5 dischi di/con Riccardo Sinigaglia

  • Futuro AnticoFuturo Antico” (1980)
  • Riccardo SinigagliaRiflessi” (1986)
  • Correnti MagneticheCorrenti Magnetiche” (1989)
  • The Doubling RidersGarama” (1991)
  • Riccardo SinigagliaDimensions” (2016)

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FUTURO ANTICO “Futuro antico”, 1980, Black Sweat records

Quando nei primissimi anni ’90 comprai l’esordio in vinile del gruppo Futuro Antico, intitolato significativamente “Dai primitivi all’elettronica“, rimasi abbastanza deluso (soprattutto in relazione alle ottime recensioni che avevo letto).
Il gruppo, formato da tre musicisti di diversissima estrazione (Riccardo Sinigaglia, compositore di musica elettronica, Walter Maioli, ex-Aktuala e ricercatore di musica molto antica e Gabin Dabirè musicista di origine africana), aveva realizzato un disco nel quale si cercava di fondere le rispettive passioni e stili musicali, ma, almeno questa fu la mia impressione, i brani sembravano risentire di scarsa integrazione tra i tre con, di volta in volta, uno del gruppo a dare personalità ai brani e gli altri a fare poco più che da cornice. Il progetto sembrava mancare di omogeneità e reale integrazione tra i suoi componenti.
Riascoltato recentemente mi è sembrato migliore del ricordo che avevo, ma su questo, caso mai, torneremo nei prossimi mesi.

Quello che all’epoca non sapevo è che, prima del loro LP, era già stata pubblicata una cassetta autoprodotta a nome Futuro Antico contenente registrazioni risalenti addirittura al 1980.
A suonare c’erano solo i due italiani del gruppo: Sinigaglia alle varie tastiere elettroniche e agli effetti speciali più Maioli al ney (il ben noto flauto turco) e altri strumenti antico/primitivi (percussioni, flauti tibetani e armamentari vari).

Recentemente la Black Sweat records ha riproposto (per la prima volta) in CD questo lavoro che mi è, quasi per caso, capitato tra le mani.
E il disco mi è piaciuto davvero tanto.

Strutturato su quattro lunghi pezzi intorno ai 10 minuti, il disco vede interagire i due musicisti in maniera equilibrata e intensa.
Si parte con “Ao – ao“: le tastiere di Sinigaglia suonano ben memori del Riley di “Persian surgery dervishes” mentre il ney di Maioli disegna voli imprevedibili e incisivi. Un pezzo che si muove lentamente e rimane in costante equilibrio tra ipnosi e sprazzi di veglia.
Si prosegue con “Shirak“, stesse sonorità del primo brano e stessi riferimenti musicali (forse seconda parte di una medesima sessione di registrazione), ma una maggiore velocità e qualche momento di pura vertigine. Nelle tastiere qualche spruzzata kosmische sempre assecondata alla grande dal flauto di Maioli.
La terza traccia, “Uata Aka“, cambia mood: una leggera pulsazione elettronica, vagamente alla Cluster, sulla quale si innestano percussioni e flauto. Un pezzo di squisite libertà.
Conclusione in bellezza con il brano che da il titolo al disco (e al gruppo): percussioni, flauti e tastiere evocative in quello che appare come una specie di astratto panorama musicale dove si respira un’aria di bucolica e divertita mancanza di confini e steccati.

Per quello che mi riguarda una bella sorpresa.
Una interessante e meritoria riscoperta.

p.s. Bella la ecologica confezione del CD 🙂

p.p.s. Immagino che la Black Sweat records, e le altre etichette dedite a ristampe in ambito (più o meno) di musiche di avanguardia, abbiano le proprie buone ragioni per avere smesso di stampare le loro pubblicazioni ANCHE in CD, ma sappiano che esiste uno zoccolo duro di appassionati del supporto fisico che NON hanno il giradischi e NON vogliono comprare LP. Se questo disco NON fosse stato pubblicato anche su supporto digitale io NON l’avrei mai comprato. Siete sicuri che valga davvero la pena di non riservare una, magari piccola, tiratura in CD per quelli come me ?

TERRY RILEY “Music with balls”, 1969

Questa volta tocca ad un video abbastanza singolare.
Datato 1969 (1968 secondo alcuni) ve lo propongo per un paio di buone ragioni.
Intanto perché vede all’opera un Terry Riley ancora giovane mentre opera sulla strumentazione che lo ha reso celebre, specialmente dal vivo, ovvero organo e sax soprano più registratore e delay.
Mentre lui suona, intorno c’è tutto un movimento di palle che vanno e vengono, ben incorniciato da una regia del tutto in linea con quella cultura psichedelica e difuorista che in quegli anni non flirtava solamente con il rock ma anche con la musica contemporanea e di avanguardia.

Alla regia John Coney, mentre le palle si devono allo scultore Arlo Acton.

Insomma: ancora una volta vi invito a respirare l’aria del tempo che fu.

 

PAOLO JACHIA e ALICE PAREYSON “Franco Battiato. La cura – 27 canzoni commentate”, 2016, Fabio D’Ambrosio editore

– indispensabile premessa

Sono una di quelle persone che si è appassionata a Franco Battiato innanzi tutto per le sue qualità di musicista, e che, solo secondariamente, ha apprezzato i testi delle sue canzoni. Non dico che questi ultimi mi siano rimasti indifferenti (anzi…), ma pur riconoscendogli delle qualità non comuni nella scrittura di ciò che canta, e pur non nascondendo che alcuni degli stimoli disseminati nelle sue canzoni hanno trovato terreno fertile nel sottoscritto, se per me lui è uno degli artisti più importanti in circolazione lo si deve in primis all’aspetto musicale delle sue composizioni.

– ammissione di sottovalutazione

Nel comprare questo libro avrei dovuto capire a cosa andavo incontro. Avendo, in anni lontani, già letto un lavoro scritto da Paolo Jachia, sempre relativo a Battiato, avrei dovuto sapere cosa aspettarmi, invece, leggendo che si trattava di “27 canzoni commentate“, ho ingenuamente pensato che il commento si riferisse sia alle musiche che ai testi e che magari dalla lettura di questo libro sarebbero potuti emergere nuovi spunti o nuove informazioni. Colpa mia.

– di cosa parliamo quando parliamo di Battiato ?

Molto, forse troppo, spesso, coloro che analizzano l’opera, ma particolarmente i testi, di Battiato sembrano interessati soprattutto a parlarci di sé stessi e della propria visione del mondo, selezionando dall’imponente ed ecumenico “universo Battiato” le parti a loro più care e più confacenti ed ignorando (sostanzialmente) le altre, in una operazione che più che rendere merito all’artista sembra servire a dare dignità e prestigio alla loro (rispettabilissima, sia chiaro) dimensione culturale.

– il libro

Caratterizzato da una raffinata (e spesso efficace) impaginazione, questo libro, dopo una introduzione, che ne è anche una specie di manuale d’uso, analizza le 27 canzoni in questione: prima riportando il testo della canzone trattata e poi attraverso le note degli autori.

Premesso che in nessuna parte dell’opera si entra nel merito delle musiche di queste canzoni, e che quindi l’analisi tratta esclusivamente dei testi, notiamo subito la singolarità delle selezione effettuata. Non tanto un percorso cronologico dagli esordi in avanti evidenziando i momenti più significativi o più ispirati, ma una scelta del tutto soggettiva che premia da un lato le canzoni (cosiddette) mistiche (“Fisiognomica“, “L’ombra della luce“, “Lode all’inviolato“…) e dall’altro dà grande risalto alle canzoni scritte con Manlio Sgalambro, con, tra le altre, ben 7 canzoni riprese da “L’ombrello e la macchina da cucire“.

Se la prima scelta non sorprende, la seconda è davvero singolare perché trattasi di un disco i cui testi sono stati scritti esclusivamente da Sgalambro (seppure tagliati e ricuciti da Battiato per le proprie esigenze musicali) e, più in generale, l’analisi del libro si sofferma su (relativamente) pochi brani con il testo scritto dal solo Battiato.
Se si voleva indagare la poetica di Battiato non era questa la scelta da fare (tra l’altro non si comprende la totale esclusione delle tante canzoni scritte per altri interpreti).

A partire quindi dal testo della canzone il libro ci inonda di riferimenti e interpretazioni relative ai suoi versi. I riferimenti (a libri, personaggi, altri autori, altre canzoni dello stesso Battiato…) sono a volte interessanti, a volte meno, a volte molto noti, a volte meno, ma il problema principale (a mio parere, sia chiaro) sono le interpretazioni.
Gli autori, esplicitamente, amano prima evidenziare, in poche righe, il significato (come scrivono loro stessi) essoterico della canzone, per poi riversare pagine e pagine su un (a mio parere molto presunto) significato esoterico della stessa. In questo modo partono con quelle che a me paiono elucubrazioni sostanzialmente gratuite e di dubbia dimostrabilità dalle quali si evincono le conoscenze degli autori (sicuramente ampie e qualitativamente importanti) e poco altro.
Un esempio tra i tanti può essere questo:

<<<E qui inizia ad apparire un’altra lettura possibile di “Vite parallele”, di questa canzone che racconta di esperienze esistenziali coesistenti e non coincidenti… a mio avviso, cioè, il testo della canzone va visto, ancora una volta, nella dinamica di essoterismo ed esoterismo, di messaggio e di significato di primo e secondo livello. A questo secondo livello (ovvero al di là della rappresentazione di un dialogo tra amanti) la canzone presenta un dialogo tra l’uomo peccatore e Dio – un dio, un essere superiore, la parte superiore del nostro dialogo interiore – tra l’uomo consapevole della propria ontologica vocazione al peccato e, però, consapevole anche dell’infinita misericordia di Dio.>>>

Siamo certi, o perlomeno fiduciosamente convinti, che nel testo scritto dai due siciliani ci fossero anche questi concetti, queste idee ? O sono testi sufficientemente aperti da permettere di vederci dentro (quasi) tutto quello che si vuole ?

Tra le convinzioni degli autori ce ne sono alcune che vengono ribadite moltissime volte e che però, ugualmente, non mi convincono. Che Battiato ami (anche) Leopardi è sicuramente cosa vera, che lo si trovi nascosto per ogni dove nelle sue canzoni io, personalmente, non lo credo. Anche perché agli autori sembra sfuggire la differenza tra una citazione (che può essere anche poco più che una cosa giocosa, una semplice strizzatina d’occhio) ed un riferimento vero e proprio.
Ad esempio: in “Aspettando l’estate” (canzone non trattata nel libro) Battiato a un certo punto canta “Aspettando l’estate, all’ombra dell’ultimo sole“, che è una chiara citazione di Fabrizio De Andrè. Certo, questo indica stima per De Andrè, ma nulla di più. Analogamente l’aver citato in alcune occasioni Leopardi non è detto che abbia chissà quali significati, tantomeno riconoscere Leopardi in versi che potrebbero non aver nulla a che fare con lui.
Quando gli autori scrivono (è sempre un esempio fra i tanti possibili, di Leopardi si parla tantissimo in questo libro) che in “Vite parallele” la frase “Aggiungo stella a stella” “rinvia o potrebbe rinviare anche a “noverar le stelle una a una” (dal “Canto notturno di un pastore errante dell’Asia“) cosa stanno facendo ?
Stanno cogliendo qualcosa che davvero esiste nella canzone (e che ha un suo significato) o si stanno semplicemente sforzando di trovare un riferimento che in realtà non esiste (e se anche esiste non ha poi una grande importanza ?). Quanto c’è di gratuito e inventato in questa, ed altre, relazioni ?

Analogamente lavorano con vicinanze eventuali con il “Libro dei Salmi” o con Dante, in relazione al quale riporto parola per parola quanto scritto (nell’analisi di “Fortezza Bastiani“):
<<<Più celato un altro riferimento che ci conferma il valore iniziatico della “Fortezza Bastiani”. A nostro avviso il verso “Mi ritrovai seduto su una panchina” viene molto probabilmente dal secondo verso della “Commedia” dantesca: “Nel mezzo del cammin di nostra vita / Mi ritrovai per una selva oscura / che la diritta via era smarrita”. Anche qui dunque un percorso iniziatico verso la salvezza, la liberazione dalle “ossessione dell’Io” e del potere: al sonno e al peccato di Dante segue “il risveglio” della coscienza, dopo “la selva oscura” c’è così il sole del pomeriggio; dopo la pioggia, una promessa, in terra, di quella che sarà, dopo la vita, la nostra autentica gioia>>> (nell’originale i “Mi ritrovai” sono scritti in neretto)

Lascio a voi il giudizio su quanto sia pura speculazione e quanto ci possa essere di reale nella scelta di Battiato e Sgalambro di utilizzare l’espressione “Mi ritrovai” e pure vi lascio il giudizio sulla qualità e sostanza delle consequenziali interpretazioni fatte dagli autori, ma direi che questo esempio ben renda l’idea del tipo di ragionamenti che si trovano all’interno di questo lavoro.

Il libro inoltre sembra sia stato concepito per schede distinte poi assemblate insieme, ma, forse, nessuno dei correttori ha notato che al suo interno ci sono molteplici ripetizioni (frasi dette da Battiato, concetti espressi dagli autori) che ne rendono fastidiosa la lettura. Se, ad esempio, vogliamo sottolineare che Battiato crede nella reincarnazione, non credo sia necessario ribadirlo ogni volta che una canzone tocca quel tema, e ribadirlo citando ogni volta la stessa frase o lo stesso concetto. Forse sarebbe stato proficuo un lavoro di sforbiciatura qui e là (o magari non scegliere tutte le canzoni che si occupano di un certo tema, il canzoniere di Battiato è sufficientemente ampio da dare molte e diverse opportunità).

– misteri

All’interno del libro poi ci sono delle scelte misteriose.

Perché mai dedicare un capitolo a “Il carmelo di Echt“, canzone scritta da Juri Camisasca e che Battiato ha solo arrangiato e interpretato, per poi al suo interno parlare di Alice ?
Perché dedicare un capitolo a “Le nostre anime” per poi, al suo interno, parlare esclusivamente di Manlio Sgalambro (a cui, secondo gli autori, la canzone sarebbe dedicata) ?
Che modo sarebbe quello di commentare una canzone partendo per la tangente e parlando d’altro ?

Quando poi arrivano a citare una frase (l’iniziale “Il cielo è primordialmente puro ed immutabile, mentre le nubi sono temporanee“) da “Io chi sono ?” (canzone non trattata nel libro, ma semplicemente richiamata en passant), dopo tanti riferimenti supposti e improbabili, gli sfugge il fatto che questo frammento di testo Battiato l’ha ripreso pari pari da “Dipinti di arcobaleno” (capitolo 15, “Purezza“), libro scritto da Tulku Urgyen (evidentemente meno interessante di Leopardi agli occhi degli autori).

– conclusioni

Per quello che mi riguarda questo è un libro inutile.
Per quella che è la mia sensibilità, per quelli che sono i miei interessi, le mie conoscenze e il mio modo di vedere le cose, qui c’è troppo poco Battiato e sono invece un po’ troppo presenti i due autori. Inoltre è mia precisa convinzione (non solo relativa a Battiato) che i testi non vadano spiegati e che, a prescindere dalle volontà degli autori, che noi non conosciamo, essi non contengano significati dati una volta per tutte.
Con i testi tutti noi viviamo un personalissimo corpo a corpo dal risultato del quale emergono interpretazioni, illuminazioni, impressioni, suggestioni rigorosamente soggettive.
Tutte legittime e tutte sacrileghe

Questo naturalmente non toglie che altri possano invece trovare affascinanti le tesi qui proposte e il modus operandi portato avanti da Jachia e Pareyson.

Probabilmente è una questione di linguaggi diversi.

5 dischi elogiati da Valerio Mattioli nel libro “Superonda”

  • Claudio RocchiVolo magico n.1” (1971)
    Con “Volo magico” Rocchi firma l’apice della civiltà psichedelica italiana e l’inno dilatato che la comunità underground aspettava da anni
  • Luciano CilioDialoghi del presente” (1977)
    “Dialoghi del presente” è un disco di una bellezza disarmante. Fa venire alla mente un rito misterico umanissimo e caldo, un reticolo di timbri (tutti acustici) che dolenti fluttuano trai riflessi di un lago a fine estate
  • Lino Capra VaccinaAntico adagio” (1978)
    Un autentico, irripetibile e precario capolavoro di minimalismo alla Steve Reich e spleen mediterraneo che però, come al solito, uscirà troppo tardi (nel 1978) e nell’indifferenza quasi generale
  • Franco BattiatoSulle corde di Aries” (1973)
    Quando alla fine del 1973 arriva nei negozi “Sulle corde di Aries” è chiaro a tutti che la personale “Conversazione in Sicilia” di Battiato ha prodotto non solo un musicista molto distante da quello che il pubblico aveva conosciuto appena un anno prima, ma uno dei dischi più belli mai usciti in Italia fino a quel momento, e anche dopo, aggiungerei
  • Canzoniere del LazioLassa sta la me creatura” (1974)
    Opera dall’aria torbida e pesantemente esoterica, i cui solchi profumano di zolfo e acqua santa assieme, “Lassa sta la me creatura” è il titolo che certifica il “tradimento” del Canzoniere del Lazio. Ed è anche il capolavoro del nuovo folk italiano


In corsivo testi tratti dal libro di Valerio MattioliSuperonda“.

VALERIO MATTIOLI “Superonda”, 2016, Baldini & Castoldi

Questo libro, non a caso sottotitolato “storia segreta della musica italiana“, è, per l’appunto, un libro di storia. Un libro di storia della musica che affronta un periodo che va, grosso modo, dalla metà degli anni ’60 alla metà degli anni ’70.

L’idea è quella di narrare una stagione straordinardia della musica italiana (e, in realtà, delle arti tutte) particolarmente influente, ma, soprattutto, seminale, sia nel nostro paese che all’estero, attraverso la ricostruzione di cosa accadde e l’individuazione di coloro che ebbero un ruolo determinante nello svolgersi degli eventi.
Non si racconta di un particolare genere musicale, o di una scena comunque ben definita, quanto di una attitudine che, pur agendo in ambiti relativamente distanti e scollegati, segnerà in maniera personalissima l’evoluzione della musica in Italia.

A narrare il tutto il giornalista e musicista Valerio Mattioli, classe 1978.

Verrebbe subito da chiedersi come mai una tale complessa ricostruzione ed interpretazione degli eventi sia stata realizzata da qualcuno che in quegli anni neanche era nato, piuttosto che da qualcuno che c’era (i Bertoncelli, gli Assante…) o che almeno ne avesse annusato le fasi conclusive, ma, leggendo il libro, uno degli aspetti migliori e più interessanti che saltano all’occhio è proprio come la distanza temporale dagli eventi e l’estraneità dell’autore a quanto accaduto, permettano a Mattioli di affrontare i fatti narrati senza scivolare mai nella nostalgia di anni mitici (o di musicisti mitici). Lo spazio che separa l’autore dai fatti garantisce uno sguardo libero da pregiudizi (positivi o negativi che fossero), inevitabili per chi quei momenti li ha vissuti, ed è proprio il tono dell’autore, spesso ai limiti di un cinismo figlio della propria onestà intellettuale, ad essere uno dei punti di forza della narrazione.
Mattioli dimostra di non avere timore di cadere nel delitto di lesa maestà e non si fa problemi a sottolineare l’ingenuità di certi lavori o i loro limiti, e questo rafforza significativamente le sue parole quando invece esprimono meraviglia e apprezzamento per altri, o gli stessi, lavori. Si parla di artisti che l’autore ama (altrimenti questo libro non sarebbe neanche nato), ma lo sguardo di chi scrive è lo sguardo di chi ama anche la musica del nuovo millennio e non ignora come e quanto le cose siano, se non progredite, perlomeno cambiate.

Altro punto di forza di questo libro, a mio parere diretta conseguenza di quanto scritto sopra, è lo sforzo e la capacità di contestualizzare quanto narrato. Mattioli non ci parla solamente di un certo musicista e dei suoi lavori, ma ogni volta realizza una doppia contestualizzazione:
relaziona l’opera al contesto sociale nel quale è stata prodotta (sotto i nostri occhi scorrono con dovizia di dettagli e riferimenti, sia l’Italia della “Dolce vita” che quella dei cosiddetti “anni di piombo“) e, in parallelo, al contesto musicale nazionale e internazionale nel quale gli artisti si muovevano (nessuna musica nasce dal nulla). In questo modo ci permette di comprendere (da vero storico) nella maniera migliore possibile cosa sia successo e perché sia successo.

A questo punto vi chiederete quali siano i protagonisti di queste oltre 600 pagine, fitte fitte e senza apparato iconografico. Sono tanti, alcuni famosissimi, altri misconosciuti, altri ancora conosciuti ma mai narrati da questo punto di vista. Tutti, secondo Mattioli, hanno in comune qualcosa che rese speciali tutte queste musiche che si muovevano in uno spazio enorme, esterno sia alla musica (cosiddetta) commerciale che a quella (cosiddetta) colta, musiche che spiccavano per originalità conservando tutte un qualcosa di speciale che non possiamo chiamare italianità, ma certo era legato alla cultura (magari solo alla sua parte migliore) italiana.

Cercando di sintetizzare per macro-categorie posso dire che qui si parla di musica contemporanea, musica di (più generica) avanguardia (spesso “incolta“), musica elettronica, rock progressivo nelle sue varie, e spesso contraddittorie, forme e declinazioni, psichedelia, musiche che guardano alle tradizioni, cantautorato (meglio se borderline), colonne sonore, library music (e musiche per sonorizzazioni varie) e (più o meno free) jazz.
Ma si parla anche dei luoghi dove queste musiche sono germogliate (il Piper, il Beat 72, L’Attico, lo Studio di Fonologia Musicale della RAI…), di “non musicisti” che, a vario titolo, hanno permesso a queste musiche di svilupparsi (Gianni Sassi, Mario Schifano, Fabio Sargentini, Diego Carpitella…). Il tutto mostrando come spesso i protagonisti di questa epopea saltassero da un genere all’altro in un ricco florilegio di relazioni e contaminazioni reciproche.

Difficilissimo fare un elenco degli artisti di cui si parla, sono davvero tanti. Vi basti sapere che, nonostante l’enormità della materia affrontata, ci sono tutti quelli che ci devono essere (e anche qualcuno di più). Ovviamente non a tutti è concesso lo stesso spazio: per alcuni basta una mezza paginetta, su altri l’autore zoomma con grande interesse, dedicandogli anche più di un capitolo (Franco Battiato, Claudio Rocchi, Ennio Morricone, Piero Piccioni, Piero Umiliani, Alvin Curran…).

Proprio perché il libro ricostruisce una storia, i vari capitoli che si susseguono affrontando le varie scene che interessano Mattioli, sono raccontati in ordine cronologico (per quanto possibile). Capite bene quindi perché il percorso, ad esempio, di Battiato sia stato suddiviso in più capitoli artisticamente diversi e temporalmente separati (uno sul primo periodo Bla…Bla…, “Fetus e Pollution“, uno sui restanti dischi per l’etichetta di Massara ed uno per il periodo Ricordi). In questo modo il procedere della vicenda e degli artisti si segue non solo in maniera più chiara, ma soprattutto meglio contestualizzata con quella degli altri protagonisti di queste pagine.

Da sottolineare, tra i tanti meriti di questo lavoro, lo spazio dedicato a veri e propri unsung heroes dell’epoca, passati sostanzialmente (Pietro Grossi, Luciano Cilio, Franca Sacchi, Bruno Nicolai…) o completamente (Mario Nascimbene, Amedeo Tommasi…) inosservati. Personaggi le cui storie meriterebbero ancora più spazio.

Tra i capitoli più riusciti, nel senso di più chiari ed efficaci, ma anche di più innovativi nei contenuti, segnalo quello dedicato al Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza (il GINC, la loro storia meriterebbe un film, o almeno una fiction di RAI 1), quello dedicato ai musicisti che cercarono di recuperare aspetti delle tradizioni popolari (Nuova Compagnia di Canto Popolare, Canzoniere del Lazio…) nel quale, giustamente, si esaltano i loro meriti, ma vengono anche segnalate le loro ambiguità e quelle che potremmo definire ipocrisie concettuali, quello dedicato alla library music (in assoluto la scena dove la differenza tra la conoscenza e l’apprezzamento odierno diverge in maniera clamorosa con la percezione che se ne ebbe allora, quando nessun critico si degnò di occuparsene e quasi nessun ascoltatore le dedicò attenzioni, a dispetto della quantita enorme di dischi che vennero prodotti in quegli anni).

Tra quelli meno riusciti invece quello dedicato ai cantautori e al loro boom, forse l’unico capitolo a risultare abbastanza superficiale (troppo vasta la quantità di lavori ascrivibili a questa scena per parlarne diffusamente e in maniera esaustiva, nonostante le dovute citazioni per alcuni cantautori minori come Juri Camisasca e Francesco Currà). E’ forse l’unico capitolo che poteva essere escluso, tanto che sembra avere soprattutto il compito di introdurre quello dedicato al Battisti di “Anima latina“.

La pretesa di essere un lavoro storico non impedisce a Mattioli di dare il suo personale punto di vista sugli artisti raccontati. Emergono spesso, e chiaramente, le sue preferenze, a volte condivisibili (Claudio Rocchi, Alvin Curran…), a volte meno (Sensations’ fix, Osanna…), ed è giusto che sia così, ma questo non impedisce a “Superonda” di essere immediatamente diventato un classico nel suo genere, un libro che sorprenderà chi quegli anni li ha vissuti e amati, e ancor di più interesserà chi non c’era e fosse curioso di sapere cosa è successo in quello che probabilmente rimarrà come il periodo storico recente nel quale la musica italiana è stata più capace di produrre musiche, non solo innovative, ma, soprattutto, capaci di lasciare una traccia importante nel solco di tutta la produzione occidentale.

Spaghetti sound forever.