardato avanti e quindi, ad esempio, puntato la loro attenzione/passione su prodotti tecnologicamente più avanzati rispetto al CD (invece di insistere su un oggetto limitatissimo quale il vinile) magari oggi avremmo accanto al vecchio CD un piccolo mercato di (tanto per fare un esempio) SACD (SuperAudioCD) o di DVD-audio che davvero potevano migliorare la qualità dei nostri ascolti senza per questo perdere ciò che di buono c’era nel formato precedente.
Se invece dei piccoli reparti di LP che oggi ci sono nei negozi di dischi avessimo dei reparti di SACD, o altro formato magari ancora migliore, davvero avremmo fatto un passo in avanti.
E invece, schiacciati da un lato dal mercato discografico e dall’altro dai nostalgici vintage, continuiamo a girare a vuoto incapaci di innovare tecnologicamente un ambito che potrebbe darci davvero moltissimo.

Detto in altra maniera: come mai in ambito video si è passati dalle VHS ai DVD ai BluRay e invece in ambito musicale ci siamo fermati al CD ? Dove sono i BluRay della musica ?

E quando inizieremo ad ascoltare con le nostre orecchie e non tramite quelle della vox populi ?

Ma dov’è questa crisi ?

Come sa chi mi frequenta ho una incredibile voglia di ascoltare musica classica suonata dal vivo in luoghi adatti a questo scopo. Può sembrare strano ma, pur avendo in vita mia assistito a tantissimi concerti, tra i quali parecchi di musica contemporanea, sono abbastanza digiuno di musica sinfonica ascoltata come si deve.

Sono allora andato sul sito dell’istituto romano più prestigioso tra quelli che si occupano di questo tipo di musica per vedere cosa offriva la loro stagione 2012-2013.

Ho così scoperto che loro organizzano due stagioni (una cosiddetta sinfonica, l’altra denominata cameristica) ricchissime di concerti (piuttosto costosi, ma capisco benissimo che un concerto di un’orchestra costi più di quello di un gruppo rock).

Per risparmiare qualcosa sono andato nella sezione abbonamenti e ho trovato 3 possibilità: l’abbonamento a tutta la stagione sinfonica, quello a tutta la stagione da camera e uno misto da 13 concerti.

Il primo e il secondo li ho subito scartati perché gran parte della loro stagione è occupata da musiche che mi interessano relativamente poco (ricordatevi che non amo quasi tutta la musica ottocentesca…) e spendere tutti quei soldi per ascoltare cose che non desidero più di tanto è una prospettiva che non mi alletta.

La terza possibilità invece mi intrigava: 13 concerti sono tanti ma diluiti nel periodo settembre-maggio si possono fare, sono andato allora a leggermi tra quali concerti potevo selezionare i miei 13 e, purtroppo, ho dovuto verificare che questa selezione pescava in maniera assai discutibile tra l’intero catalogo e riuscivo solo ad estrarre 6 concerti di assoluto interesse per me.

Ci ho ragionato su e poi ho scritto una mail all’ente dicendogli che io volevo abbonarmi, ma le loro condizioni me lo impedivano e gli facevo una proposta conveniente per entrambi. Ho selezionato altri 7 concerti di mio gusto, li ho aggiunti ai 6 indicati da loro e gli ho chiesto se potevo avere un abbonamento VERAMENTE personalizzato.

Prima di andare avanti è giusto che sappiate che, essendo io una persona tendenzialmente onesta, ho costruito il mio pacchetto di concerti in maniera tale che avesse un valore economico globale INFERIORE a quello inizialmente proposto da loro. Pertanto il mio ragionamento era: io vi pago l’abbonamento per dei concerti più economici di quelli che voi mi avete proposto allo stesso prezzo in maniera tale che voi ci guadagnate (vendete un abbonamento che vale 90 allo stesso prezzo di uno che vale 100), ma io in compenso mi abbono a 13 concerti TUTTI interessanti.

Mi sembrava uno scambio equo e speravo che venisse prontamente accettato.

Invece mi hanno risposto (peraltro con garbo, gentilezza e celerità) dicendo che “non sono in grado” di fare abbonamenti così personalizzati e mi hanno detto che ci penseranno per la prossima stagione.

E allora mi sono davvero arrabbiato, perché per fare l’abbonamento personalizzato bastava dare ad uno degli addetti alla biglietteria l’elenco dei concerti indicato sulla mia mail, fargli preparare i relativi biglietti e specificargli che sarei passato a ritirarli pagando la cifra pattuita.

A me non appariva una cosa complicatissima.

Ma quello che più mi ha dato fastidio è il fatto che in tempi di crisi come questi, loro non solo NON si ingegnano a trovare formule adeguate per accontentare tutti gli appassionati che non possono permettersi di comprare così tanti concerti, ma preferiscano perdere un abbonato (il sottoscritto) piuttosto che, con un minimo sforzo, accontentarlo (economicamente guadagnandoci !).

E’ un atteggiamento che da fastidio perché obiettivo di questi enti dovrebbe essere quello di proporre musica di qualità e RIEMPIRE i teatri. Avere formule di abbonamento ferme all’Ottocento indica una mancanza seria di volontà nell’aprire a tutti certi luoghi preferendo (forse) lasciarli a disposizione di una élite economica che dispone di tempo e soldi da dedicare alla musica.

Tanto per dire:

potrebbero fare dei mini-abbonamenti a 5 concerti (scelti dall’utente) con uno sconto fisso,
oppure potrebbero fare della carte prepagate (ti do i soldi subito) utilizzabili poi per comprare i biglietti per qualunque spettacolo con uno sconto fisso (l’Auditorium Parco della Musica fa questa cosa da anni)…

Di strade, per chi le vuole praticare, ce ne sono tantissime e la tecnologia ormai permette di fare cose impensabili per fidelizzare l’appassionato e spingerlo a moltiplicare le presenze nelle sale da concerto (nell’interesse di tutti).

Ma se non c’è la volontà di diffondere il verbo della buona musica e di allargare la platea anche a coloro che hanno fame di musica, ma non necessariamente il portafogli gonfio, ho paura che certa musica rimarrà chiusa in un ghetto che alla lunga potrebbe soffocarla.
Se non ci si rende conto che in questa epoca di cinghie sempre più strette chi produce cultura deve fare i salti mortali e impegnarsi a fondo per non essere spazzato via, allora certi destini sono già segnati.

Andrò a vedere, a prezzo pieno, solo 2 concerti.
Tanto frutterà a lor signori il loro comportamento.
Ma so già che non se ne renderanno conto.

Perché non compro mp3

Mi capita spesso di dover specificare che io non compro file mp3. Purtroppo non ho sempre tempo e modo di spiegare il perché di questa scelta e, poiché non mi va di passare per una sorta di luddista nostalgico del passato, colgo l’occasione per entrare nel dettaglio e motivare cosa non mi vada bene nel mercato legale della musica digitale.

Due piccoli appunti prima di iniziare:

– quello che scrivo di seguito si riferisce solo alla musica per la quale si chiede un corrispettivo in denaro, è chiaro che tutti coloro che mettono in download gratuito le loro cose hanno tutto il mio apprezzamento e sono esentati dai ragionamenti che seguono perché, come si suol dire, a caval donato non si guarda in bocca

– non avendo mai comprato alcunchè in mp3 alcune delle cose che scrivo sotto potrebbero essere false o parzialmente false, invito chi ha avuto esperienze dirette in materia a segnalarmi eventuali errori o stupidaggini varie tra le cose scritte di seguito

1) Qualità sonora

Come voi sapete i file mp3 sono file musicali compressi che guadagnano in leggerezza (occupano meno spazio sui vostri hard-disk) ma perdono informazioni rispetto ai file musicali originali. Si può discutere a lungo su quanto sia qualitativamente importante questa perdita, ma la sua esistenza è un dato scientifico. Viceversa esistono dei tipi di file che utilizzano algoritmi di compressione tali da mantenere intatte le informazioni (detto altrimenti: se decomprimo il file compresso ottengo un file IDENTICO a quello di partenza), è il caso, ad esempio, dei file FLAC.

E’ per me incomprensibile come al momento della scelta di acquistare un file digitale non venga data SEMPRE la possibilità di scaricarlo (anche) in un formato lossless (senza perdita di qualità), ho invece l’impressione che la norma sia concedere solo il formato mp3 (tra le lodevoli eccezioni segnalo la Deutsche Grammophon che, sempre sensibile alla qualità sonora dei suoi prodotti, mette in vendita i suoi dischi in versione digitale proprio in formato FLAC).

2) Apparato informazionale-iconografico

Quando compro un CD fisico oltre al disco ottengo un libretto con una copertina, una serie di pagine con foto e informazioni di varia natura che sono una parte non marginale dell’oggetto-disco. Anche quando si compravano i cari vecchi 45 giri avevamo una copertina e un minimo di informazioni scritte sulla copertina stessa o nelle etichette incollate al centro del disco. Quando invece oggi compro un intero CD in formato virtuale mi viene dato insieme al disco qualcosa di analogo (penso ad uno o più file pdf con i crediti e magari i testi del disco, penso a immagini in buona definizione con la copertina del disco…) ?

E quando scarico un brano singolo mi vengono fornite quelle informazioni minime che dovrebbero essere a corredo della canzone (autori, produttori, musicisti, data di incisione e cose simili) ?

La mia impressione è che di norma anche qui si tenda a dare il minimo indispensabile e a non corredare il disco di quel complesso apparato di immagini e informazioni che, nel suo corrispettivo fisico, è considerato invece ineludibile. Faccio notare che una delle qualità dei file musicali compressi è quella di poter contenere al proprio interno informazioni riguardanti il file stesso (i cosiddetti tag), dovrebbe essere pertanto naturale per chi li produce inserirvi all’interno tutto ciò che è previsto da questi formati (titolo del brano, interprete, autori, disco dal quale è tratto il singolo brano, anno di pubblicazione e altro ancora). Questa possibilità è sfruttata per quanto può dare o allegramente ignorata dai padroni della musica ?

3) Proprietà e licenza d’uso

Una cosa che pochi sanno è che quando acquistano un file musicale in realtà non lo stanno comprando.
Ma forse è meglio partire da lontano.

Quando io compro un oggetto fisico (e quindi anche un CD o un LP) ne assumo la totale potestà. Tra le tante cose che posso fare posso regalarlo a terzi o addirittura rivenderlo. Nel caso dei dischi è noto a tutti che generalmente il loro valore diminuisce con gli anni, ma può accadere (e accade anche abbastanza spesso) che un certo disco divenga ricercato dai collezionisti e possa nel tempo moltiplicare molte volte il suo valore iniziale.
Ma il concetto importante è che in ogni caso io posso rivendere anni dopo i miei dischi recuperando una parte del loro valore.

Di recente è nato un sito, ReDigi, il cui obiettivo è quello di creare un luogo per scambiarsi/rivendere file digitali musicali comprati legalmente. Sembra l’uovo di Colombo: compro degli mp3, dopo qualche anno mi sono stufato di ascoltarli e provo a vedere se qualcuno se li ricompra. Ed invece è subito insorta la EMI facendo notare che questa attività non è consentita perché quando comprate un mp3 in realtà (udite ! udite !) vi limitate ad acquistare una licenza d’uso.

Avete capito bene: non vi vendono il file, ma solo il permesso di ascoltarlo.

Non credo ci sia altro da aggiungere (salvo che io trovo allucinante che i legislatori abbiano permesso la nascita di un simile obbrobrio…).

Per chi volesse approfondire eccovi il link ad un articolo su questa diatriba pubblicato da Rockit

4) Mantenimento

Quando compro un CD o un LP, in linea di massima, per mantenerlo mi devo limitare a conservarlo in maniera adeguata (in un luogo non troppo umido, non troppo caldo, non esposto ai raggi del sole) e trattarlo con le dovute maniere. Salvo errori di stampa e di assemblaggio in questo modo il disco durerà più di quanto mi possa servire. Al contrario gestire i file digitali è assai più complicato.

La cosa più naturale è certamente conservarli sul proprio hard-disk, ma voi sapete bene che può capitare che quest’ultimo si rompa e il suo contenuto vada perso. E’ pertanto buona ed inevitabile norma fare dei backup di questi (e degli altri) file. Ovvio che se sul PC avete solo 4 canzoni vi basta una chiavetta USB e una spesa minima (ma comunque una spesa c’è comunque), ma se come me avete qualche migliaio di album musicali, allora avete bisogno di uno o più hard-disk esterni, di procedure periodiche di backup, di tutta una attività che vi prenderà tempo e denaro (denaro che va conteggiato nei costi reali della musica comprata in questo modo), senza contare tutte le problematiche legate al trasloco di questi file su di un eventuale nuovo PC (cosa che accade ogni 5 o 6 anni).

5) Vincoli

Uno degli aspetti positivi del CD fisico è che lo posso ascoltare in qualunque lettore di CD (o di DVD, o di Blue-Ray, o su un PC…), basta infilarlo e il lettore lo legge. Con i file digitali abbiamo invece il problema (che, forse, col tempo si è risolto da solo) dei cosiddetti DRM, ovvero quei vincoli che limitano l’ascolto di un determinato file musicale ad una determinata macchina (o solo ad un numero molto limitato di PC). E’ storia nota a tutti che, nel tempo, le persone cambiano il proprio computer e non è affatto chiaro se il file che acquistiamo oggi sarà SEMPRE ascoltabile con le macchine che avremo o se invece ci ritroveremo a dover litigare con il nostro nuovo PC tentando di spiegargli che vogliamo ascoltare una canzone che abbiamo regolarmente pagato qualche anno prima e che lui sbaglia ad ostinarsi a negarci questa possibilità.

Mi sembra però di intuire che su questo punto le case discografiche abbiano un po’ mollato e che questi “lucchetti informatici” stiano scomparendo dai negozi di musica virtuale (se non da tutti almeno da alcuni).

6) Ascolto

Non so come siete organizzati voi, ma io per ascoltare dei file digitali utilizzo il mio PC e i suoi microdiffusori oppure un lettore mp3 con delle dignitose cuffiette. Entrambe le soluzioni sono assai lontane da quell’idea di alta fedeltà che tanto mi ha contaminato, positivamente, da giovane. Per cui se voglio ascoltare in maniera seria questa musica sono costretto a masterizzarla su un CD-rom per poi poterla ascoltare tramite il mio stereo. Tutto questo significa tempo (conversione dei file, gestione della masterizzazione…), denaro (il supporto fisico costa) ed energia, senza contare che dopo qualche anno il processo va replicato perché i CD-rom sono tutto tranne che eterni. Tutte cose che fatte una tantum pesano poco, ma se siete onnivori e curiosi come me rischiano di diventare un secondo lavoro.

7) Convenienza

Specificato quanto sopra siamo arrivati al momento di interrogarci se il prezzo a cui vengono venduti questi file sia equo. Credo che se mi avete seguito nei ragionamenti concorderete che un oggetto con caratteristiche tanto mediocri (scarsa qualità audio, mancanza di apparato informazionale-iconografico, limiti della licenza d’uso e problematiche di conservazione e di ascolto) non possa costare che un decimo di un cd fisico (diciamo un paio di euri per album). E invece attualmente il costo di un CD virtuale varia tra la metà e i 2/3 di quello di un CD fisico e, a mio parere, date le differenze risulta decisamente più conveniente ed interessante quello fisico che, ad un costo leggermente superiore, mi da molti vantaggi non ultimo, come scritto prima, quello di poter teoricamente recuperare l’investimento rivendendolo (teoricamente anche guadagnandoci).

Ci sono poi dei casi al limite dell’assurdo come quelli che vi documento di seguito specificandovi che gli screenshot che troverete sono stati fatti lo stesso giorno a pochi minuti l’uno dall’altro.

Sto parlando di quei dischi che vengono venduti nei negozi a prezzi particolarmente bassi come, prendo ad esempio un lavoro che mi è molto familiare, “Pollution” di Franco Battiato.

Quando sono andato su Itunes (il sito principe per il mercato virtuale della musica, ma non l’unico) l’ho trovato in vendita a queste condizioni (e vi risparmio la surreale divisione delle tracce che compongono il disco):

Andando invece a spulciare su Amazon (a mio parere il migliore sito tra quelli generalisti che vendono musica fisica) l’ho trovato a questo prezzo:

noterete che il CD fisico risulta costare il 43% MENO dei file virtuali, e tutto questo la dice lunga su come le case discografiche stiano gestendo il business della musica digitale, non perdendo mai occasione per mostrare il loro dilettantismo e la loro avida approssimazione.

Da parte mia quindi non c’è nessuna preclusione pregiudiziale. Se i signori della musica impareranno a fare bene i loro prodotti, a venderli ad un prezzo consono e a non renderne (di fatto) impraticabile la loro fruizione sarò ben lieto di diventare loro cliente anche in questo settore (dopo esserlo già stato nel mercato del vinile ed esserlo ancora in quello dei CD).